Come l’Iran potrebbe considerare le minacce di Ray Mcgovern
Di Ray Mcgovern
5 luglio 2012
Nel gergo della CIA, “Aardwolf è l’etichetta di un particolare genere di rapporto dei servizi segreti inviati da stazioni della CIA all’estero al quartier generale di Washington. Un Aardwolf esprime la valutazione formale del capo della stazione riguardo alla direzione che stanno prendendo gli eventi nella nazione che gli/le è stata assegnata – e spesso le notizie sono cattive.Un Aaardwolf è relativamente raro ed è letto avidamente; è sincero e spesso non gradito. ( Nel 2006 il libroState of War [Lo stato della guerra], scritto da James Risen descrive due Aardwolf inviati al quartier generale della CIA nella seconda metà del 2003 dal capo della stazione di Baghdad che descriveva il deterioramento della situazione in Iraq –che aveva fatto arrabbiare molti dei suoi capi).Supponiamo quindi che ci sia un capo iraniano di una stazione insediato, in una, diciamo, rappresentanza dell’Iran all’ONU a New York. E’ molto probabile che lui o lei avrebbero il compito di elaborare periodiche valutazioni di tipo Aaardwolf per importanti funzionari della Repubblica Islamica.E in questo periodo di tensioni accentuate con Stati Uniti e l’Occidente, Tehran presumibilmente sarebbe interessata alla valutazione di un articolo di commento basato sugli eventi dei mesi recenti, che cosa potrebbe avere in serbo la seconda metà del 2012 su questioni urgentissime come il problema nucleare e la relazione a tre Iran-Stati Uninti-Israele.Mettersi nei panni degli altri è sempre una cosa importante ma spesso è evitata dai funzionari e dai giornalisti americani. E’ particolarmente difficile quando si tratta con nazioni come l’Iran che non sono così facili da capire per gli occidentali. Storie false complicano ulteriormente le cose, così come degli inconsci paraocchi che possono influenzare gli analisti che seguono “il vecchio paradigma” che cercano di avere in programma soltanto la ricerca della verità oggettiva.Non ridete. Il fatto che gli analisti statunitensi dello spionaggio siano ancora capaci di un lavoro onesto basato sul vecchio paradigma, si può vedere nella loro continua resistenza, finora con il pieno appoggio della direzione – alla forte pressione politica per cambiare la loro valutazione cruciale della fine del 2007 che gli Iraniani avevano smesso di lavorare a un’arma nucleare durante l’autunno del 2003.Lasciate, quindi che metta in opera la mia immaginazione per vedere se possa “spremere” qualche intuizione utile dal tentativo di “impersonare” un Capo di una stazione della CIA in Iran nel seguente ipotetico Aardwolf a Tehran. Questo messaggio potrebbe essere qualche cosa così:
Problema nucleare: Che cosa combinano gli Stati Uniti e Israele?
Avendo ormai alle spalle metà del 2012, e con le elezioni presidenziali negli Stati uniti che si profilano soltanto tra quattro mesi, cercherò di essere sincero e categorico riguardo a ciò che considero dei pericoli che la Repubblica Islamica dovrà affrontare nei mesi prossimi. Di seguito ci sono i punti fondamentali della nostra valutazione di metà anno, elaborati in modo più completo nel testo che segue:
1. La Repubblica islamica è considerata dalla maggior parte degli Americani come il Nemico n. 1. Come distruggere nel modo migliore le nostre “ambizioni nucleari” è diventato il primo problema di politica estera nella campagna per l’elezione del presidente.
2. Nel trattare con l’Iran, i mezzi di informazione statunitensi finanziati dalle grosse imprese si stanno comportando proprio come hanno fatto prima dell’attacco all’Iraq. E’ come se i disastri dell’Afghanistan e dell’Iraq non fossero mai successi. Questa volta è la Repubblica islamica a essere nel mirino e alcune figure influenti sembrano desiderose di premere il grilletto. Per esempio, Jackson Diehl, vice direttore della pagina dedicata agli editoriali del Washington Post, ha chiesto se “sarebbe ancora fattibile portare un attacco aereo sulle attrezzature nucleari iraniane” se gli Stati Uniti si impegneranno dal punto di vista militare in Siria.
3. All’interno della “bolla” della Washington ufficiale, la guerra in Iraq è spesso rappresentata come un successo e i neo-conservatori filo-israeliani in gran parte responsabili della catastrofe restano in posizioni molto importanti. Il grido da macho dei neo-conservatori –“I veri uomini vanno a Tehran” è di nuovo molto in voga.
4. I politici codardi, specialmente al Congresso, marciano a ranghi serrati seguendo il ritmo della lobby della Likud. Il Presidente Barack Obama in privato forse non desidera continuare, ma non ha il coraggio di rompere le fila.
