Iran. Fitna in Medio Oriente per isolare Teheran
È nota come la 'guerra degli otto anni', quella sanguinosa pagina di storia che travolse Iran e Iraq in un conflitto motivato, storiografia alla mano, più da interessi esterni che di confine. Dopo circa 24 anni, le dispute territoriali potrebbero ancora fare esplodere un conflitto interconfessionale nella regione, a favore dei soliti noti.
di Luca Bellusci
A seguito del conflitto armato per il controllo sullo Shatt al-Arab, all'estremo nord del Golfo Persico, l’Iraq precipitò nei mesi successivi alla guerra degli otto anni (1980 – 1988) in una depressione senza precedenti e per questo motivo adottò una politica economica liberista.
Tra gli interventi, fu decisivo il tentativo di aumentare le entrate petrolifere facendo pressioni sull’Opec per alzare il prezzo del greggio attraverso quote restrittive, chiedendo inoltre un aiuto finanziario ai paesi del Golfo, in special modo ad Arabia Saudita e Kuwait.
Il sostanziale rifiuto di collaborazione dei paesi arabi, anche perché strettamente legati alla volontà di Washington di far cadere il regime di Saddam Hussein, mutò la rotta della politica di risanamento irachena e si cominciò a formulare l’ipotesi di un’operazione militare in Kuwait, paese ricco di risorse.
Il 2 agosto 1990 l’esercito iracheno occupava la capitale del suo vicino.
Dopo anni contraddistinti da sanzioni e interventi militari mirati, il 20 marzo del 2003 una coalizione internazionale invase militarmente l’Iraq, con l’obiettivo di 'importare' un governo democratico e eliminare la minaccia delle armi di distruzione di massa (mai trovate).
Ricordare questo episodio di storia contemporanea è utile per comprendere ciò che sta avvenendo oggi con l’Iran.
Sembrerebbe quasi lo stesso modus operandi di vent’anni fa, quando gli Usa, appoggiati da diversi paesi europei, provarono in tutti i modi a eliminare l’allora nemico numero uno, ricreando nella regione mediorientale uno scenario geopolitico ostile al regime di Saddam Hussein.
LA CONTESA SU ABU MUSA, COME STRUMENTALIZZARE UNA QUESTIONE IRRISOLTA
Era il 1971 quando i britannici lasciarono il controllo di alcune isole del Golfo Persico alla monarchia iraniana dei Pahlavi: Greater Tunb, Lesser Tunb e Abu Musa.
Quello stesso anno gli Emirati Arabi Uniti (UAE) ottenevano l’indipendenza dal Regno Unito e reclamavano la sovranità sull’isola di Abu Musa, distante solo pochi chilometri dalla loro costa.
La contesa territoriale tra Iran e Uae si chiuse con un tacito accordo e la piccola isola del Golfo venne divisa in due amministrazioni.
Lo scorso 11 aprile il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad compie una visita ufficiale proprio sull’isola di Abu Musa: la tappa sull’isola fa parte di un tour ufficiale nella provincia di Hormozgan, nota per la sua rilevanza geopolitica dovuta al transito navale nello stretto di Hormuz.
Ciò provoca la dura reazione degli Emirati e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), che rappresenta l’essenza del potere sunnita nella regione mediorientale, e non solo.
Gli Uae richiamano l’ambasciatore da Teheran per consultazioni, ma intanto monta la protesta nei confronti del governo iraniano, tacciato di assumere un atteggiamento provocatorio nei confronti della piccola monarchia del Golfo.
Il 17 aprile gli Stati Uniti dichiarano che la visita di Ahmadinejad complica la questione sulla disputa territoriale, ed esorta l'Iran a rispondere positivamente agli appelli degli Emirati Arabi Uniti di negoziare o di rinviare il conflitto alla Corte internazionale di giustizia.
Il 18 aprile a rincarare la dose ci pensa il ministro degli Esteri iraniano, ed ex rappresentate presso l’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), Ali Akbar Salehi, che rilascia una dichiarazione affermando: la sovranità iraniana sulle isole è “definitiva, permanente e non negoziabile”.
