I villaggi palestinesi potrebbero presto rimanere di nuovo al buio
Di Juliane von Mittlestaedt
20 febbraio
Numerosi piccoli villaggi palestinesi in Cisgiordania erano stati senza elettricità per decenni -prima che una fondazione israeliana con finanziamenti europei ha di recente installato dei pannelli solari e pale eoliche. Ora, tuttavia, Israele vuole togliere queste strutture perché sono su un territorio soggetto alla sua amministrazione. Il momento più bello è quando le luci nelle tende si accendono, una dopo l’altra, dice Elad Orian. L’elettricità qui, sulle colline a sud di Hebron, è stata a lungo inaffidabile. O non era disponibile, o era troppo costosa, prodotta soltanto per poche ore al giorno per mezzo di un rumoroso generatore che “tracannava” gasolio. La situazione è cambiata quando Elad Orian e Noam Dotan, due fisici ( e attivisti) israeliani che si erano stancati del conflitto, sono arrivati qui tre anni fa e hanno installato pannelli solari e innalzato pale eoliche. Da allora, queste strutture sono state installate in 16 comunità, fornendo elettricità a 1.500 Palestinesi.Le donne qui non devono più fare il burro a mano; possono congelare il formaggio di pecora che è la base del loro sostentamento; i loro bambini possono fare i compiti di sera. Ora possono stare seduti insieme a vedere la televisione e collegarsi a un mondo che sembra tanto lontano dalle loro vite, all’estremità del deserto di Giudea. E’ solo una piccola rivoluzione, ma un valido esempio di riuscito aiuto allo sviluppo.Il successo, tuttavia, potrebbe presto diventare una cosa del passato. Israele ha minacciato di demolire le strutture: infatti cinque municipalità nelle settimane scorse hanno ricevuto l’ordine di “fermare i lavori”, il primo passo verso la demolizione. Il problema è che le strutture sono nella cosiddetta Area C, che copre il 60% della Cisgiordania ed è amministrata da Israele. Il permesso da parte degli Israeliani è un requisito prima che la costruzione di progetti possa iniziare e i permessi non sono dati quasi mai ai Palestinesi.
‘Un segnale chiaro’
Il risultato è che i residenti dell’Area C hanno brutte strade e mancanza di elettricità e di acqua. L’agricoltura è impossibile e la costrizione di fabbriche è proibita. Il risultato è che soltanto 1.500 Palestinesi vivono nell’Area C e 310.000 coloni israeliani che sono forniti di tutto. Il progetto dei pannelli solari aiuta a rendere la vita un po’ più sopportabile per i Palestinesi nell’Area C, ma questa sembra una cosa che gli Israeliani non vogliono.“Gli ordini di demolizione hanno lo scopo di inviare un chiaro segnale a tutti i paesi europei: non interferite, non investite nell’area C,” dice il fondatore del progetto, Noam Dotan.
Alcune delle strutture sono state installate già da due anni, il che rende difficile credere che siano state notate soltanto adesso. Soprattutto, la decisione di inviare un segnale alla Germania che ha fornito la maggior parte dei fondi per il progetto, un totale di circa 600.000 €. (791.300 $). Il progetto è stato realizzato dall’organizzazione Medico International in collaborazione con Comet-Me, cioè l’organizzazione fondata dai due Israeliani.I diplomatici europei a Ramalla e Tel Aviv sospettano che gli ordini di demolizione siano una reazione a un rapporto dell’Unione Europea stilato di recente, insolitamente critico sulla situazione nell’Area C. Afferma: “La finestra per una soluzione di due stati si sta chiudendo rapidamente data la continua espansione degli insediamenti israeliani.” La conclusione: L’Unione Europea ha bisogno di fare investimenti mirati allo sviluppo economico e alle migliori condizioni di vita dei Palestinesi dell’Area C.
Argomento di conversazione politica
Pochi mesi fa, si era programmato che un progetto analogo co-finanziato dal governo spagnolo, dovesse essere demolito, cosa che finora è stata impedita per mezzo di una massiccia pressione diplomatica.
I progetti finanziati dalle organizzazioni di aiuto straniere o dall’Unione Europea, sono state spesso distrutti in passato: l’esempio più noto è stato l’aeroporto di Gaza, finanziato con 38 milioni di dollari avuti dall’Unione Europea e che è stato poi distrutto dalle bombe israeliane poco tempo dopo la sua costruzione. In generale, però, le demolizioni sono state causate da preoccupazioni per la sicurezza. Il fatto che innocui pannelli solari – installazioni che vengono finanziate da paesi alleati per provvedere alle necessità umanitarie fondamentali – siano a rischio di demolizione è una situazione nuova.
Stando così le cose, quando il ministro degli esteri tedesco Guido Westrwelle è andato a Israele due settimane fa, non ha parlato soltanto con il primo ministro Benjamin Netanyahu e con il ministro della Difesa Ehud Barak sul processo di pace e sul programma nucleare dell’Iran, ma anche delle pale eoliche e dei pannelli solari in località come Shaab al-Buttum.
Centinaia di persone vivono in quel villaggio, e sono i più poveri tra i poveri. Sono una comunità di pastori che si muovevano liberamente in tutta la zona, fino a quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967. Da allora, si sono insediati là, raccogliendo l’acqua durante l’inverno e comprando acqua potabile costosa trasportata d’estate da un camion lungo una pista ghiaiosa. Una strada in buone condizioni che porta all’insediamento non esiste, malgrado il fatto che Shaab al-Buttum sia situata tra due avamposti israeliani. Gli insediamenti sono illegali, ma miracolosamente hanno tutte le cose necessarie fondamentali che mancano ai loro vicini palestinesi: elettricità, acqua e strade.
Cambiamenti sociali
Nei quattro mesi scorsi, tuttavia, due pale eoliche e 40 pannelli solari hanno fornito l’acqua agli abitanti dei villaggi: da 40 a 60 chilowattora ogni giorno. Bastano soltanto per scaldare un metro quadrato di una casa ben coibentata per un anno o per fornire elettricità a un intero villaggio.
Fin da quando è arrivata la corrente elettrica, l’antropologa israeliana Shuli Hartman vive nel villaggio. Voleva scoprire che cosa significa l’elettricità per la gente. Osservava che le donne hanno più tempo perché il loro carico di lavoro è ridotto e possono guadagnare di più. Ha visto che sono diventate più indipendenti, dato che usano usando i telefoni cellulari che fino a poco tempo fa non potevano neanche caricare. E ha visto come in un villaggio dove ogni famiglia di solito lottava per sopravvivere, ora sta imparando a diventare una comunità. Un anziana abitante del villaggio le ha detto: “L’elettricità per noi è come l’acqua per una persona che cammina nel deserto.” La sua vita è diventata un po’ più facile grazie a una mini centrale elettrica. Come ultima cosa, ma non per questo meno importante, il progetto ha messo insieme Israeliani e Palestinesi.
“I Palestinesi qui in precedenza avevano conosciuto gli Israeliani soltanto come coloni e soldati,” dice la Hartman.
“Non volevamo soltanto dimostrare di far parte del conflitto: volevamo partecipare alla sua soluzione,” spiega Noam Dotan. Ma sembra che la soluzione non sia voluta. Senza un piccolo miracolo, le tende di Shaab al-Buttum saranno presto di nuovo al buio.
Da Z Net – Lo spirito della reistenza è vivo
Fonte:http://www.zcommunications.org/palestinian-villages-may-soon-go-dark-once-again-by-juliane-von-mittelstaedt
Traduzione di Maria Chiara Starace

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