Netanyahu si incorona re di Israele


Netanyahu si incorona Re di Israele

Di Jonathan Cook
10 maggio 2012   Israele ha appena avuto il tempo di assorbire la notizia che si avviavano verso un’elezione d’estate, quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ieri ha fatto apparire  la farsa che era stata tenuta nascosta. Un’iniziale rabbiosa  propaganda elettorale aveva fornito la copertura per un accordo segreto tra Netanyahu e il principale partito di opposizione, il Kadima, per formare una nuova coalizione di governo allargata.
Piuttosto che affrontare l’elettorato a Settembre, si ipotizza che  Netanyahu  e il suo governo di destra che seguono la linea dura, accompagneranno comodamente i rimanenti 18 mesi del suo mandato. Non solo questo, egli dovrà anche avere l’appoggio di più dei tre quarti del parlamento che comprende 120 seggi; questo ha portato un opinionista politico  a incoronarlo come “Re di Israele”.
Forse l’annuncio ha colto Israele di sorpresa ma si accordava pienamente con la logica di una politica culturale di Israele sempre più  disfunzionale.
Shaul Mofaz, che poche settimane fa ha  estromesso TzipI Livni dalla presidenza del partito di centro-destra, Kadima, ha usato parole al vetriolo per denunciare Netanyahu. Ha chiamato Netanyahu “bugiardo” e si è perfino preso la pena di mettere sulla sua pagina di Facebook la solenne  promessa che non avrebbe mai fatto un patto con questo “governo debole, incompetente e sordo”.
Si è anche vantato, in una recente intervista, che avrebbe fatto cadere Netanyahu guidando la rinascita delle proteste sociali che si aspettano  per l’estate.
L’anno scorso centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade per domandare la fine degli aumenti sempre più vertiginosi  del  costo della vita, molti dei quali causati dalle cordate degli affari che sono stati autorizzati da Netanyahu e dal suo partito Likud in programmi di privatizzazione di anni fa.
La realtà era, invece, che Mofaz, aggressivo  ex capo  di stato maggiore dell’esercito, che è considerato un  politico scialbo e subdolo, assetato di potere,  non aveva alcuna credibilità sia con i dimostranti che con  l’elettorato più vasto.
Il Kadima, che non si è mai  allontanato dalle sue radici ideologiche del Likud, dal quale si è separato vari anni fa, è attualmente la fazione più numerosa del parlamento. I sondaggi indicano, però, che Mofaz la porterebbe all’oblio elettorale.
Il patto  gli farà ottenere  una  tregua  temporanea, con un seggio nel circolo interno insieme a Netanyahu e a Ehud Barak, che è stato per lungo tempo ministro della difesa e il cui partito si pensava sarebbe svanito se ci fossero state le elezioni a settembre.
Il Kadima non  avrà ministeri, ma Mofaz  potrà dire la sua riguardo ai problemi più importanti che Israele deve affrontare: i suoi  rapporti con l’Iran e con i Palestinesi.
Questa può essere una cosa positiva per Mofaz, dal punto di vista personale, ma molto probabilmente il suo atto di suprema doppiezza causerà la fine del Kadima partito indipendente. Il prossimo anno e mezzo forse lo vedrà tentare di tornare al all’ovile del Likud.
Nel frattempo, Netanyahu, ha creato un governo di unità nazionale che riflette in modo più preciso gli umori della maggioranza: un genuino consenso di destra      aggressivo e xenofobo.
Non c’era grande necessità che Netanyahu portasse il Kadima nella coalizione.  Era al primo post nei sondaggi, la sua popolarità superava   quella di tutti i capi degli altri partiti importanti messi insieme. Aveva ottenuto questo ampio appoggio anche quando i funzionari della sicurezza, compresi gli ex dirigenti del Mossad e della Shin Bet, mettevano in discussione la sua ragionevolezza riguardo al problema dell’attacco all’Iran.
Ci sono, però, dei vantaggi per Netanyahu nel rinviare un elezione che si ipotizzava dovesse vincere.
Non ultimo, gli dà tempo di rafforzare le sue mosse verso l’autoritarismo. Netanyahu era dietro a una serie di misure tese a indebolire i mezzi di informazione, i gruppi per i diritti umani, e i tribunali. Al momento il suo governo sta opponendosi a una serie di  sentenze  della Corte Suprema  per smantellare vari piccoli insediamenti ebraici su suolo palestinese che sono illegali perfino in base alla legge israeliana.
Diciotto  mesi senza interruzione gli permetteranno di indebolire ulteriormente questi centri di potere suoi rivali. Una delle promesse che  ieri hanno fatto Netanyahu e Mofaz, è stata quella di  riorganizzare  il sistema di governo. Netanyahu ora ha un sufficiente numero di deputati  per revocare  perfino la più sacrosanta delle leggi israeliane fondamentali.
