Buon compleanno, Bahrein

Ad un anno dall’inizio della rivolta, il Bahrein ha festeggiato l’anniversario tra violenze, feriti e arresti. Le forze di sicurezza erano schierate già da lunedì mattina, a Manama. Pearl Square cinta d’assedio, come del resto tutta la capitale: le vie d’accesso bloccate da mezzi blindati, i sobborghi isolati e i villaggi dei dintorni occupati da polizia e esercito.
di Marta Ghezzi da Amman
L’immane schieramento di forze non ha però impedito ai manifestanti di raggiungere la piazza e tentare l’occupazione simbolica, ad un anno di distanza.
Cariche della polizia, lanci di fumogeni e lacrimogeni si sono susseguiti per tutta la giornata di ieri.
Testimoni sostengono di aver sentito colpi di arma da fuoco, ma le autorità non confermano. La risposta dei manifestanti è stata a colpi di pietre e bottiglie incendiarie.
Violenti scontri tra dimostranti e forze dell’ordine si registravano ieri in tutto il paese, con epicentro nel piccolo villaggio di Sanabis, dove agenti di sicurezza hanno fatto irruzione delle case, sparando fumogeni e compiendo arresti di massa.
Alla fine della giornata, le autorità dichiaravano l’arresto di una trentina di persone, tutti responsabili dei disordini, ma fonti non ufficiali farebbero salire il numero dei fermati almeno a 68, tra i quali figurerebbero anche minorenni.
Arrestata e trattenuta per tutta la giornata anche la famiglia di Nabil Rajab, direttore del Bahrein Centre for Human Rights, compresi i due figli piccoli, accusati di sommossa e rilasciati solo in serata.
Sulla natura dei disordini, il ministero delle Comunicazioni ha diramato ieri un comunicato nel quale riconduceva le violenze di piazza a pochi facinorosi, facendo così eco all’intervento televisivo di lunedì del re Hasan bin Isa Al-Khalifa, durante il quale il monarca si diceva convinto della possibilità di una riconciliazione nazionale, capace di superare le momentanee divergenze, e felice della determinazione con cui gli attori in campo perseguono, ancora dopo un anno, i loro obiettivi.
Convocata per oggi una conferenza stampa delle opposizioni per chiarire i fatti di ieri.
Da chiarire anche la questione Formula 1. Programmata per il 22 aprile prossimo, la corsa rischia di saltare per il secondo anno consecutivo.
Di oggi una lettera confermata da parlamentari inglesi e bahreiniti che chiede lo svolgimento della competizione, essendo la situazione sottocontrollo e limitata a sporadici episodi di disordine.
15 febbraio 2012
2 Rami G. Khouri : Sauditi in Bahrein
L’arrivo delle truppe dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti (EAU) nel Bahrein lo scorso lunedì rappresenta un motivo di preoccupazione su tre piani. Primo, indica che i leader arabi conservatori negli Stati chiave per la produzione dell’energia sono preoccupati che le sommosse nello Yemen a ovest e nel Bahrein a est possano estendersi ai loro paesi. Secondo, accelera la guerra ideologica di vecchia data tra alcuni leader arabi e il governo iraniano, con una forte, seppure non esplicita, sfumatura di tensione sciito-sunnita. Terzo, genererà probabilmente nuove tensioni interne in alcuni Stati del Golfo dove le minoranze sciite alzeranno il livello delle richieste e delle proteste. Forse, tuttavia, potrebbe essere positivo su due altri fronti: l’Arabia Saudita si sta affermando e sta dimostrando che può agire in maniera decisiva, mentre gli Stati Uniti appaiono come uno spettatore marginale in questo processoIl ministro degli esteri degli EAU, Abdullah bin Zayed el-Nahyan, ha dichiarato, lunedì scorso, che la mossa di