Sandro Di Castro, Haifa :Silenzi inspiegabili sugli ultraortodossi israeliani

 





  Vorrei ringraziare Anna Foa e quanti su l’Unione informa e altri organi di stampa senza circonlocuzioni e motivazioni insostenibili, hanno richiamato l’attenzione su quello che per la gran parte della società democratica israeliana è divenuto da tempo un fenomeno intollerabile.Con i ben noti episodi di discriminazione contro le donne e di offensivo accostamento alla Shoah delle ultime settimane, l’estremismo religioso di alcuni settori ortodossi (definiti benevolmente “minoranze”) ha raggiunto prima e superato poi livelli insopportabili di intolleranza e di fanatismo paragonabili – senza alcun motivo di ripensamento – a quanto caratterizza le società più retrograde della nostra epoca, particolarmente quelle asiatiche in lotta contro Israele.Di fronte agli avvenimenti di ripetuta discriminazione ortodossa nei confronti di donne e bambine, in Israele ci si attendeva una presa di posizione energica, decisa, indiscutibile e indignata non solo dal settore laico ma anche, e soprattutto, dagli ambienti religiosi non ortodossi; aspettative e sostegni, questi ultimi, che sono venuti nuovamente in gran parte a mancare, tranne la sporadica voce e l’intervento isolato di alcuni rabbini.L’Italia degli ultimi anni è ben consapevole del fatto che sulle sue coste approdano quasi quotidianamente immigrati, spesso dotati di inaccettabili norme di estremismo religioso e di discriminazione femminile, intollerabili e respinte dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Di fronte a questo risulta inspiegabile il silenzio che ha finora caratterizzato la voce degli ambienti religiosi ebraici italiani.Sandro Di Castro, HaifaSilenzi inspiegabili
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SilenzioQuesta mattina, ascoltando la radio molto presto, sentivo un cronista parlare dei contrasti che scuotono Israele, tra cittadini laici e cittadini ortodossi. No, mi correggo: fra ebrei laici e non, e ebrei ultraortodossi.La precisazione mi sembra necessaria, in quanto già alcuni giorni orsono ne avevo letto sulla stampa ebraica, con firme che non credo di poter definire strettamente laiche. Premetto che, rispetto all’ebraismo, il termine “laico” non mi sembra appropriato e chiedo scusa se al momento non ne trovo altro più idoneo. Fatto sta che, al momento, sento la necessità di affrontare anche io la questione, sia pure dal mio modestissimo punto di vista di ebrea romana, che finora ha preferito tirarsi fuori dalla mischia.Ho taciuto, infatti, a proposito della “questione ciambellette”, pensando che maestri più esperti di me e di tutte le altre donne del volgo, avessero miglior diritto di parlare. E ho fatto Pesach senza ciambellette. Ho taciuto sulla separazione tra uomini e donne in sinagoga, anche in occasione di conferenze e altri incontri non rituali. Mi sono limitata a non partecipare. Adesso però, forte dell’insegnamento rabbinico sulla importanza dell’interrogazione continua, fra tutti e a tutti i livelli, vorrei chiedere ai nostri rabbini come mai non affrontano l’argomento dei diktat ultraortodossi, che oltre a scuotere Israele sta turbando l’intera diaspora al punto di trovare spazio nei giornali-radio italiani.Conosco alcuni dei nostri rabbini e li considero maestri anche per il rispetto, l’affetto e l’ascolto che dedicano alle loro spose, per cui mi chiedo: come mai non prendono la parola?Aspettano forse, nella forse ancora troppo laica Roma, di andare a spasso con le loro spose, non tenendosele accanto, ma sorridendo loro da un marciapiede all’altro della strada?Giacoma Limentani, scrittrice

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IsraeleIsraele continua a porci di fronte a interrogativi disturbanti. Francesco Lucrezi commenta una mia nota affermando che Israele ha molti avversari, spesso per cause indipendenti dalla sua politica, e ha quindi bisogno assoluto di essere difeso. E ha ragione. Devo dunque chiudere gli occhi di fronte a quello che vedo e che sento? È questo il modo migliore di difendere la causa di Israele? E su queste premesse è possibile stabilire un dialogo? Capita a volte di sentirsi ‘diversamente umani’ solo perché si crede nella giustizia sociale, nell’equità fiscale, nel dovere di ciascuno – individui e istituzioni, senza distinzione -, di rispondere delle proprie azioni e delle proprie menzogne, in Italia o in Israele. Talora, di fronte a certi dibattiti, si è colti da un dubbio: se si contesta una politica di destra in Italia, e magari anche in Israele, si è per questo ebrei meno sensibili alla causa di Israele? E quale giudice potrà assolvere da questa ‘colpa’? E se i miei dubbi etici nei riguardi delle nostre alleanze con la destra in Italia o nei riguardi del comportamento di Israele vengono poi strumentalizzati dagli antisemiti e dai nemici pregiudiziali di Israele, dovrò sentirmi colpevole per aver espresso un’eccessiva sensibilità etica? Questa, naturalmente, non è una risposta implicita all’interrogativo, come qualcuno sarà tentato di intendere, è semplicemente un ulteriore interrogativo lacerante, che si auspica nessuno sia tentato di strumentalizzare. Mi si dice che come ebreo italiano ho il dovere di sostenere Israele a tutti i costi. Anche le azioni dei coloni? Anche la discriminazione delle donne ad opera degli integralisti religiosi? E intanto Sandro Di Castro, israeliano di Haifa, si chiede su Moked perché il rabbinato italiano non dica la sua su quanto sta accadendo in Israele.Dario Calimani, anglista

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