Michel Wieviorka e Georges Bensoussan. : NUOVO ANTISEMITISMO IN EUROPA?


Intervista a Michel Wieviorkarealizzata da Francesca Barca

MEMORIA E IDENTITA’
Un nuovo antisemitismo che, pur avendo perso i connotati razzistici tradizionali, si definisce sempre per l’odio verso un particolare gruppo umano. L’identificazione degli ebrei con Israele e degli arabi e musulmani immigrati con la causa palestinese. Il rinnovamento del modello di cittadinanza repubblicano indotto dalla riscoperta dell’identità, e della memoria, da parte di minoranze. Intervista a Michel Wieviorka.

Michel Wieviorka, sociologo, è direttore del Centro di Analisi e d’Intervento Sociologico (Cadis) dell’Ehess di Parigi. E’ fondatore e direttore della rivista Le Monde des Débats. 

Esiste l’antisemitismo oggi?
Sulla questione dell’antisemitismo è utile intanto distinguere tra la dimensione Stato nazione e quella invece planetaria. Io penso che il fenomeno sia presente ad entrambi i livelli e che però sia evoluto assumendo caratteristiche diverse. E’ evoluto nei suoi contenuti, ma anche dal punto di vista degli attori; non solo: è diventato appunto un fenomeno globale. Questo significa che l’antisemitismo in Francia ha a che fare con le trasformazioni interne della società, ma allo stesso tempo è la proiezione sul suolo francese di logiche che vengono dall’esterno.
Allora, la prima novità è che l’antisemitismo ha smesso di essere razziale in senso biologico. Non si sente più parlare di sangue, di razza ebraica, di tratti fisici propri agli ebrei. La “biologizzazione” dell’antisemitismo si è indebolita man mano che il fenomeno veniva portato avanti da attori a loro volta vittime del razzismo, più o meno a sfondo biologico. In Francia, per dire, gruppi di origini algerine o marocchine, fanno resistenza a caratterizzare fisicamente gli ebrei perché sanno che il medesimo meccanismo potrebbe avere un effetto boomerang nei loro confronti.
Una seconda caratteristica importante concerne i suoi contenuti: oggi l’antisemitismo dice quasi il contrario di quello che diceva il vecchio antisemitismo. Fino a cento anni fa l’antisemitismo consisteva nel ritenere gli ebrei un pericolo, una minaccia per l’identità nazionale, per l’integrazione, per il corpo sociale, per l’omogeneità del paese... Insomma, gli ebrei incarnavano logiche che minavano il gruppo dominante e quindi l’immagine della propria società, della propria nazione, della Repubblica...
Oggi accade quasi il contrario. Gli ebrei non rappresentano più una minaccia di quel tipo, ma al contrario l’occupazione del centro della nazione, della società, della repubblica. Non si dice più: “Gli ebrei sono un pericolo per la nazione, per la repubblica, per lo Stato, per la società” bensì: “gli ebrei si sono integrati”...
Troppo?
Appunto, sono troppo al cuore della nazione, della società. Insomma quello che viene loro rimproverato non è la minaccia che costituirebbero, ma il fatto che sono “entrati” e che occupano posti di potere. E’ un cambiamento considerevole. Del resto è vero che gli ebrei oggi in Francia non sono vittime né di segregazione né di discriminazione, in alcun modo, mentre fino a un secolo fa lo erano ancora.
L’altro cambiamento, come dicevo, riguarda i nuovi “attori”, coloro che portano avanti i contenuti antisemiti. Beninteso, il vecchio antisemitismo nazionalista, razzista, xenofobo non è sparito, come pure quello cristiano che ritiene appunto che gli ebrei abbiano ucciso Gesù: esiste ancora e lo si incontra oggi nelle aree di destra “dura”, di estrema destra.
Da questo punto di vista il vero spartiacque è dato dal fatto che dopo la seconda guerra mondiale l’antisemitismo è diventato “criminale”, quindi non può più avere un’espressione esplicita, e tuttavia continua ad apparire, casomai in forma velata. In Francia in particolare è stato risvegliato dall’estrema destra, nella persona di Jean-Marie Le Pen, che ha avuto spesso uscite molto infelici, come nel 1998 all’università estiva del partito, in cui se ne uscì con il gioco di parole “Durafour crématoire”, a proposito del ministro ebreo Michel Durafour, o ancora con affermazioni come “la Shoah è un dettaglio della seconda guerra mondiale”, per non parlare dell’interesse che ha sempre manifestato il Fronte Nazionale verso i cosiddetti testi “negazionisti”.
