Giordania respinge i profughi palestinesi siriani



1Le autorità giordane hanno voltare le spalle ai rifugiati siriani di origine palestinese minacciando di espellere coloro che sono arrivati ​​in Giordania dalla Siria ,secondo un rapporto pubblicato  da Human Rights Watch. Mentre i locali hanno cercato di aiutare coloro che hanno attraversato la frontiera  fornendo loro tende di fortuna o altro , le autorità giordane stanno cercando altre vie per fronteggiare questa crescente crisi per timore demografici. "A suo merito, la Giordania ha permesso a decine di migliaia di siriani di attraversare le sue frontiere anche in modo irregolare e di muoversi liberamente in Giordania, ma considera i palestinesi in fuga in modo diverso", ha commentato Gerry Simpson di Human Rights Watch. "Tutti coloro che fuggono in Siria hanno diritto a chiedere asilo in Giordania senza essere costretti a tornare in una zona di guerra" . Sa'ad al-Wadi al-Manasir, il segretario generale del ministero degli Interni della Giordania, nega che i profughi siano stati rimandati  in Siria o che i palestinesi siano trattati diversamente,ma alcune testimonianze raccolte dall'organizzazione smentiscono tali affermazioni

'Jordan rejecting Palestinian refugees from Syria'

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Siria. Palestinesi: pregiudizi al confine

