Libano, in marcia per la laicità
Un migliaio libanesi hanno marciato a Beirut, in occasione dell'ormai annuale Laïque Pride, per denunciare il sistema politico confessionale e rivendicare uno Stato laico, che sia fondato sul principio di cittadinanza e non sull'appartenenza confessionale.
di Elisa Piccioni da Beirut
Nato per riunire tutti i movimenti laici libanesi, il Lebanese Laïque Pride, ormai alla sua terza edizione, ha portato in strada domenica 6 maggio, centinaia di attivisti e studenti che, in un clima di festa e celebrazione, hanno sfilato da Sanayeh fino a Corniche el-Manara, per alzare la voce contro il sistema di leggi confessionali che governano il paese.
Lo scopo, come si legge nella manifesto dell'evento, è quello di rivendicare uno Stato laico e civile, fondato sul principio della cittadinanza, che garantisca l'espressione delle diversità del pese e assicuri la giustizia sociale - una delle condizioni fondamentali per il mantenimento della pace civile.
In Libano le confessioni si dividono il potere politico - come previsto dal patto nazionale del 1943 - e leggi religiose regolano molti aspetti della vita dei libanesi come l'educazione, il matrimonio, la custodia dei figli e l'eredità.
“Uno stato laico è la soluzione”, “Il popolo vuole uno Stato civile” e “La mia religione non sono affari tuoi”: questi alcuni degli slogan cantanti durante la marcia, che ha fermamente rifiutato ogni affiliazione politica ed ha dato spazio a decine di campagne portate avanti nell'ultimo anno dalla società civile libanese.
Tra le principali richieste dei manifestanti l'approvazione di un progetto di legge per l'introduzione dello statuto personale civile facoltativo (ahwal shakhsiyya) che permetterebbe, tra l'altro, alle future coppie di contrarre un matrimonio civile.
Il Libano riconosce il matrimonio civile ma non permette che questo venga celebrato sul suo territorio.
Così, ancora oggi, due libanesi di religione diversa che vogliano unirsi in matrimonio non hanno altra scelta che quella di cambiare religione o di celebrare il rito civile all'estero (meta preferita è solitamente la vicina isola di Cipro).
Il progetto di legge per uno statuto personale civile è stato presentato al Parlamento dalla Ong CHAML più di un anno fa, ma la commissione competente non si è ancora espressa.
Questa legge, qualora venisse approvata, andrebbe a rafforzare ulteriormente anche i diritti della donna, trattata ancora oggi in modo discriminatorio dalle leggi religiose.
Inoltre, permetterebbe il matrimonio tra persone di fede diversa, contribuendo così a rafforzare l'identità libanese delle famiglie piuttosto che quella confessionale.
I manifestanti hanno marciato anche per l'abolizione dell'articolo 522 del codice penale, che assolve uno stupratore nel caso in cui sposi la propria vittima; per modificare la legge sulla cittadinanza, che ancora oggi non permette alle donne di trasferire la cittadinanza libanese al coniuge e ai figli; e per la protezione delle donne dalla violenza domestica.
Nell'aprile del 2010 il consiglio dei Ministri ha approvato un progetto di legge, presentato dalla Ong Kafa, contro la violenza domestica.
Da allora il testo ha subito diverse modifiche che lo hanno svuotato del suo intento originario, ovvero quello di accordare una maggiore protezione alla donna all'interno delle mura di casa.
In particolare hanno suscitato molto scalpore due modifiche apportate dalla Commissione: l'introduzione dell'articolo 26, che rimanda ai tribunali religiosi il compito di valutare i casi di violenza, e la rimozione dal testo della clausola che qualificava come reato lo stupro maritale.
Alla manifestazione erano inoltre presenti associazioni e Ong che si battono per l'introduzione di una legge elettorale democratica non su base confessionale prima delle prossime elezioni legislative, in programma per giugno 2013.
L'attuale sistema elettorale maggioritario previsto per le elezioni legislative è basato su piccole circoscrizioni elettorali (qada'), spesso caratterizzate dalla predominanza di uno specifico gruppo politico/confessionale,e questo contribuirebbe a scoraggiare la formazione di coalizioni inter-comunitarie ed a favorire l'elezione dei leader confessionali.
Il Laïque Pride nasce nel 2010 su iniziativa di un ristretto gruppo di attivisti indipendenti che, grazie ai social network, é riuscito ha raccogliere rapidamente il supporto di migliaia di sostenitori.
Un altro movimento anti-confessionale, Isqat al-nizam al-ta'ifi (La caduta del sistema confessionale), si era formato all'inizio del 2011.
Tra il mese di febbraio e quello di maggio dello scorso anno, il movimento ha organizzato differenti marce e proteste riuscendo a portare in piazza più 20 mila persone.
Privo di proposte politiche concrete in grado di raggiungere la grande massa e diviso da contrasti interni, il movimento si è però esaurito in fretta anche a causa dell'appoggio ricevuto da alcuni partiti della scena politica tradizionale.
Il Libano il confessionalismo, tra le cause della lunga e sanguinosa guerra civile (1975-1990), continua ad alimentare crisi politiche e tensioni sociali ed è considerato alla base dei fenomeni di corruzione e clientelismo che paralizzano il paese.
Il Laïque Pride ha dato parola ad una fetta della società libanese che, seppur minoritaria, vuole ricordare allo Stato che esiste.
Un sistema laico, che separi religione e politica, a loro avviso sarebbe l'unico modo per mettere fine alle tensioni confessionali che ancora oggi minacciano la stabilità del paese e garantire una vera rappresentanza alle diverse identità religiose e culturali.
11 maggio 2012

Commenti
Posta un commento