Ovadia: «Il buon profeta è chi vede la deriva sociale»
GORIZIA. Quello del futuro, meglio di un presente – il nostro – proditoriamente imploso su se stesso, incapace quindi di pensare un avvenire possibile, soprattutto per le nuove generazioni, è un tema da sempre caro a Moni Ovadia, cui dedicò, per esempio anche l’edizione 2008 di Mittelfest, l’ultima da lui diretta.
Ed è del senso di inventare e immaginare il futuro che parliamo con Ovadia, il quale chiuderà, domenica a Gorizia, l’ottava edizione di èStoria con il recital Il registro dei peccati, rapsodia lieve per racconti, melopee, narrazioni e storielle: una personalissima incursione nel mondo chassidico, letto come esperienza di rara spiritualità, come vera “mistica del pensiero”.
– Come stanno insieme chassidismo e futuro?
«In realtà il buon profeta non è quello che predice il futuro e ci azzecca. Il ruolo del profeta è quello di creare una sensibilità sui limiti della società, sui suoi difetti, sulle sue manchevolezze, sulle sue derive. In questo modo il profeta sollecita a guardare al futuro come il tempo della giustizia e il tempo in cui si risarciscono i torti. Quella del profeta è un’analisi del passato e del presente per lanciare poi un monito alla trasformazione della giustizia in giustizia sociale».
– Questo vale anche per i profeti della Bibbia?
«Soprattutto per quelli, direi. Nel mio spettacolo cito, per esempio, sette versetti di Isaia, il profeta per antonomasia. Nei quali, tramite suo, viene fatto dire a Dio che non gli interessa niente della religione, dei sacrifici, delle preghiere, degli olocausti, degli incensi, del flettersi come i giunchi davanti a lui. Dio dice agli uomini: le vostre mani grondano di sangue, purificatevi, cessate di fare il male, imparate a fare il bene. Bene che indica poi nel ricercare la giustizia, nel sollevare l’oppresso, nel perorare la causa della vedova, nel soccorrere l’orfano. Ripeto: il ruolo del profeta è quello di sollecitare gli uomini a costruire un futuro che scacci dall’orizzonte umano le ingiustizie, le violenze, le prevaricazioni, gli sfruttamenti, le brutalità, gli abusi...».
– Come raccontare o significare oggi la dimensione profetica, al di là del contesto religioso?
«Noi abbiamo profeti anche oggi. Per esempio, credo che quella straordinaria giornalista e scrittrice, autrice del famoso No logo, Naomi Klein sia un profeta del nostri tempi, come Noam Chomsky, o Zygmunt Bauman, il grande teorico della società liquida. Profeta, secondo me, non è colui che è solo studioso, ma colui che è in grado di trarre, dalla sua analisi delle trasformazioni sociali, indicazioni, idee che possano aiutare a pensare il futuro. Profeti insomma sono coloro che hanno una visione lucida di quello che è successo e di come si è arrivati all’oggi e che dalla loro denuncia delle storture in qualche modo svolgono il ruolo profetico. Oggi se dovessi dire chi sono i profeti di Israele, per esempio, direi un giornalista come Gideon Levy, che ammonisce il governo israeliano e lo denuncia per le sue derive anche verso forme pesanti di apartheid».
– Quali sono cattivi profeti oggi?
«Sono gli annunciatori di un futuro di disgrazie per giustificare lo status quo dell’ingiustizia. Per esempio io penso che quelli che dicono che la globalizzazione richiede che la gente lavori di più e guadagni di meno, sennò chissà cosa succede, sono cattivi profeti che legittimano l’ingiustizia con l’annuncio di catastrofi peggiori della situazione di ingiustizia che viviamo».
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