Avvertimento all’Arabia Saudita: l’Egitto sta cambiando


  La crisi delle relazioni tra Egitto e Arabia Saudita si è inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi avvenuto all’aeroporto di Gedda in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di pillole stupefacenti. Il governo egiziano si è profuso in intensi sforzi per arginare la crisi, dopo la sorprendente decisione del re saudita di chiudere l’ambasciata e i consolati di Alessandria e Suez. Tuttavia i problemi non sono certo iniziati oggi, e l’arresto di Gezawi non è che la punta dell’iceberg. I rapporti tra i due paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana, a causa della ferma opposizione delle autorità saudite e del loro impegno per fermarla e salvare il regime del presidente Mubarak in tutte le maniere e con tutti i mezzi possibili, tra cui anche una telefonata al presidente americano al quale fu chiesto di intervenire velocemente per impedire il cambiamento democratico in Egitto. La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.
Se la reazione della piazza egiziana all’arresto di Gezawi è stata esagerata, ed alcuni articoli hanno più volte criticato il governo di Riyadh in maniera inappropriata, d’altra parte anche la risposta delle autorità saudite si è dimostrata fuori luogo, dando l’impressione che queste non aspettassero altro che un pretesto per chiudere le ambasciate e i consolati in Egitto; le sedi diplomatiche del regno, infatti, hanno subito dimostrazioni di collera da parte di cittadini sauditi ed arabi in svariate capitali di paesi musulmani e non, come Londra, Washington e Teheran, senza che ciò comportasse la loro chiusura.
Il regno saudita non dovrebbe chiudere le proprie ambasciate in nessuna capitale del mondo, perché questo influenza un miliardo e mezzo di musulmani sui quali incombono gli obblighi religiosi legati alla visita dei luoghi sacri alla Mecca e a Medina, che si tratti del pellegrinaggio o della ‘Umra.
Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.
Ahmad Gezawi, il cui arresto ha provocato lo scoppio della crisi, potrebbe essere effettivamente colpevole di contrabbando di stupefacenti o potrebbe anche essere innocente, ma ad ogni modo come è possibile condannarlo o assolverlo in assenza di una struttura giudiziaria equa in Arabia Saudita e nella maggior parte dei paesi arabi?
Come possono sostenere i responsabili sauditi l’equità del loro sistema giudiziario quando centinaia, forse migliaia di prigionieri politici languiscono dietro le sbarre senza processo? Altrettanti, se non di più, sono coloro a cui è stato impedito di viaggiare senza che alcuna sentenza sia stata emessa contro di loro; ma anche nel caso in cui essi fossero condannati, solitamente queste persone hanno già scontato una pena completa, dunque perché ritirare i loro passaporti?
Le autorità saudite hanno esercitato una forte pressione sul governo britannico per spingerlo ad espellere i due  oppositori  Muhammad al Mas’ari e Sa’ad al-Faqih, minacciando di cancellare un acquisto di armi per un valore di 75 miliardi di dollari, ma non sono riuscite nel loro intento poiché la giustizia britannica, indipendente dal governo, non ha concesso l’estradizione. Tuttavia le autorità saudite hanno rilasciato tre infermiere condannate a morte per l’omicidio di una loro collega, riconoscendo la mancanza di indipendenza nel loro giudizio e assecondando la richiesta del primo ministro britannico di estradarle con un volo speciale per Londra.
Anche chi vi scrive, otto anni fa, ha subito una lunga campagna diffamatoria partita dalle pagine della stampa saudita, e quando mi sono rivolto ad un ufficio legale saudita per impugnare una causa presso la corte del paese al fine di procedere legalmente contro chi mi aveva insultato, il principe Nayef Bin Abdulaziz emise un decreto per impedire un processo per diffamazione e girare la questione al ministero dell’informazione il quale, fautore di tale campagna, divenne così giudice e controparte. Successivamente mi venne addirittura proposta un’ingente somma di denaro per rinunciare al processo, che ovviamente rifiutai; naturalmente posseggo tutti i documenti che dimostrano quanto accaduto.
