Richard Falk :il massiccio sciopero della fame dei Palestinesi: volare al di sotto dei radar occidentali


4 maggio 2012
 Qualcuno può dubitare che se ci fossero 1300 persone che fanno lo sciopero della fame nel mondo  non  Palestinesi, i mezzi di informazione in Occidente sarebbero ossessionati dalla loro storia? Sarebbe presentata giorno dopo giorno e riportata da tutti i punti di vista, compresi i gravi rischi per la salute collegati a questo lungo rifiuto di assumere cibo. L’associazione per la protezione dei prigionieri, Addameer, e la ONG Physicians for Human Rights –Israel (Medici per i Diritti umani – Israele) hanno dato notizia che adesso i due Palestinesi che sono stati i primi a iniziare questa attuale ondata di resistenza, Thaer Halaleh e Bilal Diab, e che stanno iniziando il 64° giorno senza cibo, sono in una condizione critica dato che le loro vite sono in equilibrio precario.  Malgrado questa situazione drammatica, c’è scarsa attenzione in Europa e letteralmente nessuna in Nord America.
Considerate invece l’attenzione che i mezzi di informazione occidentali hanno riservato a un solo avvocato cinese cieco, attivista per i Diritti Umani Chen Guangchen, che è riuscito a scappare dagli arresti domiciliari a Pechino pochi giorni fa e a trovare un rifugio sicuro nell’Ambasciata degli Stati Uniti.  Questo è di sicuro un importante incidente internazionale, ma è realmente così più significativo della storia palestinese da spiegare il totale disinteresse delle straordinari imprese di queste migliaia di Palestinesi che sacrificano i loro corpi, molto probabilmente le loro vite, per protestare in modo non violento contro i gravi maltrattamenti del sistema carcerario israeliano? Eccetto che tra i loro connazionali, e in una certa misura nella regione, queste migliaia di prigionieri palestinesi languiscono all’interno di un’opaca scatola nera dal 1967, viene loro negata la protezione, esistono senza diritti, e  tirano avanti  nel modo migliore senza che venga neanche riconosciuta la loro condizione.
C’è un altro paragone da fare. Ricordate che flusso di  preoccupazione e compassione c’è stato in tutto l’Occidente per Gilad Shalit, il soldato israeliano che era stato catturato al confine con Gaza e tenuto prigioniero dai Palestinesi per 5 anni? E’ stata organizzata un’imponente campagna in tutto il mondo per il suo rilascio, sulla base di motivi umanitari che è stata costantemente rafforzata dai mezzi di informazione. I dirigenti politici mondiali hanno implorato la sua liberazione, e i funzionari israeliani    hanno perfino detto alle forze  durante i massiccia attacchi contro Gaza alla fine del 2008 che ha ucciso più di 1.450 Palestinesi, che la loro vera missione era di liberare Shalit o almeno di ritenere responsabile l’intera popolazione di Gaza. Quando alla fine Shalit è stato rilasciato pochi mesi fa con uno scambio di prigionieri, c’è stato un breve festeggiamento che si è concluso bruscamente quando, con molto disappunto     dei dirigenti israeliani, Shalit ha riferito di essere stato trattato bene durante la sua detenzione.  Il padre di Shalit è andato anche oltre, dicendo che se fosse stato un Palestinese avrebbe cercato di catturare i soldati israeliani. Non c’è da sorprendersi che Shalit, invece di essere venerato  come un eroe israeliano sia sparito tranquillamente dalla scena  pubblica.
Questa attuale ondata di scioperi della fame è iniziata il 17 aprile, la Giornata dei Prigionieri Palestinesi, ed è stata direttamente ispirata dagli scioperi della fame lunghi ed eroici, conclusisi di recente, di Khader Adnan (66 giorni) e di Hana Shalabi (43 giorni); entrambi protestavano contro l’insieme di detenzione amministrativa, arresto abusivo e procedure usate per gli interrogatori.
Si dovrebbe capire che la detenzione amministrativa è  convalidata  da prove segrete e permette a Israele di mettere in carcere i Palestinesi per sei mesi ogni volta senza addurre alcun capo di imputazione, e  con termini rinnovabili quando scadono. Hana Shalabi faceva parte delle persone  rilasciati per lo scambio di prigionieri [dopo il rilascio di Gilad Shalit], ma poi, quando non si era ancora ripresa dal precedente periodo di detenzione, è stata di nuovo arrestata durante un’irruzione notturna e condannata di nuovo a un periodo dio detenzione di  quattro mesi. Oppure considerate l’esperienza di Thaer Halahla, soggetto otto volte alla detenzione amministrativa per un totale di  sei anni e mezzo.
