La guerra civile libanese e le 'sue donne' nel blog di Lama Bashour



Una libanese di discendenze siriane, palestinesi e marocchine, approdata in Giordania e confusa circa la sua identità. Scrive di cose che la confondono ancora di più. Questa è la descrizione che Lama Bashour da di sè sul suo blog. Lama però non è solo questo*. E' una giovane donna dotata di quel senso dell’umorismo che non fa ridere, e che per questo fa ancora più ridere.
 di Marta Ghezzi da Amman
 Parto domani, vado a trovare la mia famiglia. E spero di riuscire a raccogliere ancora qualche storia.
Le storie che Lama raccoglie sono le storie non ancora raccontate, nascoste sotto la polvere dei ricordi della guerra civile libanese.
Untold tales of courage è il racconto corale delle donne che hanno vissuto in mezzo alla guerra civile, ai bombardamenti, all’occupazione militare.
Ed è proprio questo aver vissuto che interessa a Lama: "Le nostre madri ci hanno protette durante la guerra, ci hanno fatto vivere delle vite normali, per quanto possibile, siamo cresciute, siamo andate a scuola, abbiamo giocato, anche grazie al loro coraggio, alla loro forza, giorno dopo giorno, per anni. Sono queste le storie che ora io voglio raccontare attraverso il mio blog".
"Per il momento, è stato facile mettere assieme le prime testimonianze: sono tutte persone che conosco, c’è la storia di mia madre, quella delle sue amiche o delle madri delle mie amiche, storie che ho visto e vissuto in prima persona. Ora devo iniziare a raccogliere storie fuori dal mio circolo".
"Queste donne, che hanno scelto di restare, di vivere la guerra, sono state un po’ pazze. Ci vuole una dose di incoscienza per tenere tutta la famiglia in una situazione di estremo pericolo come era quella di Beirut sotto i bombardamenti".
"Come mio padre si sentiva responsabile per la mia sicurezza, io ero responsabile per quella dei miei figli e spesso mi sono chiesta se sia stato giusto esporli a tutto questo. Forse no. Beh, in ogni caso lo abbiamo fatto e ora dobbiamo convivere con questa scelta. Continuando a chiderci se sia stata quella giusta (Yola,http://lamathinks.blogspot.com/2011/08/untold-tales-of-courage-confetti-hoover.html). Quella follia lì, questa scelta di restare, vanno raccontate, anche perchè sono tutte donne che ora sono nonne, che entrano nei loro sessanta, settanta. Bisogna mantenere vivo il ricordo di quello che è successo".
"Tra le prime storie che ho raccontato, c’è quella di mia madre".
"Una storia di folle eroismo alla quale sono orgogliosa d’essere geneticamente legata", scrive Lama nel suo blog.
"Ho saputo solo recentemente del diario che mia madre teneva a quel tempo: quando tutti eravamo già a letto, lei si chiudeva in bagno per scrivere quello che succedeva, quello che vedeva e sentiva, per lasciarne una traccia, perchè non andasse tutto perduto per sempre. Io non ho nessun ricordo della guerra, davvero".
"Ero troppo piccola o troppo impegnata nelle mie cose di bambina: ricordo le passeggiate a Hamra (quartiere commerciale di Beirut), ricordo i chioschi che vendevano figurine di cantanti e braccialetti di palstica, ricordo le lunghissime partite a carte con la mia famiglia, ma non ricordo le corse nel sotterraneo durante i bombardamenti".
"Non ricordo l’invasione israeliana, non ricordo morti o feriti, non ricordo niente, però leggendo le pagine del diario di mia madre, ho ricostruito quei ricordi che non avevo più".
"Mia madre ricorda ancora che a scuola una volta scrissi che la cosa che mi spaventava di più era che un giorno il Libano non sarebbe più esistito. Io non ricordo nè di averlo mai pensato nè di averlo scritto".
"Ugualmente, lei si ricorda che, sempre a scuola, scrissi qualcosa sui militari israeliani sotto casa. Io non ricordo nemmeno di averli mai visti, quei militari israeliani".
"Della guerra io ricordo i giorni di scuola saltati e un rumore, che rumore in realtà non è: il vuoto che lasciano gli aerei che abbattono il muro del suono. Se non lo hai mai sentito, non puoi immaginarlo: il senso di sospensione, in attesa di qualcosa, di un boato, di uno schianto, che di solito non arrivava".
"Quando ho intervistato Vali, l’unica cosa che mi raccontava erano buffi aneddoti di quel periodo e episodi divertenti. Ci ho messo ore per farle raccontare quello che davvero volevo sentirmi dire, e alla fine, in ogni caso, lei non vedeva il punto, il motivo del mio interesse per la sua storia".
"Quando le chiesi cosa avesse provato il giorno in cui venne fermata dai miliziani tornando dal lavoro, lei mi rispose: 'E cosa avrei dovuto provare? Non ho provato niente'. Già, è questo l’incredibile: nessuna di queste donne ha la vaga coscienza del miracolo che ha compiuto, resistendo ogni giorno".
"Aspetto con terrore il giorno in cui mi siederò davanti ad una donna che non avrà una storia da raccontare".
"Perchè ci sono: donne che si sono lasciate trascinare dagli eventi, che si sono attaccate alla bottiglia o alle pillole, che hanno passato anni chiuse nelle loro stanze a piangere".
"Abbiamo la tendenza a sopravvalutare la capacità della guerra di cambiare le persone. Alcune persone non cambiano, altre soccombono".
"Durante la guerra e negli anni seguenti, il tasso di dipendenze, da alcol e da psicofarmaci, in Libano era enorme. Fino a poco tempo fa potevi entrare in una qualsiasi farmacia del paese e chiedere del ‘Lexo’ e il farmacista te lo dava, come se fosse una cosa normale, trangugiare calmanti a ripetizione, per non dover affrontare la realtà".
"Ora le cose sono un po’ cambiate. Durante l’invasione del 2006, la gente ha affrontato la cosa in maniera completamente diversa: erano stanchi, non ne volevano nemmeno sentir parlare".
"Molti club di Beirut aprivano filiali sulle montagne o in zone sicure, lontane dai bombardamenti, così la gente, il finesettimana, poteva prendere la macchina e andare a ballare, come se niente fosse".
"La guerra civile è stata un’altra cosa, certo".
"Ricordo il giorno in cui venne dato l’annuncio della fine della guerra. Subito dopo venne smantellata la Linea Verde, il confine che divideva in due Beirut".
"Per me la fine della guerra ha significato solo che potevo andare al cinema, nella metà della città che non avevo mai visto prima. Per mia madre, per le altre madri, sicuramente ha significato qualcosa di più".
 

*Classe 1976, è consulente presso uno studio di ingegneria ambientale ad Amman, vive da anni tra Giordania e Libano.

6 luglio 2012

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