Quindi il vecchio antisemitismo non solo continua ad esistere, ma negli anni ’80 è stato rilanciato.
Un altro elemento, neanche questo nuovo, è la presenza di un certo antisemitismo nell’estrema sinistra, anch’esso erede di una vecchia tradizione, sia marxista che anarchica; sia in Karl Marx che in Proudhon se ne trovano tracce. Il partito comunista è stato anch’esso talvolta antisemita o ha comunque manipolato l’antisemitismo.
Ecco, tutta questa tradizione ha trovato una nuova edizione nell’identificazione politica alla causa palestinese. Il ragionamento è abbastanza semplice: “Israele è il sionismo, un progetto inaccettabile, la dominazione e la distruzione dei palestinesi, la colonizzazione”, cose peraltro, a mio avviso, in parte condivisibili, ma da qui si fa un passaggio ulteriore per cui lo Stato di Israele e le sue politiche vengono a coincidere tout court con gli ebrei, e di conseguenza tutto quello che tocca ai palestinesi rimanda al male assoluto incarnato dagli ebrei.
In sostanza, per alcuni il punto di partenza è l’antisemitismo, per altri l’antisemitismo è piuttosto un punto di arrivo.
Ha parlato dell’estrema destra, e di una certa sinistra terzomondista. Che ruolo rivestono invece le popolazioni immigrate di origine arabo-musulmana in questo fenomeno?
Allora, premesso che si può essere arabi e non musulmani, come si può essere musulmani senza essere arabi, qui direi che di nuovo l’antisemitismo nasce da un’identificazione alla causa palestinese. Molti di questi giovani immigrati vivono nei quartieri popolari, dove alcuni discorsi trovano terreno fertile: “io immigrato in Francia mi sento trattato come i palestinesi in Medio Oriente”, “io sono vittima del razzismo della polizia come loro dell’esercito israeliano”, “io sono escluso socialmente e vivo in condizioni molto dure, come i palestinesi”. E’ un po’ lo stesso meccanismo: chi domina, sfrutta, disprezza, terrorizza i palestinesi sono gli israeliani, gli israeliani sono gli ebrei...
In Francia, l’aspetto interessante è che, a rigore, questo discorso si sviluppa senza alcun riferimento a degli ebrei reali. E tuttavia non si può negare che il discorso comunitario ebraico oggi pone effettivamente un problema. Il Crif (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche Francesi), attraverso il suo presidente, ha spesso dato l’immagine di una diaspora francese solidale con il governo israeliano, qualunque cosa esso faccia. Da questo punto di vista, almeno nel caso francese, non è così bizzarro equiparare la critica al governo israeliano a quella agli ebrei nel loro insieme.
Una seconda logica, che è molto diversa, è quella alla Samuel Huntington, ovvero lo scontro tra civiltà, o meglio tra religioni: l’Islam e l’Occidente sono in guerra, io sono musulmano quindi sono in guerra contro l’Occidente. L’Occidente sono gli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono governati da degli ebrei, o comunque sono a favore di Israele, di qui l’equazione Israele uguale Stati Uniti. Ecco come viene fuori il discorso antisemita. In questo caso non si tratta di identificazione alla causa palestinese.
Va anche detto che a volte abbiamo una logica senza l’altra, a volte le abbiamo entrambe contemporaneamente. Direi che è questo il nuovo paesaggio.
Dati i cambiamenti delineati, ha ancora senso parlare di antisemitismo o sarebbe più opportuno utilizzare un’altra espressione, come quella di “giudeofobia” coniata da Taguieff? 
A me pare che le altre espressioni non siano molto felici. Si è tentato di chiamare questa nuova evoluzione con l’antico termine “antigiudaismo” o appunto “giudeofobia”. Antigiudaismo tuttavia significa che si sta parlando di una religione, e quindi si parte da una definizione restrittiva degli ebrei, perché una grossa parte del mondo ebraico non si definisce affatto in termini religiosi. Non si può insomma ridurre il fatto ebraico al giudaismo. C’è chi propone delle altre parole: giudeicità, giudaismo, ebraicità, ecc...
Poi c’è appunto l’espressione giudeofobia, che è più aperta, ma rimanda comunque alla religione.
A mio avviso però è proprio la parola “fobia” che pone il problema, perché fobia è una cosa molto precisa, che non corrisponde a quello che osserviamo. In questo senso il vocabolario disponibile non è il più felice. E poi io credo che bisogna accettare una cosa: è vero che l’antisemitismo di oggi non è quello che c’era tra le due guerre e tuttavia è comunque l’odio per lo stesso gruppo, e la parola che designa maggiormente questa continuità storica della vittima è antisemitismo.
