ISRAELE: NO A NUOVE CITTADINANZE PER PALESTINESI . Un altro passo verso l'apartheid

  1  MICHELE GIORGIO
Gerusalemme, 13 gennaio 2011, Nena News (nella foto il presidente della Corte Suprema israeliana Dorit Bienish) – “E’ un giorno buio per la protezione dei diritti umani, e per la Corte Suprema israeliana che non è riuscita a difendere un diritto fondamentale dalla tirannia della maggioranza alla Knesset, il parlamento di Israele. Si colpisce la vita di tante famiglie il cui unico peccato è di avere nelle vene sangue palestinese”. Così gli avvocati dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele (Acri), Dan Yakir e Oded Feller, hanno commentato la decisione della Corte Suprema che mercoledì sera ha respinto, con sei voti contro cinque, i ricorsi presentati dalla parlamentare Zehava Galon, dall’Acri e da due organizzazioni per i diritti umani, Adalah e Hamoked, contro gli articoli della Legge sulla Cittadinanza che dal 2003 negano agli sposi palestinesi di cittadini israeliani il diritto a diventare cittadini o residenti permanenti in Israele.
E’ un divieto che non può esistere in uno Stato democratico, perché nega il ricongiungimento familiare su base etnica. Il solo fatto di essere palestinese fa venire meno il diritto. Eppure i giudici della Corte Suprema, interpretando evidentemente il sentire di un paese sempre più spostato a destra e che si sente sempre più libero da vincoli internazionali, lo ritengono invece un divieto legittimo, perché impedisce che il conferimento della cittadinanza a migliaia di palestinesi dei Territori occupati metta a «rischio», tra decenni, la maggioranza ebraica di Israele.
«I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», ha scritto nella sentenza il giudice Asher Grunis, che prenderà presto il posto di Dorit Beinish (che mercoledì sera si è trovata in minoranza proprio su questa sentenza) alla presidenza della Corte Suprema. La sconfitta della Beinish conferma che i massimi giudici israeliani si stanno piegando sempre più spesso alle pressioni di stampo ultranazionalista che giungono dalla Knesset. «La Corte ha dato legittimità a una legge che attua una discriminazione grave su base etnica. Tutto ciò non ha nulla in comune con la democrazia e il diritto perché rientra nelle politiche che attuano gli Stati autoritari», ha detto  l’ex ministro dell’istruzione Yuli Tamir.
La modifica della Legge sulla Cittadinanza fu presentata nove anni fa come «provvisoria», volta unicamente a impedire che l’ottenimento del passaporto israeliano o della residenza permanente offrisse a militanti di organizzazioni armate il modo per entrare nel paese e compiere attentati. Ora emerge il suo intento discriminatorio. In base alla legge, la cittadinanza israeliana può essere concessa a un palestinese soltanto in pochi casi. I più colpiti sono gli arabi israeliani, cioè palestinesi con passaporto israeliano (circa il 20% degli oltre 7 milioni di cittadini di Israele) che corrono il rischio di dover emigrare per poter tenere unita la famiglia. Un «transfer» silenzioso che potrebbe riguardare in modo particolare migliaia di donne arabe costrette a lasciare Israele e a trasferirsi nei Territori occupati per poter vivere, con i figli, assieme ai mariti. Avranno vita più facile i palestinesi collaborazionisti dei servizi di sicurezza israeliani. La legge infatti afferma che il ministero dell’interno è autorizzato a concedere la cittadinanza se il richiedente dalla Cisgiordania si identifica con lo Stato di Israele e che lui o suoi familiari hanno cooperato o dato un contributo alla sua sicurezza.
L’anno scorso solo 33 delle 3mila domande di cittadinanza presentate sono state approvate, ha rivelato l’avvocato Sawsan Zaher, che aveva presentato ricorso a nome del gruppo Adalah. Sarebbero oltre centomila invece i palestinesi che negli ultimi venti anni si sono visti accordare i permessi permamenti di residenza e la cittadinanza. Nena News