Arabia Saudita ed EAU aveva lo scopo di sciogliere le tensioni nel Bahrein, di “appoggiare il governo del Bahrein e ristabilire calma e ordine nel paese, e di aiutare sia il governo che il popolo del Bahrein a raggiungere una soluzione ottimale per il popolo del paese”.Questo scopo è legittimo e ragionevole, ma inviare truppe da altri paesi arabi è probabilmente il mezzo peggiore per raggiungerlo, dato il contesto interno, regionale e globale in cui ciò accade. Sul piano nazionale, una seria contestazione maturata all’interno del paese contro l’elite dirigente del Bahrein riflette una più ampia rivolta dei cittadini arabi, stufi di non vedersi riconosciuti i diritti connessi alla piena cittadinanza. Sul piano regionale, ciò sarà con molta probabilità percepito come il più recente confronto politico ‘per procura’ fra Arabia Saudita e Iran, che del resto, in alcuni luoghi (Iran, Palestina, Libano), ogni tanto degenera in scontri armati. E a livello globale (con in aggiunta il valore simbolico della presenza della Quinta Flotta statunitense in Bahrein) questa è la più recente fase della battaglia ideologica che ha definito il Medio Oriente durante gli ultimi due decenni, e soprattutto dopo il crollo dello Stato iracheno nel 2003 in seguito all’attacco anglo-americano: la sfida regionale capeggiata da Iran e Siria, e la resistenza di fronte al conservatorismo arabo-israelo-americano.Nella maggioranza di questi scenari e di queste battaglie ‘per procura’, gli Arabi conservatori filo-americani hanno generalmente battuto in ritirata, e hanno perso terreno a favore del fronte capeggiato da Iran e Siria sia in ambito politico che militare, con solo poche eccezioni. Se il Bahrein è ora il più recente campo di battaglia attivo del conflitto ideologico ed etnico, l’iniziativa militare dell’alleanza Arabia Saudita–EAU sotto l’ombrello del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) probabilmente avrà esattamente l’effetto opposto allo scopo dichiarato di portare tranquillità. Alimenterà i risentimenti e l’opposizione attiva di molti nel Bahrein e in tutta la regione, che vedranno in questa mossa una specie di ‘occupazione’, come alcuni nel Bahrein hanno già dichiarato lo scorso lunedì.L’insegnamento che molti trarranno è che due diversi standard vengono applicati ai diritti dei cittadini arabi: in paesi come Libia, Egitto e Tunisia, il mondo accetterà o sosterrà attivamente i cambiamenti costituzionali che i cittadini di questi paesi richiedono, mentre in altri paesi arabi come il Bahrein, i diritti dei cittadini vengono dopo le esigenze più ampie legate all’energia e alla sicurezza. Questo è uno dei motivi per cui le proteste di cittadini di alcuni Stati del GCC, sia quelle meno intense sia quelle più veementi, stanno diventando sempre più numerose.L’invio di truppe saudite e degli Emirati è probabilmente una reazione controproducente, perché le tensioni nel Bahrein sono puramente politiche e locali. Possono essere risolte attraverso negoziati nazionali che riconfigurino il sistema governativo costituzionale in un modo che affermi gli uguali diritti di tutti i cittadini e assoggetti l’élite politica in carica e le decisioni nazionali a meccanismi più credibili di responsabilità e partecipazione – ossia ciò che gli Arabi stanno chiedendo in tutta la regione. Questioni di carattere politico che potevano essere risolvibili in Bahrein saranno ora meno risolvibili perché sono state spostate in un’arena definita dalla presenza di truppe straniere e da una battaglia ‘per procura’ tra le potenze regionali e globali.
Un demone si è svegliato dentro l’Arabia Saudita: infatti l’invio di truppe saudite in altri territori è segno di reale preoccupazione e panico crescente, ma anche di fiducia e assertività in politica estera. Le implicazioni di questa mossa saudita per la regione sono enormi nonché imprevedibili. È inoltre interessante la dichiarazione degli USA secondo cui Washington non sarebbe stata informata, consultata o al corrente della decisione sui movimenti militari transfrontalieri del suo più stretto alleato arabo nel cuore del mercato immobiliare più strategico del mondo. Come direbbero i miei dotti amici politologi: “Perbacco!”Non c’è migliore indizio del ruolo marginale ormai riservato a Washington in gran parte del Medio Oriente, dovuto in buona misura alla sua incompetenza, incoerenza, parzialità nonché debolezza nel consentire che la sua politica mediorientale sia modellata da fanatici neoconservatori, zelanti filo-israeliani, demagoghi anti-islamici, estremisti fondamentalisti cristiani, e svariati altri strani personaggi che calpestano i principi americani e producono strategie di politica estera che danneggiano e marginalizzano gli Stati Uniti sulla scena internazionale.IL RISCHIO PIÙ GRANDE: SE ESPLODE IL GOLFOI
Un demone si è svegliato dentro l’Arabia Saudita: infatti l’invio di truppe saudite in altri territori è segno di reale preoccupazione e panico crescente, ma anche di fiducia e assertività in politica estera. Le implicazioni di questa mossa saudita per la regione sono enormi nonché imprevedibili. È inoltre interessante la dichiarazione degli USA secondo cui Washington non sarebbe stata informata, consultata o al corrente della decisione sui movimenti militari transfrontalieri del suo più stretto alleato arabo nel cuore del mercato immobiliare più strategico del mondo. Come direbbero i miei dotti amici politologi: “Perbacco!”Non c’è migliore indizio del ruolo marginale ormai riservato a Washington in gran parte del Medio Oriente, dovuto in buona misura alla sua incompetenza, incoerenza, parzialità nonché debolezza nel consentire che la sua politica mediorientale sia modellata da fanatici neoconservatori, zelanti filo-israeliani, demagoghi anti-islamici, estremisti fondamentalisti cristiani, e svariati altri strani personaggi che calpestano i principi americani e producono strategie di politica estera che danneggiano e marginalizzano gli Stati Uniti sulla scena internazionale.IL RISCHIO PIÙ GRANDE: SE ESPLODE IL GOLFOI
3 Bahrein, urla del silenzio e tensione tra Iran e Arabia Saudita
Secondo Amnesty International sono più di 500 le persone arrestate nelle ultime settimane in Bahrein. Quasi tutti sciiti. A febbraio l'emirato del Golfo è esploso; il fragile equilibrio sul quale la dinastia sunnita degli al-Khalifa ha basato il potere assoluto a scapito della maggioranza sciita è andata in pezzi, come il monumento della Perla.orgeva nella capitale Manama, al centro di un grande incrocio sempre trafficato, maoccupato dai dimostranti il 21 febbraio scorso.
I violenti scontri tra la polizia e i dimostranti, non solo sciiti, ne hanno fatto il simbolo della protesta. La famiglia reale, furiosa, l'ha fatta abbattere. Rendondo, come spesso accade, ancora più simbolico quel luogo che celebrava la prima, storica, fonte di reddito del Paese prima dell'avvento dei prodotti finanziari e degli idrocarburi.La repressione continua. Prima della denuncia d Amnesty, dieci giorni fa, era stato il quotidiano britannico The Indipendent a denunciare che almeno trenta medici del Bahrein sono stati fermati e percossi dalle forze di sicurezza del Paese per aver soccorso i dimostranti feriti dalla polizia negli scontri. Il quotidiano britannico è venuto in possesso di una serie di email inviate da un medico locale a un suo collega britannico in cui si parla di dottori arrestati mentre stavano operando o perché sorpresi in lacrime sul corpo di un manifestante ucciso.
Molti di questi medici sono scomparsi. Lo stesso autore delle email, un primario dell'ospedale Salmaniya, è stato arrestato e interrogato all'interno del quartier generale della polizia. Da allora è sparito nel nulla e non si hanno più notizie sulla sua sorte. Ieri, presso un tribunale militare, è iniziato il processo a Abdul-Hadi al-Khawaja, attivista sciita, ritenuto dal governo uno degli ispiratori delle proteste. Zainab, la figlia di Abdul-Hadi, ha iniziato il giorno dell'arresto uno sciopero della fame durato sette giorni, al termine dei quali è stata ricoverata e ha dovuto riprendere l'alimentazione. La sua era una manifestazione di protesta contro la decisione del regime del Bahrain di arrestare suo padre, suo zio, suo marito e suo cognato.Zainab e suo padre sono diventati simboli della ribellione in Bahrein, almeno quanto Ayat al-Ghermezi. Venti anni, poetessa, nota per alcuni componimenti contro il governo di Manama. E' stata uccisa dopo essere stata arrestata e violentata dalle forze governative. Secondo fonti dell'opposizione, Ayat dopo aver letto i suoi brani in piazza ha iniziato a ricevere insulti, lettere ed e-mail intimidatorie. Secondo quanto spiega la sua famiglia, una volta recatasi dalla polizia a riferire delle minacce ricevute, è stata insultata anche dai funzionari. Alla fine di marzo le forze di sicurezza hanno effettuato due incursioni a casa sua, minacciando la sua famiglia affinché fornisse informazioni su Ayat, minacciando che, in caso di silenzio, avrebbero "distrutto la casa con le proprie mani, come ordinato da funzionari di alto grado". Di lei non si sono avute più notizie, tranne una telefonata anonima, a metà aprile, che informava la famiglia che la ragazza si trovava - in come - nell'ospedale dei militari di Manama. Dove poi è morta.Dal 13 marzo la crisi del Bahrein è diventata internazionale. L'Arabia Saudita ha inviato mille militari, su richiesta di Manama, per sopprimere la rivolta popolare. Stando alle fonti locali, decine di persone sono state uccise e in centinaia sono state arrestate durante la repressione da parte del governo delle manifestazioni pacifiche. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno inviato 500 poliziotti e il Kuwait un piccolo contingente di marina.Teheran, paladina dei diritti degli sciiti nel mondo, ha rapporti sempre più tesi con l'Arabia Saudita, mentre si susseguono manifestazioni degli sciiti contro la repressione. Tutto questo accade mentre Nick Clegg, vice premier britannico, ha risposto alla Camera di Londra che a suo avviso ''non c'è nessun parallelo possibile tra la situazione libica e quella in Bahrein. Un conto è intervenire dopo anni di regime e vessazioni, un altro farlo durante moti di piazza''. Clegg ha dimenticato di dire che i due regimi, entrambi al potere da più di quarant'anni, hanno represso nello stesso modo nemici differenti. Entrambi, però, con l'aiuto della Gran Bretagna e dell'Europa.Christian Elia
Bahrein, urla del silenzio
4 Alta tensione tra Iran e Arabia Saudita[Image] Un lampo nella notte. Sei, sette bottiglie incendiarie lanciate contro le finestre e i cancelli dell'ambasciata dell'Arabia Saudita a Teheran. ''Morte agli Usa, morte a Israelè e morte ai Saud'', la famiglia regnante in Arabia Saudita. Questo almeno ha riportato la Fars, agenzia stampa vicina al governo iraniano.Il piccolo gruppo si è staccato da un corteopiù grande, che sfilava per la strade della capitale iraniana, per protestare contro l'intervento militare saudita in Bahrein. La tensione sale tra Teheran e Riad e il piccolo Bahrein pare il terreno di scontro ideale - e per ora solo virtuale - delle due grandi potenze regionali.Un esempio della tensione strisciante? Un deputato iraniano, Ruhollah Hosseinian, ha affermato ieri che Teheran dovrebbe ''mettere in stato d'allerta le sue truppeper impedire che l'Arabia Saudita si avvicini ai suoi confini''. Mica poco. L'idea, per Teheran, è che sia inaccettabile l'intervento dei 1500 militari sauditi in Bahrein, dove la monarchia è messa alle corde dalla rivolta degli sciiti. Che, nella piccola monarchia del Golfo, rappresentano il settanta percento della popolazione.Secondo la famiglia al-Khalifa, padrona del Bahrein, la minoranza sciita ha iniziato a combattere il potere costituito e a chiedere più spazio nella società solo quando il governo iraniano ha fornito soldi e sostegno politico, addirittura armi. I sauditi, con gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, sono concordi nell'accusare Teheran di questo 'internazionalismo sciita', che preoccupa le monarchie sunnite del Golfo molto più di fattori esterni, come rivelato anche da una seri di dispacci resi pubblici da WikiLeaks in passato.Dei paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo, organismo nato neglianni Ottanta in funzione di cordone sanitario dopo la rivoluzione iraniana, solo il Qatarsi tiene fuori dal coro. Il Qatar, e il suo braccio mediatico al-Jazeera, avendo benedetto tutte le rivoluzioni e sono in imbarazzo sul Bahrein. Come in imbarazzo dovrebbero essere Onu,Nato, Usa e Ue, prontissime a correre in aiuto del petrolio libico ma indifferenti al massacro degli sciiti in Bahrein.Gli altri, però, sauditi in testa, accusano l'Iran di fomentare una lotta interconfessionale. Stessa cosa che dicono gli iraniani e a Damasco, dall'inizio della rivolta in Siria, girano voci su un sostegno saudita agli insorti. La famiglia Assad, al potere in uno stato sunnita come la Siria, è di confessione alevita, molto legata agli sciiti. Una lotta senza esclusione di colpi. I toni, del resto, sono infuocati. ''La famiglia Saud è un tumore maligno come Israele e non vi è differenza tra i crimini commessi dalle truppe saudite in Bahrein con quelli dei soldati sionisti in Palestina''. Lo ha detto Ahmad Alam-ol-Hoda, guida della preghiera del venerdì della città santa sciita di Mashhad. Dalle parole ai fatti c'è una distanza che nessuno, in questo periodo, riesce a calcolare. Christian Elia Golfo, parole di fuoco
5 Bahrein: nessun conflitto, abbondanza di interessi[Image] Martedì scorso, il presidente Barack Obama trovò ironico che un regime iraniano che aveva celebrato la sollevazione popolare in Egitto avesse, subito dopo, ucciso e picchiato i dimostranti iraniani che manifestavano pacificamente. Due giorni dopo, la situazione si era di nuovo capovolta per gli USA. Le forze di sicurezza del Bahrein – un regno che il segretario di stato americano, Hillary Clinton, aveva descritto nel mese di dicembre come un partner modello per gli Stati Uniti – hanno assassinato i manifestanti, alcuni addirittura mentre dormivano, hanno aggredito i medici che erano giunti in loro aiuto, e malmenato chiunque avessero a tiro. Neanche le donne e i bambini sono stati risparmiati.Le linee telefoniche con il piccolo Stato del Golfo sono roventi. La Clinton ha espresso preoccupazione. Il Pentagono ha esortato alla moderazione. Il segretario agli esteri britannico, William Hague, che era stato in Bahrein appena una settimana fa, ha sottolineato la necessità di un’azione pacifica per dare una risposta alle rivendicazioni dei manifestanti. E Michèle Alliot-Marie, ministro degli esteri francese, si è rammaricata per l’uso eccessivo della violenza da parte delle forze di sicurezza, come se un minore livello di violenza fosse stato ammissibile.Ancora una volta, gli interessi strategici di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, e i valori che essi sostengono come diritti universali sono apparsi in netto contrasto tra loro. Non ci può essere alcun dubbio sul fatto che il piccolo regno insulare del Golfo rappresenti un interesse strategico. La capitale Manama ospita la quinta flotta degli Stati Uniti, il cui compito principale è quello di proteggere gli impianti petroliferi sauditi e le vie di navigazione del Golfo. Sia sauditi che americani considerano la famiglia regnante Al-Khalifa uno strumento per contenere l’Iran, che ha a lungo rivendicato l’isola come suo territorio. Se gli Stati Uniti dovessero mai raffreddare i loro rapporti con la famiglia regnante, il regno saudita non lo farà mai. E nessuno dei due paesi permetterà un cambio di regime in Bahrein. La posta in gioco è