Iran – Perché Netanyahu ha paura della diplomazia


 Netanyahu e Obama sono alle solite. L’intransigente primo ministro israeliano, accanto al senatore Joe Lieberman, ha accusato Obama di aver fatto un “regalo” all’Iran durante i colloqui di Istanbul una settimana fa. L’Iran può continuare ad arricchire l’uranio “senza alcuna limitazione” per altre cinque settimane, ha accusato Netanyahu.
Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità, ha ribattuto Obama qualche istante dopo dall’altra parte del mondo, in occasione del vertice dell’America Latina in Colombia. “L’idea che in qualche modo abbiamo regalato qualcosa, o fatto un ‘omaggio’, indicherebbe che l’Iran ha ottenuto qualcosa”, ha detto. “In realtà, gli iraniani hanno ricevuto alcune delle sanzioni più dure, con cui dovranno fare i conti entro pochi mesi, se non approfitteranno di questi colloqui”.
Le aspettative erano molto basse per i colloqui di Istanbul. Eppure sono stati fatti dei progressi,  non perché nessuna delle due parti ha fatto compromessi,  ma proprio per la ragione contraria. Gli iraniani hanno lasciato cadere le loro precondizioni per affrontare la questione nucleare, e gli Stati Uniti hanno deciso di risolvere il problema nel quadro del Trattato di non-proliferazione, inviando l’ennesimo segnale implicito che Washington accetterà l’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, anche se sotto severi controlli.
Naturalmente, Netanyahu ha torto nel sostenere che l’Iran ha guadagnato tempo. Le leggi dell’universo rimangono le stesse: il tempo passerà indipendentemente dal fatto che le parti negozino o meno. I colloqui consentirebbero agli iraniani di guadagnare tempo solo se il tempo si fermasse miracolosamente ogni volta che la diplomazia cessa.
(D’altra parte, Obama probabilmente non si farà consigliare da Netanyahu su come costruire la pace. Se lo avesse fatto, saremmo in guai seri.)
Ma per quanto corretta, la risposta di Obama è ancora insufficiente.  Piuttosto che discutere ossessivamente su un “resoconto minuto per minuto” riguardo a chi è “al comando”, o a chi ha concesso di più, egli dovrebbe spostare l’attenzione sul quadro più generale.
Ecco ciò che conta davvero: siamo arrivati sull’orlo di una guerra disastrosa, ma siamo riusciti ad avviare un processo che può realizzare i nostri obiettivi principali. Siamo in grado di scongiurare un Iran dotato di armi nucleari, e di impedire una guerra catastrofica. I comuni cittadini americani non dovranno continuare ad avere il prezzo della benzina a più di 2 dollari al litro, né la ripresa economica mondiale sarà più in pericolo.
Invece Netanyahu dovrebbe rispondere alla domanda: Perché teme il successo della diplomazia più del suo fallimento?
Dietro la retorica e le isteriche argomentazioni, ci sono legittime preoccupazioni israeliane riguardo all’impatto della diplomazia sulla sicurezza del paese. Il governo Netanyahu, e i suoi predecessori a partire dal governo Rabin-Peres, hanno temuto che negoziati proficui avrebbero portato inevitabilmente a un compromesso che avrebbe permesso all’Iran di proseguire limitate attività di arricchimento sul proprio territorio.
Hanno ragione.
Ma piuttosto che vedere questo risultato come un compromesso positivo che in fin dei conti impedirebbe all’Iran di costruire una bomba nucleare, Israele teme che ciò consentirebbe all’Iran di diventare una potenza nucleare virtuale, cosa che a sua volta cambierebbe gli equilibri di potere nella regione a danno di Israele.
Una parità nucleare virtuale nella regione danneggerebbe la capacità deterrente di Israele nei confronti delle organizzazioni militanti palestinesi e libanesi, e ne comprometterebbe la manovrabilità strategica. Danneggerebbe l’immagine di Israele come unico Stato dotato di armi nucleari nella regione e indebolirebbe il mito della sua invincibilità. I giorni in cui la supremazia militare di Israele le consentiva di dettare i parametri della pace e di perseguire piani di pace unilaterali sarebbero finiti. “Non possiamo permetterci una bomba nucleare nelle mani dei nostri nemici, punto e basta. Non occorre che la usino; il fatto di averla sarebbe sufficiente,” mi ha spiegato il navigato politico israeliano Ephraim Sneh in un’intervista per  il mio libro.
Questo  cambiamento geopolitico  potrebbe costringere un riluttante governo Netanyahu ad accettare compromessi territoriali con i suoi vicini. Probabilmente, Israele non potrebbe permettersi allo stesso tempo una rivalità nucleare con l’Iran e permanenti dispute territoriali con gli arabi.
In secondo luogo, giungendo a un accordo con l’Iran, gli Stati Uniti ridurrebbero le tensioni con gli autocratici governanti di Teheran. Non ci sarebbe, tuttavia, una proporzionale riduzione delle tensioni fra Israele e l’Iran. Ciò susciterebbe una “paura dell’abbandono” da parte di Israele – l’idea che Tel Aviv dovrebbe continuare a confrontarsi con un Iran ostile nella regione, mentre gli Stati Uniti ridurrebbero i propri contrasti con Teheran e rivolgerebbero altrove la loro attenzione. L’effetto a catena che ciò avrebbe su altre sfide – non direttamente legate a questa – a cui Israele deve far fronte (come la sua battaglia demografica) potrebbe essere decisivo.
Ci sono tuttavia diverse incongruenze nel ragionamento che è alla base di questi timori. In primo luogo, esso presuppone che Israele debba mantenere gli equilibri di forza regionali a suo favore come misura per la propria sopravvivenza. Questo pone un onere insostenibile sulla società israeliana: la probabilità di riuscire a controbilanciare e sopravanzare un paese quindici volte più grande sul lungo periodo rimane scarsa.
In secondo luogo, tale ragionamento non tiene in debito conto la possibilità che la diplomazia riduca le tensioni israelo-iraniane. Invece di esprimere una posizione favorevole alla diplomazia, al fine di garantire che le preoccupazioni israeliane siano messe in agenda nel giorno dei colloqui, Israele si è esplicitamente opposta alla diplomazia e ha frapposto numerosi ostacoli al suo successo. Ciò ha posto Israele in rotta di collisione con gli Stati Uniti – il suo più importante alleato, che è desideroso e necessita di un accordo con l’Iran.
Israele ha bisogno di cambiare il modo in cui interpreta le proprie prospettive di sicurezza. La regione sta cambiando in modo essenziale, ma Israele si rifiuta di adeguarsi alla nuova realtà. Si ostina a restare uguale a se stessa. Non è una strategia che le torna utile.
Trita Parsi è un giornalista e scrittore di origine iraniana, esperto di questioni mediorientali; è cofondatore del National Iranian American Council(Traduzione di Roberto Iannuzzi

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