Cisgiordania : finanziamenti stranieri ed economia palestinese. Miti da sfatare
L’economia palestinese è tenuta in ostaggio. Ma negli ultimi anni, i media hanno presentato la Cisgiordania, dipendente dagli aiuti stranieri, come un economia robusta e in crescita. SAM BAHOUR, uomo d’affari palestinese e scrittore, destruttura questa illusione.
Ramallah (Cisgiordania), 17 gennaio 2012, Nena News – L’anno è finito ed è tempo di voltare pagina dopo un po’ di riflessione. Quale miglior modo di riflettere se non quello di paragonare immaginazione e realtà, soprattutto quando la questione è l’economia palestinese? Ai principianti chiedo: “Abbiamo un’economia, reale o immaginaria?”. Per lungo tempo, in molti hanno semplicemente nascosto la questione sotto il tappeto dell’occupazione militare israeliana, rispondendo di no. Come potremmo averla, se ogni aspetto delle nostre vite è gestito dal governo israeliano? Ma una simile istintiva risposta non ha avuto più senso dopo gli accordi di Oslo e la creazione dell’Autorità Palestinese. Da quel momento in poi, la realtà economica sotto occupazione è stata condita con pesanti dosi di auto-immagini artificiali. L’idea di partenza, se la memoria non mi inganna, era: “Costruiremo una Singapore”. Possa Dio dare riposo all’anima di un tale sognatore. Spero che la vera Singapore non chieda mai ai palestinesi di risarcirla per il danno causato al suo buon nome.Quei famigerati negoziatori palestinesi che firmarono l’accordo di Parigi nell’aprile 1994, il cosiddetto “Protocollo sulle Relazioni Economiche tra Israele e l’OLP” (meglio conosciuto come Protocollo di Parigi), erano concordi su quello che la nostra economia poteva e non poteva fare. Il Protocollo di Parigi fu, con pochissime modifiche, incorporato all’Accordo ad Interim – l’ugualmente famigerato Oslo 2, firmato nel settembre 1995. Così con gli accordi di Oslo, calati su di noi come un paracadute, dall’alto, è emersa la spettacolare idea: l’Autorità Palestinese. L’AP non ha perso tempo nel produrre tutti i finimenti di un’economia reale. Prima qualcuno poteva dire: “L’AP è un’autorità orwelliana, dal doppio linguaggio”. Ministeri, leggi, politiche, regolamenti, e anche piani strategici che comparivano di qua e di là. Fin dall’inizio, il potere che ha strizzato la parola “Nazionale” tra Autorità e Palestinese ha cercato di dare alla gente una pelle d’oca patriottica. Ma tutti quelli impegnati nel costruire una vera economia hanno avuto poco più di un’eruzione cutanea permanente. Un decennio dopo, l’economia palestinese ci si è presentata davanti. L’immagine di un’economia aveva preso forma. I supereroi non erano i negoziatori che avevano firmato il Protocollo di Parigi, e neppure i felici ministri palestinesi, ma piuttosto i finanziatori e i loro agenti che hanno costruito un’industria degli aiuti utilizzando gli accordi, compreso Parigi, come base.Quando la realtà ha iniziato ad affondare, dopo il collasso dei negoziati di Camp David II nel 2000, sempre più persone hanno cominciato a vedere quando la nostra economia fosse artificiale – una farsa. Siamo tornati a sentire: “Come possiamo avere un’economia se ogni aspetto della nostra vita è gestito dal governo israeliano?