Si può anche ragionare diversamente, in modo più scientifico: per un sociologo l’antisemitismo è un razzismo, per cui andrebbe analizzato con le stesse categorie che si usano per gli altri razzismi. E tuttavia c’è un tale spessore storico nella vicenda dell’antisemitismo che rende quasi improponibile metterlo sullo stesso piano degli altri razzismi. Ecco perché dico che bisogna conservare la parola “antisemitismo”, anche se il contenuto è cambiato, e l’odio verso gli ebrei non si accompagna a ideologie costruite sull’idea di razza semita, o cose del genere.
C’è un fenomeno apparso recentemente, che complica ulteriormente il quadro, anche se non lo modifica: l’emergere di un razzismo in popolazioni che si definiscono loro stesse per il colore della pelle: i neri...
Si tratta di un fenomeno che non è nuovo, né in Francia né negli Stati Uniti, basti pensare alle dichiarazioni di Louis Farrakhan. Come dicevo, in Francia quello che viene rimproverato agli ebrei è appunto di essere al cuore della nazione, della Republique, della società. Ora però sta emergendo una dimensione ulteriore di quell’accusa che recita più o meno così: gli ebrei non solo sono pienamente riusciti nella loro integrazione, ma impediscono agli altri gruppi di compiere lo stesso percorso.
Questa logica, incarnata dalla figura di Dieudonné, sta assumendo forza soprattutto nel mondo antillese francese, ovvero i francesi discendenti dagli schiavi.
La rivendicazione investe due dimensioni: una “memoriale”, che quindi rimanda alla storia, e una sociale. In base alla prima si accusano gli ebrei di avere un vero monopolio della sofferenza storica, che impedisce a tutti gli altri di fare in qualche modo valere il proprio passato: lo schiavismo, la tratta dei neri, la colonizzazione.
In secondo luogo, si accusano gli ebrei di comportarsi in maniera razzista e addirittura di avere avuto un ruolo centrale nella tratta dei neri. Accusa palesemente falsa, dato che tutte le indagini storiche negano che gli ebrei, o anche “degli ebrei”, abbiano avuto un ruolo in quella vicenda, che tuttavia ha un seguito.
Tra le novità ha citato anche la “globalizzazione” dell’antisemitismo. Può parlarne?
Oggi bisogna parlare di un fenomeno globale, cioè sostenuto da logiche planetarie, che però si installano sulle dinamiche interne di ciascuno Stato nazione. In realtà nemmeno questa è una novità a tutti gli effetti: l’antisemitismo è globale da molto tempo. Le ricerche che hanno indagato l’odio verso gli ebrei nell’antichità lo registravano già in diverse aree.
La globalizzazione è stata promossa dal cristianesimo: l’accusa mossa agli ebrei di essere un popolo deicida è circolata per una tale quantità di tempo da fornirgli una dimensione globale.
Quello che invece è nuovo, utilizzando una definizione non mia, ma di un marxista americano, David Harvey, è che con l’inizio degli anni ’90 si può parlare della globalizzazione come di una “doppia compressione”, del tempo e dello spazio, che investe anche l’antisemitismo.
Un esempio: nei paesi del Medio Oriente si accusano gli ebrei di ogni sorta di nefandezza: i crimini rituali (le vecchie accuse cristiane), il complotto per prendere il potere sul mondo; si recuperano i Protocolli dei Saggi di Sion (un testo inventato dalla polizia dello zar alla fine del XIX secolo); si riprendono argomentazioni di tipo nazista, quindi razziali, sorte in Europa all’inizio del XX secolo, ma anche tematiche negazioniste, per cui gli ebrei avrebbero inventato la Shoah, o comunque manipolata a loro profitto, per rafforzarsi.
Insomma, si prende quello che arriva da ogni parte del mondo e lo si amalgama e tutto questo circola un po’ dappertutto. E’ in questo senso che il fenomeno dell’antisemitismo è globale e non semplicemente locale. Questa è una novità. La domanda è: queste sono logiche che appartengono a una dimensione planetaria che poi prendono corpo nei vari paesi, oppure sono interne a ogni paese?