Lo sheikh Rashid Ghannouchi, leader del partito tunisino En-Nahda e rispettata personalità musulmana, è stato rimandato indietro dall’aeroporto internazionale di Gedda con indosso i vestiti dell’Ihram e con un visto per il pellegrinaggio rilasciato dall’ambasciata saudita di Londra, dopo una detenzione di più di  17 ore, quando è arrivato l’aereo turco che lo ha liberato (il biglietto era scontato, ma a suo carico). Fino ad oggi non sappiamo perché non gli sia stato concesso di adempiere ai doveri del pellegrinaggio, dato che Ghannouchi ha preferito mantenere il silenzio non rivolgendo nemmeno una critica alle autorità saudite a causa del suo grande senso morale e della sua immensa educazione.
La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.
L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili. Però il tutto è più doloroso quando a dare certi ordini sono le autorità che hanno in custodia i luoghi più puri per l’Islam e fra i più sacri del mondo.
I paesi arabi sono numerosi, e differiscono gli uni dagli altri, ma comunque si attengono a dispute educate e alla loro moralità, o per meglio dire lo fanno entro il minimo livello accettabile.
Il regno saudita dovrebbe essere un esempio di giustizia, equità e tolleranza e non dovrebbe privare nessun musulmano, quali che siano i contrasti con esso o con il suo governo, della possibilità di compiere i rituali dell’Umrah o l’obbligo del pellegrinaggio; allo stesso modo i suoi media dovrebbero elevarsi di molto al di sopra dei battibecchi e delle calunnie. Il dissenso politico è legittimo, ma la personificazione delle questioni dev’essere assolutamente rigettata.
Nessuno vuole causare danni all’ambasciata saudita in Egitto né al personale diplomatico che vi lavora, né a qualunque ambasciata o consolato saudita nel mondo, poiché l’ambasciata rappresenta un paese fratello, tuttavia i cittadini egiziani hanno il diritto di manifestare davanti alla sede diplomatica il loro malcontento, rispettando la legge e senza assolutamente cercare di attaccarla, proprio come avviene in ogni paese civile, come sarebbe d’altra parte nel pieno diritto dei cittadini sauditi protestare davanti all’ambasciata egiziana qualora le autorità del Cairo arrestassero un loro fratello ingiustamente.
Ciò che duole è che l’ambasciata egiziana a Riyadh, come anche la maggior parte delle altre ambasciate arabe, non si occupa degli interessi dei propri cittadini, non li difende né si impone per loro, come invece fanno le ambasciate degli altri paesi stranieri; infatti il governo filippino è intervenuto per impedire l’esecuzione di alcuni suoi cittadini perché i tribunali sauditi sono ingiusti, e lo stesso ha fatto il governo turco; l’Indonesia ha proibito alle sue domestiche di lavorare in più d’un paese del Golfo a causa dei maltrattamenti subiti, mentre invece abbiamo visto i diplomatici egiziani dell’ambasciata di Riyadh comportarsi come dei dipendenti del ministero degli esteri saudita.
I sistemi giudiziari arabi tutti, ed in particolare quello saudita, hanno bisogno di riforme radicali, e chi nega questo semplicemente non riconosce la verità; altrimenti perché una delegazione del ministero della giustizia si troverebbe attualmente a Londra per studiare il sistema giudiziario britannico al fine di poter trarne vantaggio nel suo lavoro di riforma? Tale rinnovamento deve fondarsi sulla giustizia, l’equità e il rispetto dei diritti umani, e sulla totale separazione dei poteri; insomma, che non vi siano principi o membri dell’elite al di sopra della legge.
Il regno saudita ha bisogno di un totale ripensamento – e non solo per quanto riguarda la giustizia, ma in molte altre questioni, tra cui la più importante è il miglioramento delle relazioni con l’Egitto e gli altri paesi arabi, soprattutto in questo periodo critico, lasciando da parte le tensioni e le dispute. Riyadh ha infatti già perduto l’Iraq, e non è garantito che otterrà il favore della vecchia o della nuova Siria, alla luce di quello che descrive come il pericolo montante iraniano.
L’Arabia Saudita è sempre stata rinomata per la saggezza dei suoi responsabili e per la loro pazienza, e credo che i loro eccessi nell’affare Gezawi  non rappresentino la tradizione di queste qualità. L’assoluzione di Gezawi dopo tutto questo clamore è divenuta un problema, e il fatto che sia stato arrestato o che venga fustigato sono una disgrazia ancora più grande. Se esistesse un sistema giudiziario giusto allora il quadro della situazione sarebbe totalmente diverso, perché la giustizia è la base del buon governo.
Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”
(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

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