Amira Hass : repressione a Ramallah ,palestinesi umiliati da loro stessi
Palestinians humiliated by their own
Gli uomini della sicurezza hanno sferrato i loro colpi come se non ci fosse un domani, come se stessero difendendo le loro vite.
Palestinians face the real police violence – with no right to demonstrate
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Gli uomini della sicurezza hanno sferrato i loro colpi come se non ci fosse un domani, come se stessero difendendo le loro vite.
No, non era la polizia di Tel Aviv, ma quella palestinese di Ramallah.
Sabato scorso (il 30 giugno, ndr), con cautela e moderazione rispetto ai loro omologhi israeliani, e di nuovo domenica con crescente brutalità, la polizia palestinese ha cercato di impedire a un piccolo gruppo di manifestanti di avanzare verso il grande complesso presidenziale, la Muqata.
A Ramallah come a Tel Aviv, nel villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania o a New York, la violenza delle forze di sicurezza non ha mai a che vedere con il capriccio personale di chi comanda o dei suoi sottoposti.
L’ordine viene sempre dall’alto. Anche se all’inizio è difficile capirne la logica.
Armati dello slogan “Basta con il coordinamento di sicurezza”, i membri del gruppo si sono chiamati “Palestinesi per la Dignità”, mostrando un coraggio ammirevole di fronte ai manganelli e ai pugni del personale addestrato da polizia e intelligence in Giordania, Russia, Egitto, Francia e Stati Uniti.
Se non fossero stati picchiati, probabilmente i manifestanti non avrebbero ricevuto le stesse attenzioni.
Adesso invece tutti parlano di loro, non solo i simpatizzanti che non hanno scrupoli sugli slogan più duri o sull’epiteto di “traditore” attribuito ad alcuni comandanti di polizia.
Uno slogan ambiguo ma efficace della protesta era “Oh, che vergogna”.
Ogni palestinese ha compreso l’obiettivo dei manifestanti – molti dei quali erano figli di ricchi genitori che hanno qualche tipo di connessione con le istituzioni dell’Autorità Palestinese – quando hanno detto di aver subito sufficienti umiliazioni.
Stavano esprimendo il sentire di moltissime persone.
Come ogni regime non eletto, il dominio israeliano sui palestinesi per sua stessa natura ha bisogno di umiliarli e degradarli.
Il tono arrogante di un ispettore dell’amministrazione civile, il gesto di finta gentilezza di un ufficiale di collegamento israeliano, che taglia in due il percorso tra il campo di olivi e la casa quando compare una nuova colonia israeliana.
Ogni piccola cosa che riguarda il dominio di Israele è umiliante.
L’innesco che ha scatenato le manifestazioni è stata l’umiliazione ricevuta per l’intenzione del presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, di ospitare un altro incontro inutile.
Questa volta doveva essere con il vice primo ministro (israeliano, ndr) Shaoul Mofaz che, durante il suo incarico di Capo di Stato Maggiore della Difesa israeliana, gestì l’assedio di Yasser Arafat, e che è stato inserito dai gruppi palestinesi per i diritti umani nella lista dei criminali di guerra che dovrebbero essere giudicati dai tribunali internazionale per aver colpito dei civili.
Ma la compartecipazione all’umiliazione non è iniziata e non finisce con la visita di Mofaz.
Cos’è se non un’umiliazione la richiesta del primo ministro Salam Fayyad a Stanley Fischer, governatore della Banca di Israele, che Tel Aviv si assicuri un prestito da 100 milioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale affinché l’Autorità Palestinese non collassi, e possa pagare i salari pubblici, compresi quelli delle forze di polizia?
Cos’è se non un’umiliazione le coscienziose osservazioni di Fayyad per il profondo danno economico che le politiche di chiusura israeliane stanno causando, insieme all’annessione dell’area C (61% della Cisgiordania), e il divieto di esportazioni da Gaza, mentre segretamente chiede l’elemosina a Fischer, come se quest’ultimo fosse ancora un suo collega al Fondo monetario Internazionale e non il rappresentante del governo che sta causando il collasso del sistema economico palestinese?
Quindi, ancora una volta, l’artificiosa operazione di Oslo è dimostrata: il mondo paga l’Autorità Palestinese per finanziare il settore pubblico palestinese, compreso quello delle forze di sicurezza, il cui lavoro è di reprimere il suo stesso popolo che protesta per la trasformazione dell’Autorità Palestinese in un subappaltatore dell’esercito israeliano, dell’amministrazione civile e dei servizi segreti dello Shin Bet, che a loro volta sostengono le politiche del governo israeliano per distruggere le aspirazioni palestinesi di indipendenza.
Alcuni degli slogan dei giovani manifestanti di Ramallah hanno rivelato una qualche immaturità politica.
Ma il loro messaggio è molto più profondo di uno slogan. I dimostranti stanno chiedendo che l’Autorità Palestinese smetta almeno di collaborare alla loro umiliazione.
Questo è il loro contributo alla crescente domanda di elaborare una nuova strategia contro il dominio straniero.
Questa è la ragione per cui le persone che hanno recapitato il pestaggio – gli scagnozzi dell’Autorità Palestinese – lo hanno fatto come se le loro stesse vite dipendessero da questo.
*Amira Hass è editorialista del quotidiano israeliano Ha’aretz, su cui questo articolo è stato pubblicato.
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