Palestina: nuovo governo, vecchie politiche
La politica palestinese si riavvolge, ancora, su se stessa. Nuovo governo, ma vecchi interpreti di una commedia dalla tragica e farsesca trama che sembra ripetersi all’infinito. Salam Fayyad giura, di nuovo, davanti ad Abu Mazen con una nuova squadra di governo. Ventiquattro membri, di cui undici esordienti nel loro nuovo ruolo di ministro dell’Autorità nazionale palestinese.
di Marco Di Donato CISIP
Il posto di primo ministro è stato conservato da Salam Fayyad, mentre alle Finanze troviamo l’indipendente Nabil Kassis. Agli Esteri viene collocato Riyad al-Malki, agli Interni Said Abu Ali, per l’Ambiente Yussef Abu Safiya, mentre al Lavoro Ahmad Majdalani, allo Sviluppo Locale Khaled Qawasmi, e agli Affari Religiosi Mahmud Habash. E ancora: Adnan Husseini (per gli affari concernenti Gerusalemme), Ali Mhanna (Giustizia) e Hani Abdin (Salute).
Il governo conta fra i suoi ministri anche sei donne: Safa Nasser Eddin come nuovo ministero delle Telecomunicazioni, Rabiha Diab per gli Affari delle Donne, Siham Barghouti alla Cultura, Majeda al-Masri per il Welfare, Rula Ma’ya’a per il Turismo ed infine Lamis al-Alami all’Educazione.
Insieme ad una forte presenza di Fatah, troviamo nella nuova squadra di governo anche rappresentanti del Democratic Front for the Liberation of Palestine e della Palestinian Democratic Union, oltre ad alcuni personaggi indipendenti.
Come si nota dall’elenco appena presentato, Fayyad rinuncia alla delega sulle Finanze (detenuta dal 2007) che verrà assunta da Nabil Kassis. Del resto la sua gestione delle finanze palestinesi era stata, a dire di molti, semplicemente disastrosa.
Secondo il politico palestinese Hasan Khreishah, il governo ha finora sempre mentito sulle reali condizioni economiche presenti nella West Bank, con corruzione e malversazione del denaro pubblico che sono ancora più diffusi che nel passato.
A conferma della difficile situazione finanziaria in cui versa l’ANP arriva in questi giorni una stima del Fondo monetario internazionale in base alla quale servirebbero circa 600 milioni di dollari per permettere il semplice pagamento dei salari cui si fa annualmente carico l’apparato governativo palestinese.
Questo perché, continua ancora Hasan Khreishah, dall’inizio “del processo di Oslo fino ad ora abbiamo avuto centinaia di ministri e decine di governi sprecando denaro pubblico in grandi quantità”.
Il nuovo governo va quindi letto come un segnale di sconfitta per Fayyad che, con la cessione del ministero delle Finanze, certifica le sue difficoltà nella gestione della finanza palestinese, pur conservando il posto di primo ministro.
Da parte sua Hamas ha giudicato con sdegno la formazione di questo esecutivo "illegittimo". Per Fawzi Barhum, portavoce a Gaza, “Questo governo non può che accrescere le divisioni fra il suo partito e quello di Fatah”.
E questo anche perché, sottolinea ancora Barhum, gli accordi di Doha prevedevano la formazione di un governo in accordo con Hamas.
In effetti sembra che Gaza e Ramallah agiscano ormai su piani separati, per non dire indipendenti se non addirittura opposti.
E mentre Fayyad ed Abu Mazen giocano la loro partita politica quasi dimenticandosi di Gaza, Hamas di contro resiste asserragliato nella Striscia, provando ad aprire canali di contatto indipendenti con diplomazie internazionali e sperando che il sentimento pro-islamista che pervade la regione influenzi le urne a suo favore.
Quello delle elezioni è infatti un punto dolente per tutti, almeno per Abu Mazen, pronto a cambiare la legge elettorale ed in particolare quella parte che prevede la simultaneità delle consultazioni nella West Bank ed a Gaza.
E sempre a proposito di elezioni, in questo stesso periodo Hamas è alle prese con la rielezione dei membri del suo Politburo. Secondo indiscrezioni raccolte da al-Sharq al-Awsat, Khaled Mesha’al avrebbe annunciato, nell’ultimo conclave del movimento tenutosi a Khartoum lo scorso gennaio, di non volersi ricandidare.