In Francia c’è stata una recrudescenza di violenze e aggressioni antisemite all’inizio del 2000, in concomitanza con lo scoppio della seconda Intifada. Molti hanno interpretato questo dato sostenendo che l’antisemitismo francese non sarebbe nulla più che la proiezione sul suolo nazionale di quello che succede in Medio Oriente, quindi logiche planetarie. Gli ultimi eventi però non trovano corrispondenza nell’attualità internazionale. Di qui l’idea che l’antisemitismo sarebbe invece l’esito di un disagio sociale, nello specifico, la crisi nelle banlieues, l’esclusione, la povertà…
Ecco, io credo che una buona analisi sia quella che prova a coniugare i due registri, facendoli giocare insieme.
Meno di un anno fa un giovane ebreo, Ilan Halimi venne sequestrato, torturato e infine ucciso da una banda di criminali. E’ stato subito evidente, per quanto se ne sia discusso, che quest’azione aveva una connotazione antisemita perché la vittima era stata scelta in quanto ebrea. I rapitori avevano sequestrato un ebreo certi di avere il riscatto: gli ebrei sono il denaro -un pregiudizio antisemita. E se la famiglia non paga, la comunità pagherà. E infatti i rapitori alla fine hanno chiesto il denaro a una sinagoga, a un rabbino. Tuttavia quest’azione non ha nulla a che fare con la globalizzazione. Si è trattato di un gesto criminale e barbaro interno alla società francese. Allora, da un lato ci sono questi giovani che vedono alla televisione un bambino palestinese trattato in modo inumano dall’esercito israeliano e che poi cercano di incendiare una sinagoga -una proiezione sulla Francia del conflitto israelo-palestinese, quindi logiche globali, mondiali, planetarie. Dall’altro c’è l’affaire Fofana (dal nome del capo della banda), che è proprio un delitto francese. Quindi, di nuovo, possiamo avere l’una o l’altra, ma spesso le due logiche sono legate.
L’emersione di nuove identità ha investito il rapporto con la memoria, la storia, la stessa nazione…
Facciamo qualche passo indietro. Dalla fine degli anni ’60, la Francia, come molti altri paesi, ha conosciuto un “ethnic revival”, una rinascita delle identità. E’ cominciato con le identità regionali, quella occitana, bretone, più tardi quella corsa, con ricadute anche in ambiti inediti. Gli stessi sordomuti si sono “risvegliati” e hanno chiesto il riconoscimento della lingua dei segni diventando a loro volta un movimento identitario. Anche gli ebrei di Francia in quel periodo si sono conseguentemente allontanati dal modello repubblicano classico, ereditato dall’epoca rivoluzionaria e dall’Illuminismo, fondato sull’idea che si potesse essere ebrei in privato ma non in pubblico. In sostanza possiamo dire che a partire dalla fine degli anni ’60 questo modello inizia a scricchiolare aprendo nuovi spazi a queste emergenti identità che fanno appello in primo luogo alla loro memoria.
Aggiungo che non si può capire il risveglio degli ebrei di Francia se non si tiene in considerazione quanto successo durante la Seconda Guerra Mondiale in questo paese: il ruolo della polizia, dello Stato, del regime di Vichy, quindi la messa in causa dello Stato e della storia nazionale.
Gli stessi occitani del resto hanno messo in primo piano il loro essere stati vittime, così i bretoni. Insomma, c’è l’idea che per esistere collettivamente bisogna rintracciare una propria storia specifica, attraverso la memoria.
Negli anni ’80 il fenomeno identitario ha preso un’altra direzione, sostituendo la memoria con l’appartenenza religiosa: l’Islam.
Negli anni sempre più “identità” hanno chiesto un riconoscimento, anche dal punto di vista della memoria, a partire dall’appartenenza a un gruppo che avesse sofferto storicamente a causa della Francia. Talvolta si è chiesto alla Francia di ammettere questa sofferenza anche se causata da un altro Paese. E’ il caso degli armeni, che hanno chiesto alla Francia di riconoscere il genocidio perpetrato dai turchi contro di loro.
Così arriviamo agli anni ’90 e a oggi, con l’emergere di nuovi appelli a memorie e storie fatte di sofferenza, distruzione, sterminio, fino al passato coloniale e allo schiavismo dei neri di Francia. Di qui il dibattito su Napoleone ad Haiti, la tratta dei neri, lo schiavismo, la colonizzazione, la decolonizzazione... Insomma siamo entrati in una situazione in cui sempre di più le radici nazionali, la storia, sono in discussione. Talvolta le rivendicazioni, le affermazioni, sono portate da gruppi che partono da fatti storici molto contestabili, o comunque presentati in modo discutibile, banale, semplificato. Oggi si sente dire che gli antillesi discendono tutti dagli schiavi, che in parte è vero, ma le cose sono molto più complicate. Dopo tutto la tratta dei neri non è “la” tratta dei neri, ma “le” tratte dei neri, e non c’è alcuna ragione per imputare tutte le colpe alla Francia. Il fenomeno ha interessato anche altri paesi d’Europa, Portogallo, Spagna, Inghilterra, come pure alcuni paesi dell’Africa stessa. Se si vuole parlare seriamente di queste tematiche bisognerebbe affidarsi a indagini storiche serie -alcune, per dire, hanno messo in luce anche il ruolo degli africani nella tratta dei neri. Quindi siamo all’interno di un panorama articolato e a tratti scivoloso, specie quando si appella a memorie false.
