Nella mattina del 13 maggio alcuni abitanti del villaggio di Al-Tuwani scoprono che un uliveto di proprietà di una famiglia palestinese è stato distrutto durante la notte. Diciannove alberi in tutto. Dal novembre 2011, l'operazione Colomba ha monitorato la distruzione o il danneggiamento di 58 ulivi nella zona. di Stefano Nanni
In tutti questi casi non è stato trovato il colpevole né tantomeno è stata offerta una forma di risarcimento ai palestinesi. Eppure la presenza le autorità non mancano.
La guardia dell’insediamento di Ma’on è un corpo di sicurezza privata che ha il compito di proteggere i coloni e i residenti dell’avamposto illegale di Havat Ma’on.
La sua attività giornaliera consiste nell’andare alla ricerca dei pastori palestinesi dei villaggi circostanti per cacciarli o arrestarli. Sempre con la complicità dell’esercito israeliano.
Siamo nelle colline a sud di Hebron, al confine con Israele - area C -, dove l’amministrazione civile e militare sono sotto il controllo israeliano.
Ma’on è una colonia ormai di lunga data. Situata a qualche chilometro ad est del villaggio di al-Tuwani, i suoi confini municipali furono stabiliti dalle autorità israeliane nel 1981.
Tuttavia, la sua espansione è quasi raddoppiata dal 2000, con la costruzione dell’avamposto di Havat Ma’on, che con un’estensione pari alla vicina colonia ospita solo un centinaio di israeliani ortodossi, di cui buona parte armati.
Oltre all’illegalità secondo il diritto internazionale - il cui continuo richiamo ha una valenza ormai minima, ma che in questa sede non smetteremo mai di ricordare – gli avamposti delle colonie sono considerati illegali anche per la legge israeliana, nonostante l’esercito le tolleri apertamente. E vi collabori per qualsiasi azione anti-palestinese.
A tal fine un importante aiuto arriva dalla guardia privata di Ma’on, che secondo legge dovrebbe limitare le sue funzioni all’interno dei confini municipali.
Puntualmente però la giurisdizione israeliana viene disattesa e la guardia privata si occupa di servire anche gli agguerriti coloni dell’avamposto, i quali attaccano frequentemente i pastori palestinesi di al-Tuwani e dei villaggi circostanti.
Per questi ultimi pascolare il loro gregge o girare liberamente da soli in questa zona comporta dei rischi non indifferenti.
Se non fosse per i volontari dell’Operazione Colomba sarebbe praticamente impossibile resistere agli attacchi perpetrati dai coloni di Ma’on.
Questi, ovvero cittadini israeliani non identificabili – perché agiscono mascherati e perché le autorità fanno poco o nulla per identificarli quando compiono dei crimini – , effettuano regolarmente incursioni, spesso armate, nelle campagne palestinesi.
Secondo il rapporto in allegato, dall’inizio dell’anno i volontari hanno registrato 24 attacchi da parte dei coloni, che in 11 casi hanno coinvolto anche l’esercito e la guardia privata, con arresti o fermi amministrativi a carico dei palestinesi.
Le dinamiche di attacco più frequenti consistono in un gruppo di due o più coloni di turno che, al di fuori dei confini della municipalità di Ma’on, cominciano a lanciare pietre – la forma di attacco più diffusa - sui pastori. Questi però, se non si lasciano intimorire, resistono e disobbediscono all’ordine di lasciare le loro terre.
A questo punto entra in scena la guardia privata di Ma’on, che viene prontamente chiamata dai coloni così come l’esercito, la polizia e l’ufficio del distretto di coordinamento israeliani.
Motivo della chiamata? Intervenire per cacciare i palestinesi da una terra che gli israeliani ritengono ovviamente di loro proprietà.
A volte invece capita che sia la guardia stessa a chiamare le autorità una volta sollecitata dai coloni, in grave flagranza del rispetto della sua giurisdizione - la cui legalità nella fattispecie rimane tutt’altro che solida dato che stiamo parlando di un contesto di insediamenti illegali – e nonostante non ci sia alcuna situazione di emergenza in corso.
Anzi, può succedere che guardia ed esercito entrino nei villaggi palestinesi senza alcun motivo e preavviso.
Per fare un esempio concreto serviamoci del rapporto dell’Operazione Colomba e torniamo indietro al 3 febbraio scorso.
Era mezzogiorno quando un centinaio di coloni entrarono nel villaggio di al-Tuwani provenienti dalle colonie di Carmel, Ma’on ed il relativo avamposto.
Scortati dalla guardia privata e da ben 4 camionette delle IDF si diressero al centro del villaggio per visitare un sito archeologico che, secondo degli archeologi israeliani, celerebbe un’antica sinagoga.
Mentre i coloni pregavano – alcuni anche armati secondo le testimonianze riportate nel rapporto – l’esercito teneva a distanza di sicurezza i palestinesi obbedendo prontamente agli ordini della guardia privata.
Finito il pellegrinaggio i coloni lasciarono il villaggio con la scorta al seguito come se nulla fosse.
Quest’esempio dimostra per l’ennesima volta la deliberata omertà e il disprezzo per il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e delle stesse leggi israeliane che impera nei Territori Occupati da parte degli stessi cittadini israeliani, che si tratti di coloni, soldati o corpi di sicurezza privata.
I volontari dell’Operazione Colomba, presenti ad al-Tuwani dal 2004, sono testimoni quotidiani dell’autorità che la guardia di Ma'on, un privato cittadino israeliano, esercita sui soldati, che a loro volta garantiscono l’impunità ai coloni.
Parallelamente però sono testimoni anche dell’instancabile voglia di resistenza delle comunità palestinesi locali che hanno scelto di rispondere all’occupazione israeliana con la non violenza, riunendosi nel Comitato popolare delle South Hebron Hills.
Con il coinvolgimento e il supporto dei media locali e di Operazione Colomba e Christian Peacemaker Teams, il Comitato svolge lavoro di advocacy, nel tentativo di portare all'attenzione dell'opinione pubblica le condizioni di vita delle comunità palestinesi dell'area.
Tra il 2009 e i primi mesi del 2011 hanno visitato Al-Tuwani Tony Blair, rappresentante del Quartetto, il console statunitense e Salam Fayyad, primo ministro palestinese.
Tali azioni non restituiranno alla famiglia palestinese i 19 alberi di ulivo distrutti né sono servite fin’ora ad allentare la violenza dei coloni.
Ma, come dimostra l’accordo per interrompere lo sciopero della fame di 1.200 prigionieri palestinesi, la non violenza sembra essere l’unica via possibile per risvegliare il mondo dall’assopimento in cui è avvolta ormai la causa palestinese.
Soprattutto, questa sembra essere l’unica arma seria in grado di impensierire Israele.
17 maggio 2012
Commenti
Posta un commento