Sia il signor Adnan che la signora Shalabi sono stati rilasciati in base ad accordi negoziati in un momento che la loro sopravvivenza fisica sembrava incerta e che faceva presagire una morte imminente. Sembra che Israele non volesse rischiare una terza intifada che poteva avvenire come reazione a tale martirio. Allo stesso tempo Israele, come al solito, non voleva dare l’idea che  stesse retrocedendo o che       mettesse in discussione la sua fiducia nella detenzione amministrativa e nella prigionia. Israele ha rifiutato, fino a oggi, di esaminare le lamentele  che hanno dato luogo  a questi scioperi della fame. Nel caso di Hana Shalabi, il suo rilascio è stato unito a un ordine di deportazione punitiva, che la confina crudelmente a Gaza per tre anni, lontano dalla sua famiglia e dall’ambiente   familiare  del suo villaggio nativo di Burqin, vicino a Jenin, in Cisgiordania. Ci sono indicazioni che la Signora Shalabi non era stata completamente informatiche il suo rilascio avrebbe comportato  la deportazione, e che era stata manipolata dalle autorità carcerarie e dall’avvocato che rappresenta i suoi interessi. A coloro che stanno attualmente facendo lo sciopero della fame, sono state offerte analoghe condizioni di rilascio, ma finora hanno fermamente rifiutato  di riprendere a mangiare se saranno deportati o esiliati. A questo punto non è chiaro quale sarà la replica di Israele. C’è un’accanita lotta di volontà tra i prigionieri che  fanno lo sciopero della fame e le autorità carcerarie, tra coloro che hanno il duro potere del dominio, e coloro che hanno il mite potere del coraggio morale e spirituale.
Il tormento di questi prigionieri in sciopero non è soltanto una conseguenza del rifiuto di accettare il cibo fino a quando saranno soddisfatte certe condizioni. Le guardie carcerarie e le autorità israeliane stanno rafforzando i supplizi della fame. Ci sono numerosi rapporti che informano che gli scioperanti sono sottoposti a vessazioni  denigratorie  e a svariati tipi di  punizione, compreso l’isolamento, la confisca di effetti personali, la negazione di visite dei familiari, il rifiuto  di essere  visitati  da ONG umanitarie e ai rifiuti crudeli di trasferire gli scioperanti, la cui salute è a rischio,  in ospedali civili dove potrebbero ricevere il tipo di cure mediche richiesto dalle loro condizioni critiche.
La replica di Israele agli scioperi della fame è scioccante, ma certo non ci sorprende, all’interno del più ampio ambito dell’occupazione. Invece di tenere conto dell’appello morale implicito in queste forme estreme di resistenza, ci sono ampi resoconti attendibili di reazioni punitive da parte delle autorità carcerarie israeliane. I prigionieri che fanno lo sciopero della fame, sono stati posti in isolamento, con i ceppi ai piedi malgrado le loro condizioni di indebolimento, vengono impedite loro le visite  della famiglia, gli sono stati confiscati i loro effetti  personali, sono stati soggetti a commenti  persecutori  da parte delle guardie, intesi a demoralizzarli. I mezzi di informazione israeliani hanno di solito assunto un atteggiamento cinico verso questi scioperi, indicando che coloro che fanno lo sciopero della fame cercano pubblicità  e mirano a  ottenere  una carta ‘per uscire libero dalla prigione’    (espressione usata nel gioco del Monopoli,; cioè un modo  uscire da una situazione  non voluta, da:  http://en.wikipedia.org/wiki/Get_Out_of_Jail_Free_card n.d.T.) e quindi non meritano compassione anche se la loro vita è a rischio perché volontariamente hanno rinunciato ad assumere cibo per loro libera decisione e per questo le autorità carcerarie israeliane non sono responsabili del  loro destino.  Alcuni nuovi servizi giornalistici israeliani hanno fatto congetture sulla possibilità  che la morte di  uno o più degli scioperanti in prigione, provocherebbe  un’insurrezione tra i palestinesi, ma questa non è certo un’espressione di preoccupazione o una disponibilità a guardare  ai problemi ma piuttosto  una fonte di preoccupazione per la loro stabilità futura.
Ci sono in ballo problemi di più vasta portata. Quando in passato i Palestinesi hanno fatto ricorso a forme violente di resistenza, sono stati   bollati  dall’Occidente come terroristi, le loro azioni sono state nascoste per mettere in evidenza soltanto gli                 aspetti sensazionali, ma quando i Palestinesi fanno ricorso a forme non violente di resistenza, sia a scioperi della fame, ad azioni Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni o a un intifada, le loro azioni trovano orecchi sordi e occhi ciechi o, peggio ancora, c’è un  carosello di propaganda concertata, per rappresentare la tattica particolare di resistenza non violenta come un po’ illegittima, o come un trucco meschino   per ottenere compassione o come un brutto scherzo per distruggere lo stato di Israele. Per tutto il tempo i piani di annessione di Israele vanno avanti, gli con l’espansione degli insediamenti,  e, di recente  con gli avamposti di coloni, una volta illegali anche in base alla legge israeliana che stanno per essere legalizzati retroattivamente. Queste mosse segnalano definitivamente che il governo di Netanyahu non mostra  neanche un   briciolo di buona fede quando continua a dire al mondo che esso si dedica a negoziare un trattato di pace con i Palestinesi. E’ un peccato che l’Autorità Palestinese non abbia ancora avuto il contegno diplomatico   di considerarsi alla pari  quando si tratta di  tenere conto dei richiami del Quartetto *per una ripresa di colloqui diretti. E’ da molto che è scaduto il tempo di far crollare  il ponte che non porta da nessuna parte.