Abbiamo parlato di Dieudonné. Allora, è ovvio che c’è stato lo schiavismo. Ma il discorso che lui sta portando avanti è assai strano, non corrisponde che molto lontanamente alla realtà. Nella costruzione di una propria memoria e identità, i vari gruppi si appellano a degli intellettuali o pseudo-tali. Ecco, in Francia, più che altrove, tutto questo ha come contraltare la messa in discussione della storia in quanto radice nazionale. Vengono così interpellati coloro che per professione producono la storia, cioè gli storici, ma anche i politici.
La Francia oggi è così costretta a confrontarsi con l’immagine di un paese tutt’altro che glorioso, che anzi ha perpetrato crimini orribili. In passato le nazioni erano incoraggiate a dimenticare i crimini, in particolare quelli fondativi, su cui appunto si erano costruite. Oggi un’altra idea comincia a farsi strada: una grande nazione è tale perché riconosce i suoi torti. Questo ragionamento ha tuttavia dei limiti perché quando si inizia non si finisce più.
Jacques Chirac comunque è stato molto chiaro a questo proposito: la nazione francese per crescere deve riconoscere i torti del regime di Vichy e dello Stato, e la schiavitù. Una posizione inedita rispetto al XIX secolo, quando la bella e grande nazione francese aveva sempre ragione.
In che senso entra in crisi il modello repubblicano alla francese e qual è la posizione degli ebrei?
Tutti questi gruppi rivendicano il diritto di essere riconosciuti pubblicamente, che i libri di storia ne parlino. Queste identità vogliono esistere anche sul piano pubblico, avere mezzi di espressione, risorse, visibilità; non accettano più di essere confinati alla sfera privata.
E’ questo il nodo critico, perché il modello repubblicano francese consiste sostanzialmente nel dire: nello spazio privato fate quello che volete, ma in quello pubblico non ci sono che individui, quindi non ci sono minoranze, gruppi, né particolarismi culturali. Ecco, un’applicazione dura e pura di questo principio non è più accettabile.
Stiamo cioè assistendo alla nascita di quello che io chiamerei un modello “neo-repubblicano”.
E’ in atto una trasformazione del modello repubblicano: questi gruppi si aspettano molto dalla repubblica, ne rispettano pienamente i valori, ma nello stesso tempo vogliono essere riconosciuti come tali.
Qui l’esperienza degli ebrei francesi è molto interessante. I primi ad avere compreso tutto questo infatti sono stati loro. Nel vecchio modello repubblicano si poteva essere ebrei solo in privato. Addirittura non li si chiamava ebrei, bensì israeliti, la parola era scomparsa dal vocabolario. Col tempo però hanno preso le distanze da questo modello e sono diventati visibili, religiosamente, politicamente, nel loro rapporto con Israele, culturalmente, si sono quasi “etnicizzati”. Di qui una rottura con il modello repubblicano classico. Allo stesso tempo -è diventato evidente soprattutto in questi ultimi anni- hanno dimostrato di aspettarsi molto dalla Repubblica.
Quando c’è stato l’omicidio del giovane ebreo Halimi c’è stata una mobilitazione che ha espresso la richiesta alla Republique di garantire la sicurezza e il rispetto dei valori democratici. Dopo una fase di grande presa di distanza, oggi gli ebrei francesi, appellandosi alla Repubblica, stanno contribuendo ad inventare questo modello neo-repubblicano, facendosi di fatto portavoce anche delle rivendicazioni degli altri gruppi.

BANLIEUES IN FIAMME
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Una cultura della violenza contro i bianchi è ormai un fatto nelle periferie francesi. Da quando il giovane ebreo non è più “sottomesso” è diventato un obiettivo. A mettere a ferro e a fuoco le città è stata una esigua minoranza; la situazione tragica delle ragazze. Intervista a Georges Bensoussan.