LA POLITICA DI CONTENIMENTO DELL’IRAN PASSA DA ANKARA A TEL AVIV
Le rivoluzioni del 2011 hanno mostrato con chiarezza gli attori principali di questo nuovo big gamegeopolitico nella regione Mena (Medioriente e Nordafrica): in prima fila troviamo i paesi del Golfo e l’Arabia Saudita che hanno tuttora un ruolo importante nel sostegno ai movimenti di resistenza anti regime e sono uniti nel contrastare l’espansionismo iraniano nella regione.
Assieme a questi due attori se n’è aggiunto un terzo: la Turchia.
Da dieci anni il paese è guidato dal partito islamico dell’Akp (Giustizia e Sviluppo) e ha raggiunto tassi di crescita da fare impallidire persino l’Unione Europea.
Il modello di Islam politico proposto dal governo turco di Erdogan è un mix di tradizione e riformismo che ben si concilia con le richieste di ammodernamento formulate dai paesi occidentali.
La politica del partito islamico moderato di Erdogan in Turchia rispecchia in pieno quelle che sono le esigenze strategiche occidentali: un’intesa politica sostenuta grazie alla costante interazione con l’Occidente, alleanza militare attraverso l’ombrello della Nato e rappresentanza all’interno del mondo arabo islamico garantito dal ruolo di osservatore che la Turchia detiene all’interno della Lega Araba.
Sul piano strettamente geopolitico, Ankara, che con l’Iran condivideva fino a poco tempo fa diversi interessi politici ed economici, ha assunto durante l’ultimo anno un atteggiamento assai ambiguo.
Da un lato sostiene i colloqui sul programma nucleare iraniano con il gruppo del 5+1 (membri del Consiglio di sicurezza Onu e Germania), mentre dall’altro conduce una politica aggressiva anti-iraniana in Iraq, con il fine di contenere la crescente penetrazione sciita nel paese.
Quest’ultimo fattore è di fondamentale importanza per Washington, palesemente a corto di iniziative dopo il ritiro delle truppe in Iraq.
Per l’amministrazione Obama, ma anche per l’Unione Europea, la Turchia rappresenta una valida scelta rispetto alle petrolmonarchie del Golfo, inclini a un modello di Islam politico non prettamente conforme a quelle che sono le aspettative occidentali.
Inoltre, la crisi siriana sta determinando una convergenza di interessi tra la Turchia e la comunità internazionale, con l’obiettivo di controllare la drammatica escalation di violenza nella regione e gestire quello che sarà della Siria in un eventuale scenario post-Assad.
Per quanto riguarda Israele, il presidente Netanyahu ha più volte rimarcato l’urgenza di intervenire per fermare il programma nucleare iraniano.
Forse anche in quest’ottica si può leggere la recente richiesta di anticipare le elezioni nazionali entro i prossimi quattro mesi: il premier ha dichiarato: “non voglio un anno e mezzo di instabilità politica, accompagnato da corruzione e populismo”.
I primi sondaggi danno in netto vantaggio Netanyahu assieme alla coalizione di centro-destra che comprende il nazionalista Yisrael Beiteinu.
Ma dagli ambienti militari israeliani non mancano critiche alla strategia ‘interventista’ di Netanyahu.
Le dichiarazioni di Meir Dagan, ex direttore del Mossad, e Yuval Diskin, ex capo dello Shin Bet (guardia di sicurezza nazionale) criticano apertamente le azioni dell'attuale classe politica israeliana circa la possibilità di una guerra contro l'Iran.
Secondo l’opinione di Amos Harel, giornalista del quotidiano Haaretz, la strategia anti iraniana portata avanti da Netanyahu è più politica che militare.
A giudizio di Harel, sono principalmente due le motivazioni che spingono il presidente israeliano a perseverare nella politica contro il programma nucleare di Teheran, così da distogliere l’opinione pubblica interna: il termine di due mesi dato dall'Alta Corte di giustizia per l'evacuazione degli insediamenti dei coloni ebraici nel quartiere di Ulpana nella West Bank; il rischio annunciato di scioglimento anticipato della Knesset.
LA SITUAZIONE IN IRAN
Vanno a rilento le trattative sul programma nucleare iraniano, rimandato al prossimo 23 maggio a Istanbul: Teheran preme per un riconoscimento formale del proprio programma per uso civile, ma la comunità internazionale sostiene la linea dura, chiedendo al governo iraniano la sospensione immediata dell’arricchimento di uranio.