ISRAELE: NO A NUOVE CITTADINANZE PER PALESTINESI

4Israel's High Court doesn't deserve to be defended

5  Gideon Levy  :La lotta per difendere la High Court of Justice da  coloro che vorrebbero farla  cadere deve finire adesso. Basta ipocrisia, basta con questa mascherata, nella quale si immagina che stiamo cercando di proteggere  l'ultimo bastione della democrazia israeliana. Non c'è più motivo per difendere un istituto che ha rifiutato vergognosamente  la petizione contro l'emendamento alla legge sulla cittadinanza che ,in modo nazionalista e razzista  discrimina i cittadini arabi di Israele esclusivamente sulla base della loro etnia, che in nome della sicurezza è pronto a negare i diritti fondamentali e a distruggere la vita di migliaia di famiglie israeliane. La sicurezza  è una falsa bandiera usata per cercare di mascherate il razzismo . La sentenza dei giudici di Gerusalemme significa spezzare  la vita di migliaia di famiglie israeliane, la cui madre o il cui padre saranno espulsi . Vladimir può sposare Yana, ma Mohammed non può sposare Sana e così continua la  pulizia etnica  
Un tribunale che si neutralizza con le proprie mani e abusa della sua carica per paura dei suoi nemici non è un tribunale.
La High Court ha schiacciato  ,in nome della   demografia e del  terrore  i diritti delle minoranze in Israele.


ALLEGATI : il falso mito della sicurezza


1  

LUNEDÌ 9 NOVEMBRE 2009  ISRAELE: SPOSI UNO STRANIERO? NIENTE CASA POPOLARE

CASO DI DONNA CONIUGATA CON PALESTINESE SCATENA POLEMICA
SA) - TEL AVIV, 9 NOV - Niente accesso all'edilizia
pubblica sociale in Israele se hai sposato uno straniero. A
decretarlo e' una circolare applicativa del ministero
competente, denunciata oggi (sulla scorta di una disavventura
esemplare capitata a una donna indigente) dal sito online di
Haaretz, giornale liberal pubblicato a Tel Aviv.
La vicenda raccontata da Haaretz riguarda una donna di Lod
(sud di Tel Aviv) con quattro figli, costretta a sopravvivere
con meno di 500 euro al mese e a condividere un appartamento con
la madre e due fratelli maggiori. Il marito, un palestinese di
Tulkarem (Cisgiordania), non ha potuto ottenere il permesso di
soggiorno in Israele a causa dei rigori della Legge sulla
Cittadinanza ed e' autorizzato a visitare la famiglia per non
piu' di quattro giorni al mese.
Una situazione difficile che la donna ha cercato di
alleggerire chiedendo fin dal giugno del 2008 di essere inserita
nelle liste delle persone in attesa di un alloggio sociale:
senonche' il ministero dell'Edilizia, pur riconoscendole i
requisiti necessari, la ha fatto sapere che la sua domanda non
potra' essere accolta, concedendo solo un contributo di circa
1000 shekel al mese (meno di 200 euro). Motivo: il coniuge non
e' cittadino israeliano.
Un rifiuto che contraddice altre pronunce del governo e
persino sentenze della magistratura, ha protestato
l'associazione Sanegor Kheilati, impegnata nella difesa dei
diritti della minoranza beduina in Israele, la quale assiste ora
la donna in un'azione legale contro il ministero e lamenta
''decine di casi simili''.
Il dicastero dell'Edilizia, interpellato da Haaretz, si e limitato da parte sua a diffondere una nota nella quale si
conferma che ''in base alle linee guida ministeriali, gli
alloggi (popolari) non possono essere concessi alle famiglie in
cui uno dei due sposi non e' cittadino israeliano''. Tali linee
- si riconosce - sono state contestate in tribunale, ma i casi
sono ancora pendenti e il dicastero ''ha presentato alla
magistratura le sue controdeduzioni''. (ANSA).

2  Zvi Bar'el :disegno di legge razzista mostra il vero volto di Israele


3  Israele  PROROGA DEL DIVIETO DI RIUNIFICAZIONE per coppie israeliane-palestines
  Gerusalemme 4 gennaio 2011 Nena News(– E’ passata quasi sotto silenzio, domenica scorsa, la proroga di ulteriori 6 mesi del decreto  che vieta ai palestinesi coniugati a cittadini israeliani di immigrare nello Stato ebraico. Lo ha deciso il comitato ministeriale degli affari per la sicurezza del Parlamento israeliano (Knesset), dato che il testo sulla riunificazione familiare era in scadenza il 31 dicembre. E la notizia è circolata sulla stampa araba e israeliana in seguito ad un comunicato ufficiale fatto circolare dall’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu.L’estensione sarà valida fino al 30 giugno e nega di fatto ai palestinesi di acquisire il diritto alla cittadinanza israeliana o lo stato di residente attraverso il matrimonio con  cittadini israeliani. Impedendo di fatto la riunificazione familiare.Il cosiddetto provvedimento per la riunificazione familiare è stato più volte oggetto della protesta dei movimenti e dei gruppi in difesa dei diritti umani dei residenti arabi di Israele (circa il 20% della popolazione), cosi come dei gruppi che rappresentano le comunità palestinesi, che da sempre definiscono la legge “inumana” e “razzista”.Il Parlamento israeliano continua a prolungare l’attuale provvedimento, in attesa di finalizzare una legge definitiva sulla riunificazione familiare, che secondo quanto dichiarato dal comitato ministeriale “risponda alla sicurezza nazionale e agli interessi di lungo termine del governo”.Già a luglio il provvedimento temporaneo  era stato esteso alla Knesset per un termine di 6 mesi con il voto favorevole di 53 deputati contro 13. Nena NewsISRAELE: PROROGA DEL DIVIETO DI RIUNIFICAZIONE