Georges Bensoussan, storico e intellettuale francese, è autore de Les territoires perdus de la République, edizioni Milles et une Nuits, Paris 2004. Il saggio contiene una serie di testimonianze di docenti, genitori e alunni sulle violenze, in maggioranza a carattere antisemita, avvenute nelle scuole medie e superiori francesi nel corso degli ultimi anni. Sullo sfondo di queste violenze, il conflitto con il mondo arabo, gli attentati dell’11 settembre e il conflitto israelo-palestinese.

Il suo saggio, Les Territoires perdus de la République, riguardo alle violenze antisemite nelle scuole medie e nei licei francesi da parte soprattutto di studenti di origine maghrebina suscitò un certo scalpore e anche diverse critiche. Alla luce di quanto avvenuto nel novembre 2005, si è rivelato un libro premonitore...
Purtroppo sì. Non ne vado di certo fiero, ma i fatti confermano l’allarme che io cominciai a lanciare già nella prima edizione del 2002.
Il clima di violenze che ha scosso la Francia nel novembre del 2005 era già iniziato alla fine degli anni’90, subendo un’impennata dopo gli attentati di New York del 2001. Le testimonianze che riporto nel saggio si riferiscono alle violenze recenti, alle violenze fisiche recenti. E’ bene sottolineare come ancora una volta, le violenze fisiche siano state precedute dalle violenze verbali, il cui peso era stato sottovalutato. Purtroppo una violenza fisica, come la storia ci dimostra è sempre preceduta dalla violenza verbale. Questa violenza verbale era l’espressione di un clima intellettuale. Anche nelle scuole medie e nei licei c’era un clima violento, in particolare in seno alla classe insegnante, ma è solo dopo l’11 settembre che si è passati dalle parole alle aggressioni fisiche vere e proprie. Però già nel 1994, durante i corsi di formazione sulla storia della Shoah, di cui ero responsabile, alcuni docenti di storia cominciarono a raccontarmi quanto fosse difficile e problematico, con determinati alunni e in alcune classi, insegnare la Shoah. Il problema esiste quindi già da diversi anni.
La problematica nacque quando il Ministero della Pubblica Istruzione rese obbligatorio l’insegnamento della Storia della Shoah...
La storia della Shoah ha sempre fatto parte dei programmi di storia in quanto “inclusa” nella storia della seconda guerra mondiale. In seguito l’insegnamento della storia della Shoah è stato perfezionato. Tuttavia, mentre nel corso degli anni ’80 non ci sono mai stati incidenti, dalla metà degli anni ’90 nelle scuole si cominciano ad avere le prime avvisaglie e i primi incidenti, a sfondo antisemita. Io credo che i motivi di questo cambiamento siano da ricercare, da una parte all’interno di un retaggio antisemita che avvolge determinate realtà, e dall’altra in fattori di tipo congiunturale.
Tra il ’75 e il ’95, in Francia, grazie alla nuova legge di ricongiungimento famigliare, c’è stata una grande ondata migratoria, che ha coinvolto più di un milione di persone. La stragrande maggioranza di questi immigranti proviene da aree, come il Maghreb, che in questi ultimi anni hanno sviluppato un forte sentimento antiebraico, una vera e propria giudeofobia, aggravatasi a causa del conflitto israelo-palestinese. Questa gioventù maghrebina è stata quindi educata in un clima culturale antiebraico, rafforzato dal mantenimento di forti legami con la propria terra d’origine. Questi giovani, arrivando a scuola, hanno mantenuto e sviluppato un riflesso, che 20 anni fa era del tutto assente. Lo potremmo definire un fattore demografico. Poi però c’è un altro fattore di tipo congiunturale: l’aumento, negli anni ’90, della disoccupazione. Nella disoccupazione io includo anche tutti coloro che hanno impieghi precari e salari molto bassi. La forte immigrazione si è scontrata con l’incapacità dell’economia francese ad assorbire tutta questa nuova manodopera, appena arrivata. La frustrazione sociale è sfociata nel risentimento, le cui prime vittime sono stati gli ebrei. Perché gli ebrei? Perché nei paesi del Maghreb l’ebreo è considerato, da sempre, un essere inferiore.
C’è alla base dunque un certo retaggio culturale che si coniuga con un’insoddisfazione sociale rispetto alle attese e alle speranze di emancipazione economica e professionale. L’incapacità e la difficoltà ad integrarsi in Francia sfociano dunque nel risentimento che, in un primo tempo, si rivolge sugli ebrei, ma poi si allarga all’insieme della società francese. Tanti giovani “immigrati”, nati qui, di nazionalità francese, non solo non si riconoscono nella Francia, ma addirittura odiano il paese in cui sono nati e in cui vivono. Bisogna stare però attenti a non addebitare tutte le colpe alla società francese, alla sua incapacità d’integrare gli immigrati, e al suo passato coloniale. La comunità maghrebina, rispetto alle altre comunità stranieri residenti in Francia, è quella che ha fatto maggiormente pressione sui suoi membri affinché non si integrassero. C’ è stato una sorta di ricatto psicologico.
Tu sei venuto a conoscenza di queste problematiche durante i corsi di aggiornamento per gli insegnanti.
Durante i corsi di formazione, attraverso la discussione con i docenti, ma anche studiando ed approfondendo le relazioni tra ebrei ed arabi nel corso dei secoli, mi sono reso conto che, contrariamente all’idea diffusa, queste relazioni non sono mai state buone e si sono sempre basate su un rapporto di superiorità e inferiorità, tra dominante e dominato. Per cui, fintanto che l’ebreo rimane nella condizione di “dhimmi”, di sottomesso, non ci sono problemi, ma guai ad aspirare ad uno statuto di eguaglianza. Gli ebrei sefarditi che abbandonarono il Maghreb dopo la decolonizzazione, lo fecero soprattutto perché non volevano ritornare a uno status di inferiorità, cui erano destinati nelle società arabe.
Il tuo libro è conosciuto?
Il titolo è conosciuto -è diventata un’espressione di uso comune- non così il suo contenuto. Questo perché sin dall’inizio la sua diffusione è stata boicottata; si aveva paura di gettare benzina sul fuoco, mi accusavano di creare falsi allarmismi. Solo quando sono esplose le violenze, nel corso del 2005, ci si è resi conto che non si poteva più eludere il problema. Nel marzo del 2005, durante alcune manifestazioni studentesche, ci furono diverse violenze a sfondo razzista perpetrate da giovani di origine africana contro giovani bianchi francesi. In quell’occasione il quotidiano Le Monde, in un suo editoriale, dovette ammettere che ci si trovava di fronte ad un razzismo “antibianco”. Per la prima volta, dopo i ripetuti allarmi degli ultimi anni, si prendeva consapevolezza del problema. Per la prima volta si cominciava a riconoscere che una cultura della violenza aveva messo radici tra i giovani immigrati di origine africana e nordafricana. La cosa curiosa è che, a partire da questo momento, l’espressione “I territori perduti della Repubblica” è diventata di uso comune, e oggi è ampiamente utilizzata, ma nessuno ha mai specificato e ricordato che è stata tratta da un saggio, un’inchiesta, che appunto, già dal 2000, con due edizioni aggiornate e ampliate (2002 e 2004), affrontava e denunciava la violenza che scuoteva la società francese, una violenza che proviene da una determinata parte della popolazione. Questo prova ulteriormente come il mio libro continui ad essere, in un certo senso, boicottato; il titolo va a pennello, ma il suo contenuto ancora no.
Che cosa disturba del tuo libro?
Disturba l’infrangersi dell’immagine a cui siamo stati abituati. Si fa fatica ad accettare che il razzismo possa provenire anche da chi l’ha subito. Io personalmente sono stato oggetto di attacchi feroci. Mi hanno dato del razzista e dell’antiarabo. C’è chi ha detto che il libro era stato scritto da sionisti. Questa reticenza di fondo nei confronti della nostra inchiesta ha reso difficile la diffusione del saggio.
Le istituzioni come hanno reagito?
Il governo e il Ministero della pubblica istruzione hanno preso sul serio la nostra inchiesta. Sono stato ricevuto dal ministro un anno e mezzo fa, il quale mi ha ascoltato con grande attenzione. Sono state prese delle misure, anche se risultati concreti non se ne vedono. La situazione è pure più grave di quella descritta nel libro, perché non c’è solo un problema di antisemitismo. La violenza dilaga e colpisce diversi soggetti, tra cui molti insegnanti. Questo avviene soprattutto negli istituti professionali. Anche in questo caso il problema riguarda l’integrazione delle giovani generazioni, dei figli degli immigrati. Il fallimento della loro integrazione è sotto gli occhi di tutti.
Sta per essere varata la nuova legge sull’immigrazione. La società francese è divisa tra chi difende i diritti dei “sans papiers” e chi invece vorrebbe limitare il numero di immigrati.