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Un rapporto dell'associazione internazionale Human Rights Watch rivela: i palestinesi in fuga dalla Siria verso il confine giordano subiscono arresti, detenzioni arbitrarie, minacce e deportazioni forzate. Un comportamento "illegale" che svela il trattamento differenziale riservato ai cittadini palestinesi in fuga dal conflitto. Che non hanno diritto all'accoglienza, come ogni altro rifugiato. 
 a cura di Cecilia Dalla Negra
 Recentemente, le autorità giordane hanno rimpatriato forzatamente alcuni palestinesi in fuga dalla Siria, minacciandone altri di deportazione. Lo afferma l’associazione Human Rights Watch.  
Da aprile 2012, le autorità hanno anche detenuto arbitrariamente palestinesi in fuga dalla Siria in centri per rifugiati, senza altre opzioni per il rilascio se non il ritorno in Siria.
Le autorità giordane avrebbero dovuto invece trattare tutti i palestinesi della Siria come persone in cerca di rifugio in Giordania, al pari dei richiedenti asilo siriani, cui è stato dato il permesso di rimanere nel paese e di muoversi liberamente in Giordania, dopo essersi sottoposti a controlli di sicurezza e aver trovato dei garanti. 
A metà giugno 2012 HRW ha ascoltato in Giordania le testimonianze di 12 palestinesi, tra cui alcune donne e minori.
Come migliaia di siriani, questi ultimi sono entrati in Giordania senza passare da un posto di blocco di frontiera ufficiale, ma – diversamente dai siriani – sono stati detenuti in pessime condizioni per mesi senza alcuna possibilità di rilascio.
Tre uomini hanno affermato che loro o i loro parenti sono stati rimpatriati forzatamente in Siria, mentre sei uomini – di cui tre con famiglie e bambini piccoli – hanno affermato di essere strati fermati al confine e minacciati di deportazione, anche se in seguito sono stati poi autorizzati a rimanere in Giordania. 
“La Giordania ha permesso a decine di migliaia di siriani di attraversare irregolarmente i confini e di muoversi liberamente nel paese, ma ha trattato i palestinesi ugualmente in fuga in modo differente” dichiara Gerry Simpson, ricercatore e avvocato per HRW.
“Tutti coloro che fuggono dalla Siria, compresi i palestinesi, hanno diritto di cercare asilo e muoversi liberamente in Giordania, e non dovrebbero essere costretti a tornare in una zona di guerra”. 
Dal mese di aprile, le autorità giordane hanno automaticamente arrestato tutti i palestinesi entrati nel paese senza passare attraverso posti di blocco ufficiali, rifiutandosi di rilasciarli.
Questo genere di politica non viene applicata per migliaia di siriani entrati nel paese nello stesso modo. 
I palestinesi stanno infatti arrivando in Giordania nelle stesse circostanze dei siriani in fuga, e non dovrebbero confrontarsi con minacce e rimpatri coatti, secondo HRW.
Nessuno dovrebbe essere trattenuto se non per motivi impellenti e previsti dalla legge, e comunque per periodi limitati nel tempo, con procedure sottoposte a revisione giuridica.
Come i rifugiati siriani, i palestinesi della Siria ascoltati da HRW in Giordania hanno detto di aver lasciato il paese a causa delle violenze e della condizione di insicurezza generale nelle aree in cui vivevano. 
In risposta alle domande sui rimpatri forzati e relative minacce ai palestinesi della Siria, il dr. Sa’d al-Wadi al-Manasir, segretario generale del ministero dell’Interno, ha detto a HRW che la Giordania “non ha rimpatriato nessun palestinese, punto e basta”, e che “non ci sono state minacce di rimpatrio”.
Ha anche aggiunto che “se ci fossero state politiche di non ingresso” sarebbero state cose diverse rispetto a “rimandarli indietro”, e che la Giordania “non ha impedito ai palestinesi con i documenti di entrare”, lasciando intendere che ai palestinesi che hanno cercato di entrare senza documenti di identità potrebbe essere invece stato vietato l’ingresso. 
I palestinesi confutano queste affermazioni, sostenendo che sono stati deportati in Siria dall’interno della Giordania.
Nove detenuti palestinesi hanno detto a HRW di essere stati deportati, di avere parenti che sono stati deportati, o di essere stati fermati con i loro familiari al confine dall’esercito giordano, che ha ordinato loro di tornare indietro puntandogli contro armi, ma che hanno poi desistito dopo le suppliche delle famiglie.
Altri hanno testimoniato di aver parlato al telefono con amici e parenti in Siria che hanno saputo di palestinesi respinti dalle forze di sicurezza giordana al confine senza alcuna motivazione. 
Anche se la Giordania non ha firmato né ratificato la Convenzione sui Rifugiati del 1951, la consuetudine del diritto internazionale sui rifugiati e le leggi internazionali sui diritti umani impongono il rispetto di principi di non-respingimento, che proibiscono ai paesi di rimandare chiunque in un paese nel quale le vite o la libertà possono essere minacciate, o dove queste persone potrebbero affrontare rischi reali di torture o trattamenti inumani, torture o punizioni. 
HRW sostiene che la Giordania dovrebbe estendere la sua attuale politica, che fornisce protezione temporanea de facto agli “ospiti” siriani, anche ai residenti palestinesi in Siria, che fuggono da quello stesso conflitto. 
In base alle consuetudini internazionali inoltre, i richiedenti asilo non possono essere rimpatriati in un luogo dove dicono di temere persecuzioni, anche quando queste affermazioni vengano esaminate con procedure corrette e si determini che non sono fondate.
Le richieste di asilo dovrebbero essere esaminate indipendentemente dal fatto che il richiedente asilo abbia o meno documenti di viaggio o di identità validi.
“Non ci possono essere scuse per la deportazione di persone in situazioni dove ci sono rischi reali per le loro vite” afferma Simpson.
“Le autorità dovrebbero emettere chiari ordini per gli ufficiali di sicurezza ai confini, per proteggere chiunque li attraversi dalla Siria e stia cercando asilo in Giordania”. 
Le recenti interviste con cittadini siriani e palestinesi indicano che c’è una grande maggioranza di persone arrivate recentemente che hanno attraversato i confini di notte con l’aiuto dell’Esercito libero siriano (FSA), dal momento che le guardie siriane a presidio dell’unico confine tra Siria e Giordania – Naseeb-Jaber, vicino alla città giordana di Ramtha – fanno tornare indietro un gran numero di persone.
Alcuni siriani hanno detto di essere riusciti a corrompere le guardie di frontiera (con 30 mila lire siriane, circa 470 dollari per famiglia) e alcune donne hanno testimoniato di aver passato il confine con i loro figli senza problemi. 
Un palestinese che ha attraversato il confine nella notte del 17 marzo 2012 è stato immediatamente preso dai soldati della sicurezza siriani e costretto a tornare due volte in Siria, minacciato di deportazione la terza volta e, alla fine, autorizzato a rimanere in Giordania.
Ha detto a HRW: “Mi hanno detto che non potevo rimanere in Giordania, e si sono rifiutati di dirmi il perché. Mi hanno spinto verso il filo spinato da cui ero entrato e mi hanno intimato con le armi di tornare indietro verso la Siria. Ho tentato di nuovo e mi hanno arrestato e interrogato. Dopo molti altri tentativi mi hanno arrestato e portato nel centro rifugiati di Beshabshe”. 
Un ragazzo palestinese di 20 anni che ha attraversato il confine alle 5 del mattino del 25 marzo con sua moglie e due bambini di 2 e 3 anni con l’aiuto del FSA ha testimoniato: “Dopo aver attraversato il confine, i soldati dell’esercito siriano ci hanno trattenuti tutto il giorno, fino a mezzanotte. Ho detto loro che 7 dei miei fratelli e 3 delle mie sorelle vivono attualmente ad Amman, la capitale giordana".
"Ma, senza dare alcuna spiegazione, hanno detto che non potevamo rimanere in Giordania e che dovevamo tornare in Siria. Ci hanno portati nel luogo dove avevamo attraversato il confine. Potevamo sentire il rumore degli spari dall’altra parte perciò mi sono buttato a terra davanti ai miei figli e li ho pregati di non rimandarci indietro. Mia moglie è svenuta. Poi, senza nessuna spiegazione, ci hanno buttati in macchina e portati nel centro rifugiati di Beshabshe". 


