ISRAELE: LA NAKBA DEI PALESTINESI COMMEMORATA ALL’UNIVERSITÀ DI TEL AVIV

di  .  Scritto  il  10 mag 2012  alle  7:00.

Il Decano della Facoltà di Sociologia dell’ di ha approvato la commemorazione del Day (tradotto “giorno del disastro”), che è il modo in cui i cittadini israeliani di etnia araba chiamano l’Indipendenza di , ossia il 14 maggio 1948, da loro considerato data d’inizio dei supplizi patiti dal popolo palestinese.
Giorno di festa per gli ebrei di Israele e giorno di lutto secondo gli abitanti arabi, in particolare quelli dei Territori occupati, questa celebrazione ha sempre creato scintille nel paese mediorientale e, in alcuni casi, veri e propri drammi per l’ordine pubblico. L’anno scorso, per citare un esempio, nelle zone di confine e nella Striscia di Gaza, morirono sotto il fuoco dei soldati israeliani 16 palestinesi e si contarono decine di feriti, anche tra i soldati vittime di sassaiole provenienti dai dimostranti.
Basti pensare, del resto, che il 14 maggio è considerato dalle autorità israeliane uno dei giorni di massima allerta per le forze di sicurezza. Peraltro, probabilmente in seguito agli scontri dell’anno scorso, è stata approvata dalla Knesset una legge che multa tutti coloro i quali apertamente ripudino la festa nazionale israeliana o la citino come giorno di lutto.
Dunque, la cerimonia autorizzata dall’Università di Tel Aviv sarà limitata da stretti vincoli: non potranno essere utilizzate casse altoparlanti o microfoni, ma solo megafoni, saranno vietate alcune parole anti–israeliane o anti-ebraiche, così come musica, posters e bandiere (palestinesi n.d.r.). Per di più, gli studenti promotori dell’iniziativa hanno dovuto farsi carico delle spese necessarie per l’organizzazione dell’evento e del salario di almeno sei guardie armate, altrimenti non avrebbero ricevuto l’ok dei servizi di sicurezza del Campus. E se entro sabato (che in Israele significa venerdì sera), questi soldi non saranno stati pagati, l’autorizzazione sarà revocata.
Gli universitari organizzatori della celebrazione, arabi per lo più, dicono di voler creare un evento che commemori una tragedia umana (dato il numero dei morti conteggiati in quel 14 maggio di 64 anni fa) e non una manifestazione politica. Le autorità dell’Università (che non sono autonome come in Europa, ma dipendono strettamente dai servizi di sicurezza, essendo luoghi a rischio) rispondono che il timore di proteste e scontri c’è e che le limitazioni imposte sono da ciò giustificate.
Si tratterà, dunque, di un giorno ad alta carica di tensione, da ambo le parti e che, purtroppo, rischia davvero di sfociare in un pericolo per la pubblica sicurezza. Del resto, la cerimonia può essere anche vista come segno di apertura, seppure ancora estremamente circoscritta, alla “versione araba” dei fatti israeliani da parte di una fetta piuttosto rilevante della cittadinanza ebraica: innanzitutto, perché l’Università è un luogo di pubblico interesse le cui azioni sono per certi versi considerabili “statali” e, inoltre, perché se il Decano ha avvertito la necessità di concedere quello che a noi appare come un inequivocabile segno di libertà di manifestazione del pensiero, significa che molti studenti ebrei e molti cittadini di Tel Aviv non vivono la cosa come una provocazione, ma come una concessione di una libertà fondamentale.
Non mancano, ovviamente, reclami di studenti che chiedono il ritiro dell’autorizzazione per motivi di sicurezza o, anche, perché si tratterebbe di un insulto verso lo Stato di Israele.
Tuttavia, se la cerimonia si svolgerà senza problemi, l’evento potrebbe divenire un precedente per la libertà di espressione in Medio Oriente e potrebbe evitare (o quantomeno rendere meno scontate) ulteriori chiusure e restrizioni da parte delle autorità israeliane, almeno non quelle del sistema scolastico ed universitario.
Ed è dai luoghi di cultura che escono le menti e le classi dirigenti del futuro, per cui la speranza è che il tutto avvenga nel più pacifico dei modi e che israeliani e palestinesi non sprechino questa opportunità per mostrare che sanno entrambi fare meglio di chi li governa.

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