4  luglio 2008   Discussione alla Knesset La Knesset, il parlamento israeliano, giovedì 3 luglio ha riconfermato la legge che nega ai palestinesi il diritto al ricongiungimento. La legge è chiaramente destinata alle famiglie palestinesi dato che non riconosce l’unione delle coppie palestinesi se uno dei partner risulta residente delle terre occupate nel 1948 e l’altro abita nel West Bank o nella Striscia di Gaza.
Gli esperti legali palestinesi temono che la proroga della legge per il quinto anno consecutivo sia il preludio di una legge definitiva che sarà fatale per centinaia di famiglie.
“Persino all’epoca dell’apartheid in Sudafrica, la Corte Suprema aveva abolito una misura simile, riconoscendo che non si potevano separare un marito da una moglie e una coppia dai propri bambini”, ha commentato nella sua dichiarazione di voto Jamal Zahalka, palestinese israeliano del partito Balad. “Dovreste tutti imparare una lezione dal Sudafrica: persino una corte razzista aveva proibito ciò che voi imponete agli arabi”, ha ribadito Zahalka.A sostegno delle dichiarazioni di Zahalka, il deputato Saeed Naffa, un altro esponente arabo della Knesset, ha ricordato che la legge rappresenta una violazione eclatante dei diritti civili degli arabi, poiché discrimina i giovani israeliani da quelli arabi, e non si applica per i coloni israeliani del West Bank.
“E’ questo lo Stato che volete?” ha aggiunto Naffa rivolto agli altri membri del parlamento.“Solo in Israele l’amore e il matrimonio sono considerati una minaccia per la sicurezza. Una vera allucinazione che distruggerà la vita di centinaia di famiglie palestinesi” ha concluso il deputato Mohammed Baraka.  
  
