Do you remember Baghdad?


Aprile 2012. Sì, certo. Baghdad, la capitale dell'impero musulmano durante il periodo Abbaside, certo l'ho studiato all'università, certo che me ne ricordo. O anche la Baghdad delle mille e una notte, i califfi, gli harem, certo che la ricordo. Baghdad ricorda qualcosa a tutti, ma oggi chi si ricorda di Baghdad?
 testo e foto di Ettore Acocella - Un ponte per...
 Nella storia più recente: il rapimento delle due Simone, la statua di Saddam Hussein che viene giù in mondovisione nel 2003, Calipari e la Sgrena, le bombe contro le Nazioni Unite, la strage nella cattedrale dei cristiani siriaci nel 2010. E Saddam Hussein ovviamente...si, Baghdad ricorda qualcosa a tutti, ma oggi chi si ricorda di Baghdad?
Com’è oggi la città che fu di califfi, harem e del feroce dittatore?
Per noi non è stato facile visitare Baghdad, procedure di sicurezza, prudenza e limitazioni nei movimenti ci hanno permesso solo di gettare un'occhiata dai finestrini della macchina, breve pausa gelato, alcune chiacchiere con amici e colleghi.
Eravamo li per chiudere la terza fase del progetto di sostegno alla Biblioteca Nazionale di Baghdad che Un ponte per.. porta avanti dal 2004, un progetto che in questi anni ha aiutato questa antica istituzione arinascere dalle ceneri del rogo del 2003, ricostruendo spazi, fornendo formazione e apparecchiature per il restauro e la digitalizzazione di testi e manoscritti, contribuendo alla creazione della biblioteca on-line, cercando attraverso campagne di sensibilizzazione di far conoscere al mondo l'immenso patrimonio culturale ancora in parte da recuperare.
Fuori dall'aeroporto, su quella che gli americani chiamavano Route Irish, che collega l'aeroporto con laGreen Zone e poi con il resto della città, sembra di guidare in una base militare, la strada è delimitata da muri, ci sono telecamere a cui devi mostrare un tesserino e gente armata ovunque.
Quando c'erano gli americani questa strada si percorreva alla massima velocità, era considerata una delle strade più pericolose di Baghdad, su questa strada il soldato US Lozano ha sparato sulla macchina che trasportava Calipari e la Sgrena.
La Route Irish finisce davanti all'entrata principale della Green Zone, il fortino militare dove vive la gran parte degli internazionali residenti a Baghdad, è un forte, niente da aggiungere. Giriamo l'angolo, passiamo velocemente sul Tigri e intravedo questa chiesa con tutte le croci coperte da scatole di cartone, comincio a capire dove siamo.
La prima cosa che colpisce è il grado di militarizzazione della città, un susseguirsi di check points, torrette militari, blindati, soldati, filo spinato e muri in cemento di israeliana memoria che tutto circondano e tutto avvolgono, dai luoghi di culto alle banche, dagli edifici governativi agli alberghi.

Doveva essere una bella città prima che venissimo a portare la democrazia, e in parte lo è ancora: nelle fessure al di là dei muri, intravedo moschee, chiese, piazze, enormi palazzi anni '70, architettura socialista ma con tocco di oriente, alternati a casette basse, palme, spazi sabbiosi, grandi fiumi.
Baghdad vive e pulsa nonostante i muri: le strade sono affollate di gente e automobili, il traffico caotico come in una città indiana, negozietti, chioschi, bar con tavolini all'aperto, avverto un fascino di contaminazione, di grandezze passate, di potenzialità future.
E' una città pericolosa Baghdad, per tutti non solo per gli stranieri: gli attentati continuano, i quartieri sono divisi tra le fazioni shiite e sunnite, noi questa tensione l'abbiamo elaborata, dedotta dalle misure di sicurezza e dai controlli, ma io non l'ho avvertita.

Fermi nel traffico per ore, o seduti a mangiare un gelato tra la gente (unico momento di condivisione della vita cittadina), intorno a noi spesso indifferenza, un pò di curiosità e qualche scherzo dei ragazzini, niente di più.
Il panorama dal finestrino della macchina cambia da quartiere a quartiere, e cambia l'atmosfera, il modo di vestire: nei quartieri maggiormente colpiti dalla guerra civile i palazzi portano i segni dei combattimenti, le donne indossano il chador nero, gli uomini sorridono di meno e i muri sono tappezzati di manifesti con faccioni barbuti e turbanti.

Altrove ritrovi l'Hijab colorato, palazzi ricostruiti, piazze fontane giardini.
La Biblioteca Nazionale di Baghdad è un oasi di tranquillità ed efficienza, ci sono i soldati all'entrata ovviamente (è un quartiere di confine tra zone controllate da gruppi diversi), ma all'interno c'è la Baghdad che continua la propria vita, che studia, fa ricerca, legge: l'anziana insegnante, la coppia di studenti, la ragazza che consulta l'archivio telematico...veli a parte, potremmo essere nella Nazionale di Firenze o in una qualsiasi biblioteca universitaria europea.
Visitiamo laboratori e sale attrezzate con apparecchiature diverse, il cui scopo a volte è chiaro - un grande scanner è comunque uno scanner - altre volte meno: “Questa specie di frigoriferi servono a sterilizzare i documenti danneggiati dall'acqua”...annuisco e non faccio altre domande.