5.Al contrario che alla vigilia dell’ l’Iraq, quando Bush, Cheney e Rumsfeld desideravano ardentemente la guerra, questa volta né la Casa Bianca, né il Pentagono vogliono ostilità. Tuttavia, quella che prevale è una specie di paura impacciata e disperata che, in un modo o nell’altro, Israele riuscirà a provocare delle ostilità – dando un breve preavviso o anche nessuno, alla sua superpotenza “alleata”.
6. Come abbiamo visto in Iraq e in Afghanistan, i generali statunitensi di più alto grado sono virtualmente tutti arrivisti , e nessuno ha dimenticato quanto è accaduto all’ammiraglio William Fallon che diceva: “sul mio orologio non c’è (l’ora) della guerra con l’Iran”. E’ diventato presto un ammiraglio in pensione. Essi seguiranno, quindi gli ordini legali o no –così riflessivamente come i Prussiani di una volta, lasciando che le truppe e la gente “locale” delle nazioni obiettivo ne subiscano le conseguenze. Negli Stati Uniti non è quasi mai sentito dire che un generale si dimetta per principio, per quanto stupida sia la missione.
7. E’ convinzione comune qui che il voto a favore di Israele sia la condicio sine qua non per essere eletto alla Casa Bianca. Obama, quindi è altamente sensibile al bisogno percepito di non apparire di minore supporto a Israele rispetto a Mitt Romney che lo scorso autunno ha detto a un giornale israeliano: “Le azioni che intraprenderò saranno azioni consigliate e appoggiate dai leader politici israeliani.”
8. Si è prestata una certa attenzione agli avvertimenti giunti da preminenti funzionari politici, militari e dei servizi segreti di Israele di non attaccare l’Iran. La loro franchezza rivela quanto seriamente considerino il pericolo che il Primo ministro Bejamin Netanyahu si possa imbarcare in un’avventura che può provocare la distruzione dello stato di Israele. Netanyahu però crede di avere ancora l’iniziativa e di le carte buone, il che è certamente vero dato il sistema politico statunitense.
9. In quanto ai generali di Israele, esso obbediranno – come i loro colleghi americani.
10. Ci sono ampie prove che Netanyahu crede che Obama manchi di spina dorsale e che scoppiano le ostilità con l’Iran prima dell’elezione di novembre, Obama si sentirà obbligato a dare appoggio incondizionato a Israele, compreso un impegno militare attivo. Secondo me, Netanyahu farebbe un calcolo corretto.
11. La situazione strategica di Israele si è notevolmente deteriorata durante lo scorso anno; l’ex capo del Mossad, Meir Dagan, la descrive come “il momento peggiore della sua storia.” Israele non può contare più su stretti legami con l’Egitto o con la Turchia, e sta diventando isolato anche da altri paesi. . Gli sviluppi della situazione in Egitto sono una grossa preoccupazione, dato che gli Egiziani hanno già cancellato un patto importante per la distribuzione di gas. Questo potrebbe incrementare l’incentivo di Israele ad avere una dimostrazione tangibile che “l’unica superpotenza rimasta”, almeno, rimane saldamente in campo.
12. I legami degli Stati Uniti in campo militare e dei servizi segreti sono tanto stretti quanto quelli che hanno permesso il vittorioso attacco aereo di Israele contro le installazioni nucleari irachene a Osirak nel 1981. Proprio questo mese, gli amici di Israele al Congresso hanno respinto un tentativo fatto dal Direttore sei Servizi segreti nazionali per stralciare la frase “compreso lo spionaggio satellitare” da una lista di miglioramenti della sicurezza inclusi nell’Atto di Cooperazione per il potenziamento della sicurezza, tra Stati Uniti e Israele del 2012.
13. Iniziare o provocare ostilità con l’Iran sarebbe un azzardo enorme e fatale per Netanyahu, data la vulnerabilità di Israele davanti alla reazione iraniana e ai consigli privati di Washington di non precipitare la guerra. Ma se Israele andasse comunque avanti, scommetto che i militari statunitensi sarebbero “tirati dentro” anche se l’Iran sarebbe attento a limitare la sua reazione a obiettivi israeliani.
14. Sul problema nucleare, dopo le ultime tre serie di colloqui, sembra chiaro che l’Occidente non riconoscerà neanche il nostro diritto compreso nell’Atto di non Proliferazione di sviluppare, produrre e usare l’energia nucleare per scopi pacifici senza condizioni rigide. Piuttosto, la “posizione negoziale” dell’Occidente è quasi uguale alle richieste massime di Netanyahu che noi abbandoniamo il nostro progetto di trasformare i materiali nucleari e che smontiamo la attrezzature fondamentali.