Quella rock star  dei pontificatori liberali, Thomas Friedman, da anni predica la non violenza ai Palestinesi, e con questo implica che Israele, in quanto  paese democratico con una forte sensibilità morale, cederebbe di fronte  a una sfida che ha così sani principi. Quando, tuttavia, si verifica un evento così notevole come questa massiccia espressione di impegno palestinese nella resistenza non violenta sotto forma di sciopero della fame senza limiti, soprannominato  “la guerra degli stomachi vuoti”, Friedman insieme con i suoi fratelli liberali si chiude in un silenzio glaciale i settori delle notizie del New York Times non riescono a trovare pochi centimetri di spazio per riferire queste drammatiche proteste contro l’uso di Israele della detenzione amministrativa e del  trattamento  oltraggioso  durante l’arresto, gli interrogatori e la carcerazione.  Vergogna, Signor  Friedman!

Robert Malley, un’altra influente voce liberale che era stato consigliere di Clinton per il Medio Oriente, quando era presidente,  anche se più   di Friedman, suggerisce che qualunque prolungata dimostrazione di non violenza palestinese se paragonata alla violenza israeliana sarebbe imbarazzante per Washington. Malley insiste che se i Palestinesi dovessero scendere nelle strade nello spirito di Piazza Tahrir, e gli Israeliani reagissero violentemente, come di certo farebbe il governo di Netanyahu, questo “porrebbe agli Stati Uniti un ….serio dilemma su come reagire alla reazione di Israele.” Il dilemma descritto da Malley, deriva dal costante incoraggiamento da parte di Obama verso le aspirazioni democratiche di un popolo che, come ha ripetutamente detto, da una parte  merita il suo proprio stato, e dall’altra un allineamento incondizionato con Israele. Soltanto un liberale  incorreggibile  chiamerebbe questo un autentico dilemma, come saprebbe  qualsiasi  osservatore informato e oggettivo, che il governo degli Stati Uniti accetterebbe volentieri, come ha fatto ripetutamente in passato, una rivendicazione di Israele che era necessaria la forza per mantenere l’ordine pubblico. In questo modo, la non violenza palestinese sarebbe trascurata e la super-alleanza di questi due compagni di crimine  sarebbe riaffermata ancora una volta.
Non sbagliamoci sull’origine morale e spirituale della sfida organizzata da questi Palestinesi. Intraprendere uno sciopero della fame a tempo indeterminato è un atto  per sua natura  coraggioso che è  gravido di  rischi e di incertezze ed è intrapreso soltanto come espressione di estrema frustrazione o di privazione acuta. Non è un atto fatto alla leggera o come una trovata. Per chiunque abbia tentato di esprimere una protesta in questo modo, e io l’ho fatto per brevi periodi durante i dieci anni di opposizione alla guerra del Vietnam, è sia  terribile che  fisicamente gravoso perfino per un giorno o poco più, ma mantenere la disciplina e la forza di volontà per sostenere uno sciopero di questo tipo per settimane richiede un raro insieme di  coraggio e risolutezza. Soltanto individui con doti speciali possono adottare una tattica di questo tipo. Uno sciopero della fame di questa portata di azione collettiva non serve soltanto a sottolineare la terribile traversia dei Palestinesi che non è stata certo cancellata dalla consapevolezza politica dell’Occidente nel caldo periodo seguito alla Primavera araba.
Il mondo da tempo ha rifiutato di prestare attenzione agli sforzi unilaterali palestinesi fatti negli anni per arrivare a un esito pacifico del loro conflitto con Israele. E’utile ricordare che nel 1988 l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) ha accettato ufficialmente Israele entro i confini del 1967, un’enorme concessione territoriale che lasciava i palestinesi con soltanto il 22%  della Palestina storica dove stabilire uno stato indipendente e sovrano. In anni recenti, la tattica principale dell’opposizione palestinese all’occupazione, compresa una parte di Hamas, è stata quella di rifiutare la violenza, aderendo a una diplomazia e a una pratica che miravano a una coesistenza pacifica a lungo termine tra i due popoli. Israele non ha prestato attenzione a nessuno di questi sviluppi, e ha invece continuato a gettare sabbia negli occhi dei Palestinesi. La replica ufficiale israeliana alle mosse palestinesi verso una repressione politica e lontana dalla violenza, è stato di intraprendere un  programma di febbrile espansione di insediamenti, aumento di uccisioni mirate, dipendenza da  eccessive azioni di rappresaglia violenta, e anche da intensificazione di pratiche di oppressione che ha provocato questi scioperi della fame. Una dimensione di questa oppressione è l’aumento del 50% del numero di Palestinesi tenuti in detenzione amministrativa nell’ultimo anno, insieme a un peggioramento delle condizioni in tutto il sistema carcerario ufficialmente  autorizzato.


Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Originale : Richardfalk.com
Traduzione di Maria Chiara Starace

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation