Anna Momigliano : Perché Romney va in Israele?


  Il candidato repubblicano fa la voce grossa con l'Iran. I sondaggi mostrano che la maggior parte degli ebrei americani vota Obama e non ritiene la sicurezza di Israele un fattore importante

di Anna Momigliano
Dichiara che Gerusalemme è la capitale di Israele e attacca il nucleare iraniano. Mitt Romney, il candidato repubblicano per le elezioni che a novembre decideranno il presidente degli Stati Uniti, nella sua visita a Gerusalemme ha fatto di tutto per consolidare le sue credenziali di “amico di Israele.” Anche a costo di toccare argomenti scottanti e fare promesse che difficilmente potrà mantenere.
Per esempio Romney ha dichiarato che, se sarà eletto presidente, intende spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Non è il primo politico americano a fare promesse simili, anzi, il Congresso Usa ha varato un atto, nel lontano 1995, in cui si richiedeva al presidente di spostare la rappresentanza diplomatica... Però nessuno è mai passato dalle parole ai fatti. DaClinton a Bush, fino a Obama, ogni presidente ha rimandato la questione citando preoccupazioni di sicurezza: il timore è che lo spostamento dell'ambasciata in Israele solleverebbe una rivolta nel mondo arabo. Difficile pensare che Romney potrebbe riuscire dove già tre dei suoi predecessori (incluso il collega repubblicano George W.) hanno fallito.
Promesse da marinaio, dunque. Resta da chiedersi a chi fossero rivolte. E' opinione comune che, con la sua visita in Israele, Romney stia corteggiando il voto degli ebrei americani. Questo probabilmente è vero, ma solo in parte. Bisogna infatti tenere conto di tre fattori: 1) l'importanza del voto ebraico è spesso esagerata dalla stampa al di fuori degli Usa, e non è determinate; 2) gli ebrei americani sono tradizionalmente più democratici che repubblicani e, soprattutto, 3) come tutti gli altri americani, anche quelli di origine ebraica tendono a scegliere un candidato principalmente in base a questioni di politica interna ed economia. Non è poi così vero, insomma, che gli ebrei americani votino in base agli interessi di Israele.
Analizziamo qualche dato. Prima di tutto, quanto conta il voto ebraico? Poco, ma non pochissmo. Secondo la Cnn, gli ebrei sono il 4 per cento dell'elettorato americano. In realtà, sono il 2 per cento della popolazione, ma sono maggiormente rappresentati alle urne e la ragione è piuttosto semplice: in media gli ebrei votano di più, l'80% si reca alle urne, contro una media americana che si aggira intorno al 57% degli aventi diritto.
Poi, per chi votano? A fine luglio è uscita una indagine Gallup sull'orientamento politico degli ebrei americani: il 68 per cento di loro sostiene Barack Obama, mentre il 25 per cento sostenere il presunto candidato presidenziale repubblicano, Mitt Romney; gli altri sono indecisi.
E, infine, in base a cosa scelgono chi votare? E' questo, probabilmente, il dato più rilevante. Un sondaggio nazionale condotto in maggio da da un team guidato dal professor Steven M. Cohendella Hebrew Union College, dimostra che la maggior parte degli ebrei americani ritiene come fattore principali nelle elezioni: "la giustizia economica, compresa la regolamentazione delle istituzioni finanziarie; il supporto per la tassazione progressiva (cioè più tasse ai ricchi, meno ai poveri, NdA),  una maggiore assistenza governativa ai bisognosi".
Ne consegue, è la conclusione del sondaggio, che "l'attaccamento a Israele non è un forte fattore nella decisione di voto presidenziale" da parte degli ebrei americani.
Allora, posto che il voto ebraico non è così rilevante e che comunque gli ebrei americani non votano in base agli interessi di Israele, come mai Romney ha speso tante risorse ed energie a consolidare le sue credenziali di “sostenitore di Israele”? E' probabile che, in realtà, Romney stesse cercando di corteggiare, piuttosto, l'ala destra del suo stesso partito: un modo per fare capire ai suoi critici da destra che anche lui può fare il duro in politica estera, facendo la voce grossa con l'Iran e il terrorismo islamico. Se e come passerà dalle parole ai fatti, nel caso sia eletto, resta tutto da dimostrare.

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