Inoltre, la nuova coalizione affronterà un’opposizione parlamentare che è quasi del tutto inesistente, composta da: un centro sinistra striminzito formato dai partiti laburisti e  Meretz, che hanno soltanto una manciata di seggi; pochi nazionalisti rumorosi che sarebbero per Netanyahu un ulteriore fastidio, e i partiti arabi che sono  vituperati  in ugual misura sia dagli Ebrei che dai politici.
Il nuovo capo del partito laburista, Shelly Yacimovich, si pensava che avrebbe in parte rilanciato le fortune del suo partito sfruttando le proteste sociali, e che si sarebbero potuto unire a lui  in una  potenziale opposizione  aggressiva                          un nuovo partito centrista , guidato da Yahir Lapid,  conduttore di notiziari televisivi e  rubacuori.  Ora entrambi sono relegati ai margini della politica.
Anche Avigdor Lieberman, il ministro degli esteri e capo del partito di estrema destra Beiteinu, che Netanyahu teme  più di tutti come potenziale sfidante, è stato   rimosso.        Il suo attuale ruolo  fondamentale nella coalizione, sarà terribilmente diminuito dalla grossa presenza del Kadima.
Un altro vantaggio  per Netanyahu è che ora è in posizione migliore  per salutare i  giorni potenzialmente pericolosi di un secondo mandato di Barack Obama, se il presidente sarà rieletto in novembre. Questo si è pensato quando alcuni osservatori credevano che il presidente statunitense, gravemente umiliato da Netanyahu per gli insediamenti e il processo di pace, potrebbe cercare la sua vendetta.
Se, però, Obama dovesse scegliere di combattere riguardo al problema palestinese, si troverà davanti un  primo ministro la cui posizione in Israele  è inattaccabile.
Che cosa significa tutto questo per l’Iran e i Palestinesi?
Per quanto riguarda l’Iran, numerosi commentatori e alcuni dei suoi ministri  hanno sostenuto che Netanyahu ha ora mano libera per lanciare un da solo  contro l’Iran e di distruggere ciò che sostiene essere un programma di armi nucleari che potrebbe un giorno rivaleggiare con l’arsenale segreto di Israele.
E’ ancora più probabile che la coalizione allargata farà poca differenza per i calcoli  di Israele sull’Iran, in un modo o nell’altro. Mofaz, come la maggior parte dell’establishment della sicurezza, si oppone a un attacco a meno che non sia capeggiato dagli Stati Uniti.
Nethanyahu, tuttavia, sfrutterà indubbiamente la sua posizione rafforzata per aumentare la retorica contro Tehran  per aggiungerla alla pressione di un’azione intensificata da parte degli Stati Uniti e dell’Europa.
In quanto ai Palestinesi, può significare soltanto qualche cosa in più del solito….o peggiore. Mofaz, che ha tentato di distinguersi all’opposizione proponendo un piano di pace striminzito che vedrebbe in Palestinesi  relegati in una serie di enclave, manca del peso politico per distogliere Neatnyahu dal suo approccio perfino più intransigente.
Ma almeno per Netanyahu, il capo del Kadima farà una figura migliore di Lieberman a Washington, nella veste di sostenitore della linea dura di Israele.
Quello che ha sostenuto ieri il primo ministro, cioè che stava per svelare “un processo di pace responsabile” non dovrebbe essere preso più sul serio che il suo impegno dichiarato, e abbandonato lo stesso giorno,  di sottoporsi al giudizio dell’elettorato israeliano.
Il solo piccolo barlume di luce è che  ciò che rimane della sinistra israeliana, così a lungo ibernata o ripudiata possa finalmente essere stimolata a rispondere dalle buffonate di questa brutta società segreta che governa.
Le proteste sociali dell’anno scorso sono rimaste, nella grande tradizione israeliana,  zelantemente “apolitiche” al contrario delle  loro controparti, i movimenti Occupy, negli Stati Uniti e in Europa.
I dimostranti hanno rifiutato di fare qualsiasi connessione tra la situazione economica rapidamente estremizzata– il divario  tra i ricchi e i poveri in Israele e pessimo  come negli Stati Uniti – e o le politiche neoliberali arriviste della sinistra o l’occupazione che ha destinato  risorse infinite ai coloni e all’establishment della sicurezza.
Questa estate forse Israele avrà il suo movimento Occupy, che è  preparato ad affrontare la vera occupazione.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale per il giornalismo Marta Gellhorn. I suoi libri più recenti sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East [ Israele e lo scontro di civiltà: l’Iraq, l’Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [ La Palestina che sparisce: gli esperimenti di Israele di disperazione umana] (Zed Books]. Il suo sito web è: www.jkcook.net.
La redazione di questo articolo è apparsa   su: The National (http://www.thenational.ae)
Da: Z NET – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale : Jonathan Cook’s Zspace Page
Traduzione di Maria Chaira Starace

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation