Rami G Khouri :Un terrificante menù di possibili scenari per la ‘partita finale’ in Siria


La crisi siriana, ormai chiaramente in un vicolo cieco, e che vede un crescente coinvolgimento internazionale, potrebbe evolversi secondo molteplici scenari, elencati in un crescendo di drammaticità dal giornalista Rami Khouri
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Dopo che la Lega Araba ha deciso di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere un sostegno al suo piano per risolvere la crisi in Siria, le prospettive di internazionalizzazione della questione siriana si sono accresciute. Ciò aggiunge una nuova dimensione al già acceso dibattito attorno agli esisti che potrà avere la crescente violenza e la sempre più grave crisi politica nel paese.
Negli ultimi mesi, ho sentito formulare decine di scenari riguardo a come le cose potrebbero finire in Siria. Alcuni sono plausibili, altri fantasiosi, ma tutti sono solitamente avanzati da osservatori e analisti competenti. Possono essere riassunti più o meno come segue.
Lo scenario più comune che ho sentito formulare è quello secondo cui le tensioni e le violenze continueranno per tutto l’anno fino a quando il collasso economico del paese farà sì che alcune figure influenti all’interno del regime guidato dal presidente Bashar al-Assad compiranno un colpo di stato, dopo aver perso la speranza che Assad possa trovare una soluzione politica alla crisi. Tale colpo di stato sarebbe condotto da ufficiali militari alawiti e sunniti resisi conto della necessità di giungere a un accordo con i manifestanti e di avviare la Siria verso un percorso di democratizzazione politica seria, allo stesso tempo risparmiando agli alawiti una dura punizione dopo la caduta della famiglia Assad. Una variante di questo scenario vede un complotto interno per assassinare i leader del regime e porre immediatamente fine alla crisi.
Un altro scenario, ormai sempre meno probabile, è che i russi riconoscano che l’approccio di Assad è destinato a fallire e rinuncino a utilizzare il diritto di veto per impedire che il Consiglio di Sicurezza eserciti pressioni su Damasco. Secondo questo copione, la Russia convincerebbe Assad a dimettersi e a lasciare il paese insieme ai membri del suo clan e alle loro ricchezze.
Una variante di questo scenario vede una combinazione di capi alawiti, ufficiali militari e grandi uomini d’affari decidere collettivamente che sarebbero tutti condannati a un tragico destino se le cose dovessero continuare così, e lavorare insieme per fare una delle due cose seguenti: progettare un colpo di stato per imporre l’uscita di scena di Assad, o sedersi a un tavolo con lui e mettere in chiaro che essi – i pilastri che sostengono il suo regime – presagiscono la catastrofe, e perciò egli deve cedere il potere a una leadership democratica transitoria prima che un crollo totale travolga il paese.
Un’eventualità più drammatica è, secondo alcuni, che un certo numero di potenze regionali e globali imponga una no-fly zone e “zone cuscinetto” lungo i confini settentrionali e meridionali della Siria. Questo potrebbe accelerare la defezione di decine di migliaia di soldati e civili, affrettando il crollo del regime dall’interno. Questo processo potrebbe essere favorito ancor di più da un ulteriore deterioramento economico che colpirebbe tutti i settori della società, mentre più severe sanzioni internazionali – tra cui il blocco dei voli e delle transazioni bancarie con la Siria – determinerebbero una penuria di beni di prima necessità e un’inflazione galoppante che renderebbero impossibile la vita alla maggior parte dei siriani. Ciò consentirebbe anche di scatenare imponenti manifestazioni contro il regime nelle città di Damasco e Aleppo, che segnerebbero il destino degli Assad.
Una possibilità ancora più drastica è che la polarizzazione della società siriana secondo le divisioni etniche e settarie, e una guerra civile totale, facciano giungere lo Stato unitario al punto di collasso, e che gli alawiti si ritirino sulle loro montagne per formare un proprio Stato nelle regioni alawite nord-occidentali. Alcuni suggeriscono che sarebbe stato questo l’obiettivo della crisi fin dall’inizio, con “attori esterni” determinati a provocare conflitti interni tali da dividere la Siria in diversi staterelli, tra alawiti, drusi, curdi e sunniti.
Ciò avverrebbe proprio mentre l’Iraq deve far fronte a un’analoga disgregazione con la possibilità che il paese unitario lasci dietro di sé entità sunnite, sciite e curde. A fomentare questo scenario vi sarebbero, naturalmente, Israele e l’America, il cui desiderio di egemonia sul Medio Oriente sarebbe grandemente facilitato dalla presenza di deboli staterelli su base etnica al posto degli attuali Stati arabi, certamente più grandi e più forti. In un simile scenario, Israele potrebbe rapidamente venire in aiuto di alcuni di questi staterelli di natura etnica – come già cercò di fare con alcuni gruppi libanesi negli anni ‘80 del secolo scorso – e quindi consolidare sia la frammentazione del Levante che il predominio israeliano su di esso.
Lo scenario più terribile è quello secondo cui il deterioramento della situazione in Siria porterebbe il regime di Assad ad attuare la cosiddetta “opzione Sansone”, in base alla quale esso cercherebbe di fomentare conflitti e di creare il caos in tutta la regione, al fine di far precipitare l’intero Levante in una conflagrazione regionale. Questa opzione sarebbe basata sulla decisione degli Assad che, se essi non possono governare una Siria unificata, nessun’altro nella regione riuscirà a vivere in pace e sicurezza. Un tale scenario comporterebbe il tentativo di suscitare conflitti in Libano, Israele, Giordania, Turchia e Iraq, e potrebbe avere come esito l’uso di armi chimiche o addirittura nucleari.
Questi sono solo gli scenari più plausibili, che stanno ampiamente circolando nella regione in questi giorni.
Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)



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