semplicemente troppo alta. Ma questo è quello che la gran parte dell’opposizione del Bahrein ora potrebbe avere in mente. Prima delle manifestazioni di brutalità da parte della polizia, le principali richieste degli oppositori erano una costituzione scritta da un’assemblea democraticamente eletta e la liberazione dei prigionieri politici. La maggior parte di loro non chiedeva la cacciata del re Hamad al-Khalifa. Ma potrebbe farlo adesso.La natura confessionale del conflitto è sempre stata latente, in un paese dove due terzi dei cittadini sono musulmani sciiti e rimangono sottorappresentati in parlamento, oltre ad avere scarso accesso alla ricchezza petrolifera del Bahrein. Le forze di sicurezza hanno dovuto arruolare e naturalizzare musulmani sunniti stranieri – alcuni dei quali vengono denigrati come mercenari – per aumentare il loro numero. Prima di agitare lo spettro dell’Iran (non vi è alcuna prova del suo coinvolgimento nella protesta del Bahrein), vale la pena ricordare che nessuna delle rivolte in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen è stata di natura particolarmente islamica. Questa generazione, che chiede i diritti politici fondamentali, non è interessata all’ideologia, ma a porre fine alla tirannia e alla corruzione. Dovrebbe essere chiaro a tutti da che parte si trovino i veri interessi dell’Occidente.Bahrein: nessun conflitto, abbondanza di interessi
6 SANZIONI EUROPEE ALLA SIRIA MA NON AL BAHRAIN
Bahrein, urla del silenzio
4 Alta tensione tra Iran e Arabia Saudita[Image] Un lampo nella notte. Sei, sette bottiglie incendiarie lanciate contro le finestre e i cancelli dell'ambasciata dell'Arabia Saudita a Teheran. ''Morte agli Usa, morte a Israelè e morte ai Saud'', la famiglia regnante in Arabia Saudita. Questo almeno ha riportato la Fars, agenzia stampa vicina al governo iraniano.Il piccolo gruppo si è staccato da un corteopiù grande, che sfilava per la strade della capitale iraniana, per protestare contro l'intervento militare saudita in Bahrein. La tensione sale tra Teheran e Riad e il piccolo Bahrein pare il terreno di scontro ideale - e per ora solo virtuale - delle due grandi potenze regionali.Un esempio della tensione strisciante? Un deputato iraniano, Ruhollah Hosseinian, ha affermato ieri che Teheran dovrebbe ''mettere in stato d'allerta le sue truppeper impedire che l'Arabia Saudita si avvicini ai suoi confini''. Mica poco. L'idea, per Teheran, è che sia inaccettabile l'intervento dei 1500 militari sauditi in Bahrein, dove la monarchia è messa alle corde dalla rivolta degli sciiti. Che, nella piccola monarchia del Golfo, rappresentano il settanta percento della popolazione.Secondo la famiglia al-Khalifa, padrona del Bahrein, la minoranza sciita ha iniziato a combattere il potere costituito e a chiedere più spazio nella società solo quando il governo iraniano ha fornito soldi e sostegno politico, addirittura armi. I sauditi, con gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, sono concordi nell'accusare Teheran di questo 'internazionalismo sciita', che preoccupa le monarchie sunnite del Golfo molto più di fattori esterni, come rivelato anche da una seri di dispacci resi pubblici da WikiLeaks in passato.Dei paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo, organismo nato neglianni Ottanta in funzione di cordone sanitario dopo la rivoluzione iraniana, solo il Qatarsi tiene fuori dal coro. Il Qatar, e il suo braccio mediatico al-Jazeera, avendo benedetto tutte le rivoluzioni e sono in imbarazzo sul Bahrein. Come in imbarazzo dovrebbero essere Onu,Nato, Usa e Ue, prontissime a correre in aiuto del petrolio libico ma indifferenti al massacro degli sciiti in Bahrein.Gli altri, però, sauditi in testa, accusano l'Iran di fomentare una lotta interconfessionale. Stessa cosa che dicono gli iraniani e a Damasco, dall'inizio della rivolta in Siria, girano voci su un sostegno saudita agli insorti. La famiglia Assad, al potere in uno stato sunnita come la Siria, è di confessione alevita, molto legata agli sciiti. Una lotta senza esclusione di colpi. I toni, del resto, sono infuocati. ''La famiglia Saud è un tumore maligno come Israele e non vi è differenza tra i crimini commessi dalle truppe saudite in Bahrein con quelli dei soldati sionisti in Palestina''. Lo ha detto Ahmad Alam-ol-Hoda, guida della preghiera del venerdì della città santa sciita di Mashhad. Dalle parole ai fatti c'è una distanza che nessuno, in questo periodo, riesce a calcolare. Christian Elia Golfo, parole di fuoco