In materia d’immigrazione, in Francia, oggi esiste una profonda spaccatura tra la classe dirigente, sia di sinistra che di destra, e il paese reale, che vive una realtà completamente diversa. L’unico politico ad aver colto il sentimento della società è il ministro degli interni Nicolas Sarkozy, il quale, attraverso un linguaggio chiaro e diretto, dice quello che in tantissimi pensano: “Se un immigrato non ama la Francia, che allora se ne vada”. Dieci anni fa queste cose le diceva il Fronte Nazionale di Le Pen: “Se non amate la Francia, lasciatela”. Si tratta ovviamente di espressioni banali, ma quello di Sarkozy è un linguaggio diretto e immediato, che scansa il linguaggio razzista.
Nonostante fossi già al corrente del deterioramento della situazione sociale in Francia, ti aspettavi l’escalation di violenze del 2005?
Sapevo che la situazione era grave. Sapevo anche che il malessere francese non si limitava ad atteggiamenti antisemiti, e tuttavia non mi aspettavo questa esplosione di violenza in tempi così rapidi.
Tanti hanno paragonato queste violenze al maggio del ’68, ma da parte mia vedo poche similitudini. Innanzitutto abbiamo assistito ad atti di ferocia inauditi, in cui c’è stata la ferma volontà di uccidere: persone stese per terra colpite con bocce di ferro sul cranio, pompieri che si sono visti rovesciare addosso lavatrici e frigoriferi, handicappati a cui hanno appiccato fuoco all’interno degli autobus ecc.
Abbiamo assistito, in certi quartieri delle banlieues, a veri e propri scenari di guerra. Il governo ha fatto intervenire la polizia per sedare i disordini. Oltre alle macchine sono state incendiate biblioteche, scuole, palestre e centri sportivi. I responsabili di queste violenze incontrollate sono dei ragazzi, in molti casi minorenni che, dopo essere stati arrestati, sono stati rilasciati. Tuttavia durante questi disordini non vi è stata alcuna azione antisemita. Cosa significa questo? Che il problema della violenza in Francia non riguarda solo gli ebrei. Gli ebrei, come molto spesso nella storia, costituiscono il primo sintomo, il campanello d’allarme.
Quando, nel 2002, iniziarono le violenze antisemite, si sostenne che ciò era da attribuirsi a piccoli gruppi di scalmanati, che attaccavano le sinagoghe per sfuggire alla noia. Nel novembre del 2005 questi delinquenti avrebbero dovuto attaccare altrettante sinagoghe e invece no; ciò significa si è trattato di veri e propri attacchi antisemiti. Durante i disordini, la maggior parte dei mass media e dei giornalisti non hanno mai utilizzato i termini mascalzoni o delinquenti, ma si sono limitati a dire “i nostri giovani, la gioventù”. Invece di chiamarli per il loro nome si sono nascosti, si sono tirati indietro per paura. Non tutti i giovani si sono comportati da delinquenti; non tutti i giovani “immigrati” si sono comportati da delinquenti. Il fatto che si abbia avuto paura di chiamare le cose con il loro nome è il sintomo del clima di paura e di crisi morale della società francese. E’ una minoranza che ha messo a fuoco e fiamme i quartieri; ed è sempre una minoranza che avvelena la vita di certi quartieri. Questa minoranza sono dei delinquenti. Quando Sarkozy ha parlato di “feccia” si riferiva a questa minoranza. E’ stato accusato di essere razzista. Ma è indubbio che in certi quartieri vi sono dei gruppetti di persone che dettano legge. Per le ragazze, soprattutto quelle di origine araba, la situazione è veramente tragica. Sono oggetto di violenze fisiche e verbali quasi quotidianamente. Per non farsi notare escono di casa in tuta da ginnastica e una volta arrivate a Parigi, in centro, si cambiano e si vestono come avrebbero desiderato.
Questa cultura mafiosa, oserei direi fascista, imperversa in certi quartieri, ma la sinistra francese fatica a riconoscerla e sembra abbia paura di combatterla. In questi quartieri imperversa il culto del “Caïd”, che detta ordini, organizza il racket e il traffico di droga, alimentando l’aspirazione all’arricchimento facile. Tanti giovani immigrati delle banlieues abbandonano la scuola e gli studi perché, nella loro testa, uno spacciatore di droga ha maggiori aspettative di guadagno. E’ un problema estremamente serio che emerge da centinaia di testimonianze di docenti e operatori sociali che lavorano nei quartieri.
I disordini del novembre 2005 hanno portato alla ribalta un malessere diffuso che, a mio avviso, andrebbe affrontato senza pregiudizi e senza schemi ideologici che rischiano di annebbiare la realtà che abbiamo di fronte.


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