DETENZIONI ARBITRARIE DI PALESTINESI IN FUGA DALLA SIRIA


Dal marzo 2011 al 25 giugno, circa 27.000 siriani in cerca di asilo sono stati registrati in Giordania. Tra questi non sono inclusi le migliaia di palestinesi che hanno lasciato la Siria, che sono stati registrati o assistiti su base informale dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro (UNRWA). 
Dall’inizio del conflitto in Siria, la Giordania ha detenuto temporaneamente tutti i richiedenti asilo – di nazionalità siriana e palestinese – che sono entrati nel paese senza passare attraverso l’unico posto di frontiera riconosciuto tra i due Stati.
In seguito, la Giordania ha liberato tutti i cittadini di nazionalità siriana non appena questi hanno dimostrato la propria identità, superato un controllo di sicurezza e un cittadino giordano si è prestato come garante. In questa veste si è impegnato a prendersi cura di loro e a cooperare con le autorità se si pongono problemi relativi alla persona stessa. 
La maggior parte dei richiedenti asilo siriani è stata rilasciata nell’arco di pochi giorni, molti dal centro di transito di Beshabshe – dove l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR) ha registrato la maggioranza dei siriani in fuga dalle violenze in Giordania – verso le città e i paesi in cui erano diretti.
La media di siriani registrati dall'UNHCR a Beshbshe a giugno 2012 è stata di 150 persone al giorno. 
Solo poche centinaia di siriani che non hanno potuto trovare un garante sono stati trasferiti in uno dei due centri di accoglienza – il “Cyber City” e lo stadio di Ramtha – dove hanno atteso per settimane, o in alcuni casi per mesi, per trovare dei garanti. Circa 750 persone sono attualmente al centro di Beshabshe e altre 750 a “Cyber City” e a Ramtha. 
I palestinesi in arrivo dalla Siria, la maggior parte dei quali ha parenti in Giordania, sono stati inizialmente rilasciati sotto la politica di garanzia.
Ma a metà aprile 2012, le autorità giordane hanno iniziato ad escluderli da queste politiche senza dare loro alcuna spiegazione. 
Oltre a loro, tutti i palestinesi che sono entrati in Giordania attraverso un posto di frontiera ufficiale sono stati portati nella “Cyber City”.
Il nome fa riferimento a un vasto complesso fortificato di aziende tecnologiche vicino alla città di Ramtha.
I siriani che non sono stati in grado di trovare garanti e i palestinesi sono ospitati in piccoli blocchi di appartamenti prima utilizzati per gli impiegati stranieri che lavoravano per le aziende nel complesso.
Dal 25 giugno, 347 siriani e 140 palestinesi della Siria stanno vivendo lì in condizioni di sovraffollamento, ricevendo assistenza da agenzie di soccorso internazionali compresi UNHCR e UNRWA. 
Le persone che vivono in questi appartamenti possono muoversi nei dintorni, ma sono guardati a vista dalla polizia posta a 30 metri dall’ingresso, e non possono lasciare le immediate vicinanze dell’area. 
Le linee guida dell'UNHCR sulla detenzione dei richiedenti asilo definisce la detenzione stessa come “un confinamento all’interno di un luogo circoscritto o delimitato da confini, comprese prigioni, campi chiusi, strutture detentive o zone di transito aeroportuali nelle quali la libertà di movimento sia sostanzialmente limitata, e l’unica possibilità di lasciare queste aree delimitate sia di lasciare il territorio stesso in cui si trovano”.
Il modo in cui i palestinesi sono tenuti nella “Cyber City”, senza possibilità di essere rilasciati, incontra la definizione di “detenzione” di UNHCR. I palestinesi di “Cyber City” hanno detto a HRW di essere arrivati lì all’inizio del mese di giugno. 
Il dr. Al-Manaseer, segretario generale del ministero dell’Interno, ha giustificato la politica di rilascio dei siriani e di detenzione dei palestinesi a HRW con la motivazione che i palestinesi non starebbero rischiando violenze in Siria.
Ha aggiunto che i 140 palestinesi che si trovano a “Cyber City”  non sono stati ancora deportati come “gesto umanitario”.
Non è stato in grado di spiegare perché la Giordania ha cambiato politica a metà aprile, in modo che ai palestinesi che entravano irregolarmente non fosse più concesso di entrare e muoversi liberamente nel paese. 