5 Bahrein: nessun conflitto, abbondanza di interessi[Image] Martedì scorso, il presidente Barack Obama trovò ironico che un regime iraniano che aveva celebrato la sollevazione popolare in Egitto avesse, subito dopo, ucciso e picchiato i dimostranti iraniani che manifestavano pacificamente. Due giorni dopo, la situazione si era di nuovo capovolta per gli USA. Le forze di sicurezza del Bahrein – un regno che il segretario di stato americano, Hillary Clinton, aveva descritto nel mese di dicembre come un partner modello per gli Stati Uniti – hanno assassinato i manifestanti, alcuni addirittura mentre dormivano, hanno aggredito i medici che erano giunti in loro aiuto, e malmenato chiunque avessero a tiro. Neanche le donne e i bambini sono stati risparmiati.Le linee telefoniche con il piccolo Stato del Golfo sono roventi. La Clinton ha espresso preoccupazione. Il Pentagono ha esortato alla moderazione. Il segretario agli esteri britannico, William Hague, che era stato in Bahrein appena una settimana fa, ha sottolineato la necessità di un’azione pacifica per dare una risposta alle rivendicazioni dei manifestanti. E Michèle Alliot-Marie, ministro degli esteri francese, si è rammaricata per l’uso eccessivo della violenza da parte delle forze di sicurezza, come se un minore livello di violenza fosse stato ammissibile.Ancora una volta, gli interessi strategici di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, e i valori che essi sostengono come diritti universali sono apparsi in netto contrasto tra loro. Non ci può essere alcun dubbio sul fatto che il piccolo regno insulare del Golfo rappresenti un interesse strategico. La capitale Manama ospita la quinta flotta degli Stati Uniti, il cui compito principale è quello di proteggere gli impianti petroliferi sauditi e le vie di navigazione del Golfo. Sia sauditi che americani considerano la famiglia regnante Al-Khalifa uno strumento per contenere l’Iran, che ha a lungo rivendicato l’isola come suo territorio. Se gli Stati Uniti dovessero mai raffreddare i loro rapporti con la famiglia regnante, il regno saudita non lo farà mai. E nessuno dei due paesi permetterà un cambio di regime in Bahrein. La posta in gioco è semplicemente troppo alta. Ma questo è quello che la gran parte dell’opposizione del Bahrein ora potrebbe avere in mente. Prima delle manifestazioni di brutalità da parte della polizia, le principali richieste degli oppositori erano una costituzione scritta da un’assemblea democraticamente eletta e la liberazione dei prigionieri politici. La maggior parte di loro non chiedeva la cacciata del re Hamad al-Khalifa. Ma potrebbe farlo adesso.La natura confessionale del conflitto è sempre stata latente, in un paese dove due terzi dei cittadini sono musulmani sciiti e rimangono sottorappresentati in parlamento, oltre ad avere scarso accesso alla ricchezza petrolifera del Bahrein. Le forze di sicurezza hanno dovuto arruolare e naturalizzare musulmani sunniti stranieri – alcuni dei quali vengono denigrati come mercenari – per aumentare il loro numero. Prima di agitare lo spettro dell’Iran (non vi è alcuna prova del suo coinvolgimento nella protesta del Bahrein), vale la pena ricordare che nessuna delle rivolte in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen è stata di natura particolarmente islamica. Questa generazione, che chiede i diritti politici fondamentali, non è interessata all’ideologia, ma a porre fine alla tirannia e alla corruzione. Dovrebbe essere chiaro a tutti da che parte si trovino i veri interessi dell’Occidente.Bahrein: nessun conflitto, abbondanza di interessi
6 SANZIONI EUROPEE ALLA SIRIA MA NON AL BAHRAIN
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