La biblioteca all'esterno risente dello stile socialista di cui sopra, all'interno la parte rinnovata con colori pastello, foto di manufatti assiro-babilonesi, vecchie stampe di Baghdad, tavoloni di legno, PC, ritorna quella sensazione di contaminazione.
Arriva l'ambasciatrice dell'Unione Europea che ha cofinanziato parte del progetto, una bionda signora della Repubblica Ceca con un arabo fluente, era a Basra nel 2003 quando la guerra è scoppiata, scopriremo poi che è considerata una delle maggiori esperte di Medioriente del suo paese. 
Saad Eskander, il direttore della biblioteca, accompagna l'ambasciatrice e il viceministro della Cultura iracheno a visitare le sale dell'edificio, per poi offrirci un the.
Lo studio di Saad è una biblioteca nella biblioteca, sulla sua scrivania non c'è spazio per poggiare neanche una penna. La conversazione, tutta in arabo, è vivace e piacevole, si parla di amicizie in comune, della necessità di investire sulla cultura in Iraq e non solo sulle infrastrutture e sulla sicurezza.
La visita dura 85 minuti, i diplomatici in Iraq non possono restare nello stesso posto per più di 90 minuti, quindi l'ambasciatrice sale su uno di 5 SUV blindatissimi (sono tutti uguali, così non è possibile sapere in quale dei 5 lei viaggia), la sicurezza blocca il traffico e partono.

Restiamo a fare due chiacchiere con il viceministro, scopriamo che Saddam Hussein ha ucciso quattro dei sui fratelli e le loro famiglie, lui conserva questo sorriso aperto, sembra competente e propenso all'ascolto, non sono tutti così i politici iracheni.
Più tardi: "Ecco devi fotografare questo" mi dice Walid. Siamo in movimento, non ho tempo di chiedere, scatto...e mi sento un idiota: sono due ore che faccio foto dall'interno di una macchina, come uno di quei turisti di guerra che infestano le strade di tanti luoghi di conflitto.
Ho fotografato...ecco quella era la cattedrale “Nostra Signora della Liberazione” quella attaccata nell'ottobre del 2010 te lo ricordi?
Sì, me lo ricordo, tutti i cattolici siriaci con cui lavoro ricordano bene quel giorno, alcuni di loro hanno perduto un amico o un conoscente in quell'attacco e per molti è stato il punto di non ritorno, che li ha spinti a lasciare Baghdad per posti più sicuri.
Tornando verso l'albergo Walid ci mostra Firdus Square (la piazza del paradiso), quella dove c'era la statua di Saddam Hussein; alcuni posti vanno visti per capire cosa realmente cosa è successo, su un lato della piazza due dei palazzi più alti di Baghdad, uno di quelli è l'Hotel Sheraton, dove durante la guerra risiedevano gran parte dei giornalisti...ed ecco spiegato perché l'abbattimento della statua è diventato un grande evento mediatico.

Peccato non poter dire lo stesso delle centinaia di abitanti di Baghdad uccisi ai check-point mentre tornavano a casa dal lavoro...erano lontani dalla terrazze dello Sheraton.
Oggi nello Sheraton non ci sono più giornalisti, quei pochi rimasti vivono forse barricati nella Green Zone. Baghdad non fa più notizia, l'abbiamo dimenticata, l'Iraq di oggi, dopo la partenza degli ultimi soldati statunitensi, è un paese libero e democratico.

ALCUNI INDICATORI DELLA 'DEMOCRAZIA' IRACHENA:

Nel mese di marzo del 2012 decine di Emo sono stati lapidati in diversi quartieri di Baghdad, pare che un colonnello della “Morality Police” (che fa parte del ministero degli Interni) li abbia definiti cultori di Satana...sì, sì, gli Emo, quei ragazzini post-glamour che noi vecchi ex-darkettoni guardiamo con sospetto nelle nostre piazze. 
Nella sola provincia di Kirkuk, circa il 60 % delle donne ha subito mutilazioni genitali, e il team della coraggiosa Ong tedescha-irachena che è andato a fare la ricerca è stato più volte minacciato di morte...
Nei primi due mesi del 2012 in Iraq sono state eseguite 65 condanne a morte


IL PRIMO MAGGIO ALL'AEROPORTO DI BAGHAD

Nell'aeroporto di Baghdad ho festeggiato il Primo Maggio. Nel pomeriggio, oltre al mio volo per Erbil ci sono almeno tre voli su Teheran ed altre città iraniane.
L'aeroporto è una distesa di chador neri.
Intuisco che sono gruppi organizzati, forse di ritorno dal pellegrinaggio nella città sante sciite in Iraq; sono quasi tutti anziani con borse piene di merchandising religioso, assistiti e guidati da un’efficiente rete di addetti aeroportuali che parlano persiano, uffici di informazione, opere pellegrinaggi etc.
Per la prima volta tocco con mano l'ingerenza iraniana nel nuovo Iraq.
Riparto, questa volta le Iraqi Airways sono riuscite a darmi una carta di imbarco stampata, non scritta a mano, addirittura con il numero del posto assegnato sul Bombardier anni 90, eleganza old fashioned.
Durante il volo mi chiedo se qualcosa ho capito, e decido che cercherò di ricordare Baghdad dandogli il volto delle persone incrociate: la ragazza con il velo arancione e la camicia a scacchi ai tavolini della gelateria, i soldati che insistono per farsi fotografare, il bambino al semaforo, l’addetta al laboratorio di restauro con lo sguardo fiero di chi sta facendo un lavoro importante, l’anziano padre di Walid con le pantofole e il vestito tradizionale che per strada ci parla in inglese a voce alta, in barba a tutte le procedure di sicurezza.
Un modo per umanizzare la sanguinosa cronaca quotidiana di una città liberata dalla dittatura e imprigionata in muri di cemento.

14 maggio 2012

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