5  anno 2007 :No convivenza tra israeliani e arabi "nemici"[Image]Gerusalemme, 22 mar (APCom) - Nuove polemiche in Israele, ma in sordina, sulla legge che impedisce de facto agli israeliani di sposare gli arabi "nemici", perchè impedisce la convivenza. Le associazioni arabe israeliane annunciano battaglia di fronte alla Corte Suprema contro l'estensione fino al 31 luglio del 2008, votata ieri sera dalla Knesset, dell'emendamento alla legge sulla cittadinanza del 2003 (gia' confermato piu' volte), che stabilisce che i palestinesi o gli arabi di "Paesi nemici" (Iran, Iraq, Libano e Siria) sposati con cittadini israeliani non possono ottenere la cittadinanza o anche lo status di residente permanente nel contesto delle riunificazioni familiari. I cittadini israeliani in questione sono, in larghissima maggioranza, arabi israeliani (che rappresentano oltre un quinto della popolazione), e i casi in discussione riguardano soprattutto le unioni con i palestinesi. La legge rende impossibile la convivenza dei coniugi. Abbiamo presentato un nuovo appello alla Corte Suprema contro questa ulteriore estensione dell'emendamento che colpisce la minoranza araba in Israele. E' una decisione razzista che viola diritti elementari e obblighera' centinaia, se non migliaia, di coppie a vivere separate. Israele sostiene di essere una democrazia ma in effetti lo e' soltanto nei confronti la maggioranza ebraica, non delle minoranze", ha detto ad Apcom l'avvocato Sausan Zaher, che segue il caso per conto di Adalah (Giustizia), una associazione che garantisce assistenza legale agli arabi israeliani (1,4 milioni, circa il 20% della popolazione). Questo emendamento colpisce tutti gli arabi israeliani ma soprattutto le donne sposate con palestinesi dei Territori perche' le costringe a lasciare il paese e a trasferirsi in Cisgiordania e Gaza per poter vivere con mariti e figli", ha aggiunto Zaher. Qualche mese fa fece scalpore la vicenda di un cittadino arabo, Mohammad Al-Heen, di Qalansua in Israele. La polizia fece irruzione nella sua casa. L'intera famiglia, inclusi i bambini, venne portata al comando di polizia. La madre fu immediatamente espulsa a Qalqiliya (Cisgiordania) e separata dai figli e dal marito che, successivamente, e' stato obbligato a firmare una dichiarazione nella quale si impegna a non far rientrare in Israele sua moglie. Lo scorso anno il presidente della Corte Suprema (11 membri), Aharon Barak accolse l'appello presentato da Adalah contro la proroga dell'emendamento che pero' venne respinto a maggioranza da altri sei giudici, fra cui il vicepresidente Mishael Heshin, con la motivazione che le limitazioni alla cittadinanza per i non-ebrei si erano rese necessarie a causa delle minacce rappresentate dall'Intifada e quindi da ragioni di sicurezza. In quella occasione il governo forni' statistiche secondo cui 29 palestinesi che in anni precedenti avevano ottenuto la cittadinanza israeliana, hanno poi preso parte ad attentati terroristici. Sono casi isolati, una frazione minuscola delle molte migliaia di palestinesi dei Territori venuti a vivere in Israele dopo il matrimonio con arabi israeliani. In realta' il fine dell'emendamento e' spingere i cittadini arabi a lasciare Israele", ha commentato le statistiche del governo l'avvocato Zaher di Adalah. Anche Amnesty International e' preoccupata per l'emendamento alla legge israeliana sulla cittadinanza. In passato l'associazione ha denunciato che viola il divieto di discriminazione contenuto nel diritto internazionale, nonche' alcuni trattati che Israele ha ratificato ed e' quindi obbligato ad adempiere. Le autorita' israeliane respingono le accuse e ripetono che le modifiche alla legge di cittadinanza sono dovute soltanto a ragioni di sicurezza.QUI


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Mantenere uno stato ebraico a spese dei rifugiati

di  Leehee Rothschild 
Anche se molto è stato detto sulla Legge sulla Prevenzione dell'Infiltrazione che il parlamento israeliano ha approvato lunedì notte, il suo profondo legame con la terribile situazione dei palestinesi è stata per lo più ignorata. 
                 La nuova legge, che punisce tutti i rifugiati africani che tentano di entrare nello stato di Israele a tre anni (o più) di prigione senza processo, è un emendamento alla legge di prevenzione dell'infiltrazione del 1954 che definisce un infiltrato chi: "è entrato in Israele consapevolmente e illegalmente e chi in qualsiasi momento tra il 16 Kislev 3708 (29 Novombre 1947) e la sua entrata è stato:  (1) un cittadino del Libano, dell'Egitto, della Siria, dell'Arabia Saudita, della Transgiordania, dell'Iraq e delloYemen;
(2) residente o visitatore in uno di quei paesi o in qualsiasi parte della Palestina all'infuori di Israele, o
(3) un cittadino palestinese o un residente palestinese senza nazionalità o cittadinanza o la cui nazionalità o cittadinanza sia in dubbio e che, durante il suddetto periodo, abbia lasciato il suo luogo di residenza abituale in un'area che è diventata parte di Israele per un luogo al di fuori di Israele.  In altre parole, la legge del 1954 ha come obiettivo i profughi palestinesi, che sono stati sfrattati dalle loro case durante la Nakba (1947-1948) e che hanno tentato di tornare nella loro terra nel nuovo stato di Israele. Questi sono i profughi che Israele ha creato e che, in violazione del diritto internazionale e di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, continua a lasciare senza una patria.Ma sia nella storia di Israele sia nei media contemporanei, i rifugiati palestinesi non sono profughi, ma sono "terroristi" o "infiltrati", intenti a distruggere lo stato "ebraico e democratico". Anche se un piccolo numero di rifugiati palestinesi sono stati in effetti militanti, la maggior parte erano persone il cui unico "crimine" era il loro desiderio di far ritorno nelle loro case perdute.
Oggi, la lingua che lo stato di Israele e i media locali usano per descrivere i rifugiati africani è altrettanto fuorviante. In generale essi non vengono definiti "rifugiati" o "richiedenti asilo", anche se tacitamente Israele riconosce il loro stato nel momento in cui non li deporta. Sono chiamati "infiltrati" e costituiscono una "minaccia" per lo Stato. Inoltre, sono falsamente etichettati dallo Stato e dai mezzi di comunicazione come migranti alla ricerca di un lavoro.
Per concludere, la giustificazione per la legge sulla Prevenzione dell'Infiltrazione del 1954 e la nuova  legge modificata è la medesima - il mantenimento del carattere ebraico dello Stato di Israele. Così, in nome della maggioranza ebraica, lo stato di Israele priva i rifugiati, siano essi palestinesi od africani, dei loro più elementari diritti umani.
Tradotto in italiano da Marta Fortunato per l'Alternative Information Center (AIC)

AGGIORNAMENTO  La sentenza razzista della Corte Suprema israeliana che concede la cittadinanza differenziando tra ebrei e non ebrei è un punto di svolta. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani impegnate in Israele e Palestina devono presentare una petizione alle corti internazionali.Quando ero alla scuola superiore, il mio insegnante di storia sottolineava come uno dei più chiari sintomi della trasformazione della Germania in uno Stato totalitario negli anni Trenta era l’intervento del governo nella vita sentimentale dei suoi cittadini – il divieto per gli “ariani” ad avere storie d’amore con gli “indesiderabili”, ovvero gli ebrei. Sarebbe interessante sapere cosa direbbe ora a proposito della nuova legge sulla cittadinanza approvata dalla Corte Suprema, che proibisce ai cittadini israeliani di avere relazioni sentimentali con i palestinesi residenti nei Territori Occupati.


C’era da aspettarselo: l’Alta Corte israeliana ha finalmente dato il via libera ad una legge che nella sostanza priva Israele della natura di “democrazia”. Con l’attuale ondata di legislazioni antidemocratiche, esisteva la possibilità che la corte approvasse una o due leggi al fine di apparire “equilibrata”. Anche se non avesse approvato la legge ora, è ragionevole pensare che qualche altra mostruosa legislazione sarebbe comunque passata. Come sottolineato da Gideon Levy su Ha’aretz, il presidente dell’Alta Corte, Dorit Beinish, aveva assicurato che avrebbe votato contro la legge, mantenendo l’illusione del dissenso. Ma in ogni caso è stata approvata.

La Corte Suprema si sta giocando una chance: i giudici sperano che gli effetti dell’approvazione di una legge razzista non causeranno proteste nell’arena internazionale, così da mantenere una certa credibilità e allo stesso tempo evitare attacchi interni contro la Corte stessa.

È qui che la comunità internazionale deve intervenire e denunciare la Corte Suprema, deve compiere pressioni forti su uno Stato razzista di cui tale tribunale è parte e deve espellere Israele dalla comunità degli Stati “democratici”. Ma a causa degli interessi politici ed economici, la comunità internazionale non farà nulla di tutto ciò in questo momento. Ma siccome non potrà venire meno ai propri obblighi in merito alla protezione dei diritti umani, le organizzazioni che promuovono una giusta pace tra israeliani e palestinesi devono fare pressioni sulla comunità internazionale perché intervenga portando la sentenza dell’Alta Corte d’Israele di fronte alle autorità giuridiche internazionali.

È ragionevole pensare che una decisione della Corte Internazionale dell’Aja, ad esempio, non modificherà la politica israeliana sul terreno, ma corti di questo tipo hanno comunque una grande risonanza a livello internazionale. E vengono prese in considerazione dai tribunali israeliani, che vogliono sopra ogni cosa salvaguardare l’immagine d’Israele sul piano globale.

Sentenze di corti internazionali possono, ad esempio, essere una buona pubblicità per la campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) contro Israele.

Chi ha a cuore i diritti umani in Israele e nei Territori Occupati deve mostrare l’Alta Corte israeliana per la farsa che rappresenta e creare un deterrente contro tali sentenze. La comunità internazionale deve inoltre rendere chiaro alla Corte Suprema che non tollererà simili leggi antidemocratiche e che nessuno prenderà seriamente un’istituzione che approva una legge di questo tipo.

Con migliaia di famiglie palestinesi minacciate dalla Legge sulla Cittadinanza, dobbiamo considerare la possibilità di rivolgersi alle più importanti corti internazionali.

Tradotto in italiano da Emma http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3380-cittadinanza-dove-la-comunita-internazionale (Alternative Information Center)

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