15. L’obiettivo più grande sembra essere il cambiamento di regime per mezzo di minacce, sanzioni, azioni segrete, attacchi cibernetici, con la prospettiva che arrivi il peggio.
16. Per concludere, vorrei ricorrere ad alcune espressioni americane comuni: per quanto riguarda il problema nucleare, che possiamo essere maledetti se lo facciamo, e maledetti se non facciamo. Dal momento che c’è una possibilità reale che saremo attaccati in un qualche momento dei prossimi mesi, abbiamo bisogno di correre ai ripari e di tenere gli occhi ben aperti. Sarebbe estremamente sciocco sperare in una qualche significativa interruzione dell’ostilità degli Stati Uniti nei riguardi della Repubblica Islamica, almeno fino alla fine dell’anno.
Che cosa spinge Israele?
Non credo che gli Israeliani considerino il nostro programma nucleare come una minaccia imminente, malgrado abbiano fatto del problema una cause célèbre, il pezzo forte della loro politica estera e un filo elettrico nella politica americana attuale. Il problema è il perché; si possono identificare almeno 5 obiettivi:
1 Rovesciare il governo della nostra Repubblica islamica. (ombre del 1953). L’eufemismo ora in voga è: “cambiamento di regime”.
2. Creare in Iran il tipo di stenti, di devastazione o, se preferite, di cancellazione che ha ridottola capacità dell’Iraq, dopo l’invasione, di appoggiare i Palestinesi. Una parte cruciale della strategia di Israele è di ridurre le risorse dei sostenitori di Hezbollah e di HAMAS e di fermare i loro sistemi di supporto.
Di conseguenza, anche se le ostilità producessero qualche cosa all’infuori del “cambiamento di regime”, i nemici vicini di Israele sarebbero molto indeboliti e Israele sarebbe in una posizione di forza per dettare “termini di pace” ai Palestinesi – e anche per incoraggiare molti di loro alla “auto-deportazione”, per usare un eufemismo di Mitt Romney per indicare la pulizia etnica di “alieni” indesiderati.
3. Deviare l’attenzione dai colloqui pieni ostacoli con i Palestinesi , mentre i coloni israeliani procedono rapidamente a creare sempre più “fatti reali” in Cisgiordania.
4. Ritardare di pochi anni il programma iraniano per l’arricchimento dell’uranio, e approfittare di una “finestra di opportunità a breve termine offerta dal presidente americano preoccupato per le prospettive della sua rielezione.
Rifiutare gli accordi seguiti alla II Guerra Mondiale
Agli Americani piace molto dire, “Dopo l’11 settembre tutto è cambiato.” E quindi gli Americani non hanno prestato molta attenzione quando il Presidente George W. Bush il 1° giugno del 2002 durante un discorso per una cerimonia di laurea all’Accademia militare di West Point, ha affermato sfacciatamente il diritto di lanciare il tipo di guerra preventiva proibita a Norimberga e nella Carta dell’ONU. Il discorso di West Point ha messo le fondamenta dell’attacco all’Iraq avvenuto dieci mesi dopo (e di una guerra aggressiva che alla fine è stata bollata come illegale dal segretario generale dell’ONU). Le parole di Bush a West Point, però, hanno indicato la determinazione di Washington di non sentirsi legato ai trattati seguiti alla II Guerra mondiale e ad altri accordi.Molta gente negli Stati Uniti e all’estero è diventata gradualmente insensibile ai principi della legge internazionale quando questi limitano il desiderio di Washington di attaccare un altro stato sovrano spacciandolo come mezzo per rendere più sicuri gli Americani. Dopo l’11 settembre, iniziare il tipo di “guerra di aggressione” che è stata criminalizzata a Norimberga nel 1945, è stato a poco a poco accettato.E quindi la maggior parte degli Americani accettano come un dato di fatto che certamente andrebbe bene se Israele e/o gli Stati Uniti attaccassero la Repubblica Islamica nel caso elaborassimo delle armi nucleari, anche se non c’è nessuna legge internazionale o nessun precedente che giustifichi un attacco contro di noi.Inoltre, l’articolo 2(4) della carta dell’ONU proibisce espressamente la minaccia di usare la forza così come il reale uso della forza. Questo però è una riflessione fatta in base a un “vecchio paradigma”. Quando i funzionari degli Stati Uniti, da Obama in giù, ripetono il mantra che “ogni cosa è sul tavolo”, compresa l’opzione militare, questa è una violazione della Carta dell’ONU, e tuttavia qui nessuno sembra seccato da questo fatto.Ricordate la risposta disinvolta di Obama quando in febbraio gli è stato chiesto se pensava che Israele avesse deciso di attaccare l’Iran. “Non credo che Israele abbia preso una decisione,” ha risposto semplicemente – come se la decisione fosse su qualche problema di routine – non sul fatto di iniziare il tipo di “guerra aggressiva” proibita a Norimberga.Morale della favola: la legge internazionale – come direbbero gli Americani – non è un problema.Le dichiarazioni di importanti funzionari statunitensi e israeliani sono tutte confuse quando ci si occupa delle “ambizioni” nucleari della Repubblica Islamica. Per esempio, l’8 gennaio, il Segretario alla Difesa Leon Panetta, ha detto a un pubblico televisivo: “Essi [gli Iraniani] stanno preparando un’arma nucleare? No, ma sappiamo che stanno cercando di sviluppare un potenziale nucleare.” [Face the Nation, CBS, 8 gennaio 2012].Queste sono le sue osservazioni durante un’ altra discussione in un programma televisivo il 27 maggio:“La premessa fondamentale è che né gli Stati Uniti, né la comunità internazionale permetteranno all’Iran di elaborare un’arma nucleare. Faremo qualsiasi cosa ci sarà possibile per impedirgli di produrre un’arma di quel genere.”Le dichiarazioni della dirigenza israeliana, comprese quelle della controparte di Panetta, Ehud Barak, sono altrettanto ipocrite e mettono in risalto che gli Stati Uniti e Israele sono obbligati e determinati a impedire che facciamo ciò che entrambi i capi della difesa hanno pubblicamente riconosciuto che l’Iran non sta facendo. Non ci si deve meravigliare molto che così tante persone siano confuse.
Evitare la guerra preventiva
Il Golfo Persico sarebbe un posto ideale perché Israele prepari una provocazione tentando di suscitare una reazione da parte nostra che, a sua volta porterebbe a un attacco di Israele su vasta scala contro i siti nucleari.Dolorosamente consapevole di questo probabile scenario, l’allora Capo di Stato maggiore Ammiraglio Mike Mullen, ha osservato, durante una conferenza stampa del 2 luglio 2008, che il dialogo da militari a militari poteva “portare a una migliore comprensione” tra gli Stati Uniti e l’Iran. Questo potrebbe essere il momento opportuno per riportare in vita quella idea e proporre formalmente un dialogo di questo tipo agli Stati Uniti.
Le due modeste proposte che seguono potrebbero fare molto per evitare uno scontro armato – sia casuale che provocato da coloro che possono realmente desiderare di far precipitare le ostilità e coinvolgere gli Stati Uniti.
1. Stabilire un collegamento diretto per comunicare tra gli ufficiali militari di alto rango di Washington e Tehran, per ridurre il pericolo di incidenti, di errori di calcolo, o di attacco segreto.
2. Iniziare immediatamente dei negoziati da parte dei massimi ufficiali di marina iraniani e americani per concludere un protocollo per gli incidenti in mare. Un precedente interessante è l’accordo per la prevenzione degli “Incidenti-in-mare “ tra gli Stati Uniti e la Russia, firmato a Mosca nel maggio 1972. Quello era anche un periodo di alta tensione tra i due paesi e comprendeva diversi scontri involontari che si sarebbero potuti aggravare. L’accordo ha ridotto nettamente la probabilità di incidenti simili.
3. Credo che sarebbe difficile che gli Americani si oppongano a misure che siano così di buon senso. I resoconti di stampa mostrano che i massimi comandanti statunitensi di stanza nel Golfo Persico, hanno favorito passi di questo genere. E, come è stato già indicato precedentemente qui, l’Ammiraglio Mullen ha auspicato dall’inizio un dialogo da militari a militari.
Nelle circostanze attuali, è diventato sempre più urgente discutere seriamente come gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica possano evitare un conflitto iniziato per casualità, errore di calcolo o provocazione. Né gli Stati Uniti né l’Iran possono permettersi di lasciare che un incidente evitabile in mare vada fuori controllo.
Con un briciolo di mutua fiducia, queste azioni di buon senso potrebbero essere accettate ampiamente e rapidamente negli Stati Uniti, se non altro come modo di tenere a freno il “Nemico n. 1”. Non tocca a me suggerirlo, ma lo faccio in maniera informale, in parte perché i miei colleghi russi qui all’ONU in molte occasioni mi hanno scovato per discutere sui recenti sviluppi. Proprio questa settimana, il Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, riferendosi agli appelli di Israele per un’azione più energica contro l’Iran, ha detto:”Per risolvere questo problema [del nucleare] è necessario astenersi da costanti minacce di usare la forza, abbandonare gli scenari che hanno come obiettivo l’Iran, e smettere di accantonare i negoziati in quanto fallimentari.”
Fine dell’immaginario Aardwolf a Tehran.
Originale : Antiwar.com
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY -NC-SA 3.0

Commenti
Posta un commento