 LA CONDIZIONE DEI PALESTINESI IN SIRIA
 Il 28 giugno, HRW ha raggiuto telefonicamente alcuni palestinesi in Siria. Questi hanno testimoniato che le forze di sicurezza siriane stanno attualmente detenendo migliaia di persone, compresi palestinesi, nel sobborgo di Yarmouk, a Damasco, dove 200 mila palestinesi vivono abitualmente.
Yarmouk è circondato da quartieri dove ci sono state agitazioni, come al Hajar, al Aswad, al Qaddam, al Midan, al Tadamon e al Zahra.
Alcuni palestinesi hanno preso parte a manifestazioni anti-governative a Yarmouk nelle quali l’Esercito libero siriano (FSA) si è scontrato con l’Esercito siriano. 
Hanno testimoniato inoltre che centinaia di palestinesi hanno recentemente abbandonato la città di Homs e i suoi sobborghi a causa delle violenze, così come quella di Daraa per i pesanti bombardamenti recenti, cercando rifugio a Yarmouk.
Le stesse fonti governative riferiscono che l’artiglieria siriana ha fatto 4 vittime e 15 feriti tra i palestinesi nel campo profughi palestinese della città di Deraa il 26 giugno scorso
“I palestinesi in Siria sostengono di fuggire dalle proprie abitazioni a causa dei combattimenti, per l’insicurezza generale dell’area e per il timore di essere arrestati, esattamente come i siriani”, ha affermato Simpson.
“Le differenziazioni di trattamento tra siriani e palestinesi richiedenti asilo delle autorità (giordane, ndt) appaiono come una discriminazione sulla base della nazionalità, e non ci sono prove che i palestinesi in Siria corrano rischi minori rispetto ai siriani”. 
 LE LEGGI INTERNAZIONALI SULLA DETENZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO
La Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) vieta severamente la detenzione arbitraria, affermando che “nessuno dovrebbe essere privato della propria libertà, a meno che per motivi stabiliti dalla legge e in accordo con le sue procedure”.
Afferma inoltre che ogni persona detenuta ha il diritto di vedere la legalità della propria detenzione sottoposta al giudizio di una corte, che può ordinare il suo rilascio se la detenzione non risulti legale. 
La ICCPR vieta anche ogni tipo di discriminazione sulla base della nazionalità di origine. Questo significa che qualsiasi trattamento differenziale tra siriani e palestinesi deve essere rigorosamente giustificato, cosa che secondo HRW le autorità giordane hanno mancato di fare. 
Se le autorità giordane sono preoccupate che la fuga di palestinesi dalla Siria possa costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, sono obbligate dal diritto internazionale a procedere con una verifica caso per caso sulla necessarietà della detenzione, in accordo con le leggi giordane e soggetta comunque alla possibile revisione di un giudice, sostiene HRW. 
Non possono in alcun modo stabilire che un intero gruppo rappresenti una minaccia. 
“La Giordania dovrebbe permettere a tutti i richiedenti asilo coinvolti dai combattimenti in Siria di entrare e restare nel paese, almeno temporaneamente”, ha detto Simpson.
“Dovrebbero accoglierli senza discriminazioni basate sulla loro nazionalità di origine, e senza minacciarli di detenzioni arbitrarie o rimpatri forzati”. 
Il rapporto in lingua orginale è consultabile qui

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