Sul fronte politico interno, l’ayatollah Khamenei si è inserito in prima fila nei colloqui sul nucleare e diversi analisti sostengono che questa mossa sia decisiva per portare avanti una soluzione di compromesso con il gruppo del 5+1.
Roshanak Taghavi, in un articolo comparso sul ‘The Christian Science Monitor’, riporta la dichiarazione di un alto funzionario del governo di Teheran, secondo la quale Khamenei sarebbe pronto a “ingoiare il veleno” sul nucleare per uscire dall’isolamento internazionale.
Una strategia simile a quella che condusse l'ayatollah ad accettare una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu per fermare dopo otto anni la guerra con l'Iraq.
Per quanto riguarda il presidente Ahmadinejad, si riduce il consenso interno al Majlis (Parlamento) nei confronti della politica di risanamento voluta dal presidente iraniano.
Dopo la debacle nelle elezioni parlamentari di febbraio, il nuovo Majlis ha iniziato i propri lavori con un primo ripensamento circa la proposta del governo di aumentare il prezzo della benzina per sostenere l’erogazione dei sussidi pubblici.
La commissione preposta per valutare la bozza del governo ha dato un parere negativo, ma si dovrà attendere il voto parlamentare.
Inoltre, di recente, è stata introdotta una nuova legge che conferisce più poteri al Majlis per quanto riguarda l’azione di controllo sulla condotta politica dei parlamentari, innescando le dure critiche del presidente Ahmadinejad, che ha etichettato questa decisione come “discriminatoria e incostituzionale”.
Questa decisione sembra, infatti, un’ennesima dimostrazione del rovesciamento politico all’interno del Parlamento iraniano e la relativa minoranza parlamentare che il governo di Ahmadinejad dovrà affrontare fino al 2013.
SUNNITI E SCIITI AI FERRI CORTI: FITNA IN MEDIO ORIENTE PER ISOLARE L’IRAN?
L’attuale contesto in Medio Oriente è perciò caratterizzato da questa contrapposizione, orami evidente, tra i paesi del Golfo, principali detentori di un Islam a carattere sunnita, e l’Iran che rappresenta l’ultimo vero avamposto della confessione sciita nella regione.
La grave situazione siriana, la politica del doppio binario nei confronti di Hamas dopo le recenti notizie riguardo colloqui segreti con alcuni paesi europei, il fragile equilibrio politico libanese tra Hezbollah e la ‘Coalizione del 14 Marzo’, sono tutti fattori che condizionano l’influenza iraniana e in un certo senso contribuiscono all’isolamento del paese.
L’eliminazione graduale e sistematica di ogni potenziale alleato (soprattutto filo-sciita) di Teheran è la mission che la Casa Bianca, assieme agli storici alleati sunniti, porta avanti da diverso tempo con la collaborazione militare di Tel Aviv.
Gilles Kepel nel 2004 pubblica un saggio che rappresenta tuttora una pietra miliare per gli studi sulle dinamiche politiche in Medio Oriente.
Lo storico ripercorre le fasi della storia che hanno portato alla contrapposizione tra le due principali confessioni islamiche: una fitna tra sunniti e sciiti.
Con il termine arabo fitna, Kepel intende una contrapposizione ideologica interna all’Islam, concentrando la propria attenzione su determinati fattori politici e religiosi che hanno portato alla creazione di una profonda spaccatura ideologica all’interno del variegato mondo delle correnti di pensiero islamiche.
Queste correnti sono legate molto spesso a un preciso fattore identitario a carattere territoriale: è il caso del wahhabismo e dei salafiti in Arabia Saudita o dei Fratelli musulmani in Egitto e parte del Mashreq.
Alla luce delle recenti rivoluzioni nei paesi arabi, queste correnti hanno ora la possibilità di proporsi come alternativa ai modelli politici precedenti, spesso importati dall’esterno, e arginare il potenziale espansionismo sciita iraniano.
Lo scenario geopolitico che si presenta rispecchia in pieno la strategia di accerchiamento e isolamento dell’Iran voluta da diversi attori regionali e internazionali.
Quanto questa partita possa durare senza sfociare in un conflitto armato diretto sarà il tempo a dircelo.
Il paese, intanto, affronta un delicato ridimensionamento politico che porterà con molta probabilità a una convergenza di interessi per il mantenimento dello status quo. In sintesi, tutto cambia affinché nulla cambi.
11 maggio 2012

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