Tuttavia dietro le pressioni dei membri del Majlis al-Shura, Mesha’al sarebbe tornato sui suoi passi e sarebbe pronto per un nuovo mandato, che in sua assenza potrebbe essere gestito dal suo attuale vice: Moussa Abu Marzouq.
Ma non è solo Hamas ad essersi posta contro il nuovo governo di Fayyad.
Come riportato dalla Kuwait News Agency, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, per bocca di Kayed al-Ghol, ha sottolineato come l'attuale esecutivo non coincide con le aspirazioni del popolo palestinese.
Ed anche la società civile, o almeno parte di essa, si sta muovendo contro la formazione del nuovo esecutivo.
Bassam Zakarneh, capo dell’Unione degli impiegati pubblici palestinesi, ha infatto chiamato i suoi colleghi ad uno sciopero di un’ora per protestare contro le politiche dell’ANP.
Critiche pesanti nei confronti dell’operato di Abu Mazen arrivando anche da alcuni suoi ex-fedelissimi, con il presidente palestinese che ha il suo da fare per zittire alcune voci dissidenti all’interno di Fatah.
Alla fine di aprile, Abu Mazen ha dovuto scomodare l’allora ministro delle Telecomunicazioni Abu Daqa, per far chiudere un sito internet gestito da Muhammad Dahlan perché ritenuto “dannoso per l’immagine dell’Autorità Nazionale Palestinese”.
A ciò va aggiunto che l’ANP sta intensificando la propria campagna di repressione nei confronti di quella parte della società civile che indaga sulla dilagante corruzione dell’apparato statale palestinese e di quella parte della stampa che critica, spesse attraverso proprio i blog, la figura di Abu Mazen.
Lo stesso scenario si ripropone a Gaza, dove Hamas cerca di reprimere le libere espressioni difformi dalla sua visione.
Ultima testimonianza del difficile clima che si vive a Gaza si è avuta proprio durante la cerimonia di chiusura del quinto Palestine Festival of Literature (Palfest) tenutasi al Cairo, dove gli scrittori che avevano partecipato ai lavori nella Striscia hanno espresso la propria condanna nei confronti del clima di repressione presente a Gaza.
In ambo i casi parte della politica palestinese si è mossa per criticare tali strategie ed in particolare Hanan Ashrawi ha duramente attaccato le politiche dell’ANP.
Poco o nulla in uno scenario di tale e tanta corruzione, ma si tratta comunque di un segnale.
Segnale che sembra abbia colto Adrian Bloomfield, corrispondente del Telegraph da Ramallah, quando il 4 maggio scrive un’analisi sulla situazione politica palestinese dal titolo: "Is a Palestinian revolt against Mahmoud Abbas brewing?"
La frustrazione dei palestinesi per la difficile situazione economica, la mancata riconciliazione nazionale così come il mancato riconoscimento dello Stato palestinese all’Onu, sono tutti elementi che contribuiscono ad aumentare una rabbia sociale che diviene sempre più difficile da contenere.
La domanda da porsi a questo punto dell’analisi diviene inevitabilmente la seguente: cosa accadrebbe se i palestinesi smettessero di pensare per un istante ad Israele ed all’occupazione per rivolgere la propria attenzione ad una seria riforma della propria politica?
Cosa accadrebbe se la popolazione smettesse di indirizzare la propria rabbia nei confronti dell’occupazione ed indicasse come corresponsabili dell’attuale situazione anche i propri rappresentanti politici?
Cosa succederebbe se si capisse che il problema non è solo Israele, ma anche (ed in alcuni casi soprattutto) la politica palestinese?
Certo mettere da parte la realtà dell’occupazione israeliana è difficile, specialmente se si viene a sapere che il Committee of Israeli Internal Security ha appena annunciato l’espansione dell’insediamento di Ariel con la costruzione di 2.100 nuove unità abitative nei pressi di Qalqiliya e Tulkarem.
Difficile per i gazawi dimenticare i sei anni di un lungo e difficile embargo che permette alle merci di entrare nella Striscia a discrezione delle autorità israeliane.
Difficile pensare di poter sopravvivere nella West Bank con soli 50 litri di acqua al giorno rispetto ad un colono israeliano che arriva a 300 litri giornalieri, impossibile non vedere il muro e pensare di poter essere liberi di viaggiare senza dover attraversare ogni giorno un check-point.
21 maggio 2012

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