Ma poi è arrivato l’attivista israeliano (e buon amico) Jeff Halper che ha compiuto questa analogia: anche una prigione ha una sua economia, sebbene il 95% della prigione sia occupato (non militarmente occupato, attenzione) da prigionieri. La guardia carceraria ha bisogno solo di una piccola percentuale di spazio per controllare tutte le porte, le entrate, le uscite e le finestre. Quello che viene scambiato in una prigione è quello che le guardie permettono che entri e venga contrabbandato: sigarette, droghe, libri, lavoretti, favori, e così via. Questa “scomoda verità”, per usare le parole di Al Gore, che l’intero territorio occupato altro non è che una prigione dove i prigionieri sembrano avere il loro spazio, ma nessuna capacità di movimento e di accesso liberi, ha aperto gli occhi di molti. Quando poi si aggiunge il fatto che il 60% della Cisgiordania è stata classificata da Oslo come Area C – fuori dal controllo palestinese e quindi dal suo sviluppo economico – in molti hanno cominciato a vedere la prigione come un passo avanti rispetto alla realtà nota come economia palestinese. Poi sono venute le lotte politiche interne dovute ai ritardi nelle elezioni. Un nuovo futuro conveniente era nato per riproporre i fallimenti economici del passato.Per troppi anni, se si leggono i report, si ascoltano tutti i discorsi, si guardano i cartelloni pubblicitari, si analizzano le pubblicità sui giornali, si fa attenzione a tutti i prezzi offerti dal sistema bancario, non si crederebbe mai che un’economia reale qui non è mai esistita. E solo nel caso in cui si inizi ad avere la sensazione che questa sia un’economia artificiale, il sistema bancario salterebbe fuori dalla sua camicia di forza conservatrice e convincerebbe i clienti a contrarre debiti. Non un prestito, non due, ma il più possibile. Perché no? È successo così fin da quando i donatori si sono tranquillamente nascosti nei caveau delle banche, garantendo ogni mossa e facendo il tifo per il cambiamento strutturale che si stava realizzando con l’accettazione piena del governo palestinese.Indebitamento! Il buon indebitamento del modello americano. Hai bisogno di un prestito per gli studi? Nessun problema. Hai bisogno di un prestito per l’automobile. Semplice. Ti vuoi sposare? Di quanto hai bisogno? Di una casa? Perché affittarne una quando puoi comprarla? Hai l’ultimo modello di iPhone? Non preoccuparti, firma qua e pagherai cinque shekel per i prossimi 200 anni. E se ogni casa ha bisogno di un computer, qual è la differenza tra cinque shekel e sette? E la lista potrebbe andare avanti.Ok, sono stato un po’ troppo sarcastico, ma non così tanto. Lasciatemi condurre questa allucinazione verso la sua analisi.Torniamo alla base. Cosa diavolo è in fondo un’economia? Bene, il dizionario dice che un’economia è “il sistema di produzione, distribuzione e consumo”. Ok, questo è un buon punto di partenza, ma riflette una condizione normale. La Palestina, la sua parte occupata, è lontana dall’essere normale. La fase del suo sviluppo non è solo produzione, distribuzione e consumo. Si dovrebbe realizzare la rimozione dello stivale dell’occupazione militare dal nostro collo, mentre allo stesso tempo si costruisce uno Stato che necessita di base economiche per sopravvivere. Sì, dobbiamo mangiare, dormire, vestirci nel frattempo, ma questo non è sicuramente abbastanza.Quindi, cosa fa un’economia per servire al meglio le necessità di uno Stato sovrano? Qualche bar in più? Un supermarket più grande? Un fast food? Un altro hotel o una sala da bowling? Risposta sbagliata. Tutto ciò va bene, sono cose un po’ dandy da avere, ma non ci permettono di muoversi verso la libertà e l’indipendenza economiche.Le risorse economiche di cui abbiamo bisogno sono note a tutti coloro che hanno bisogno di conoscerle, prima di tutti la comunità dei finanziatori. Le risorse economiche strategiche per la costruzione di uno Stato sono la terra, l’acqua, le strade, i confini, la rete elettrica, lo spazio aereo, il movimento, le libere relazioni di mercato, e soprattutto le risorse umane. Tutto ciò e anche di più sono al 100% controllate e gestite dall’occupazione militare israeliana.Senza fare un passo indietro e prendere nota dell’integrazione sistematicamente pianificata (meglio nota come dipendenza forzata) dell’economia palestinese con Israele, continueremo a credere ad una realtà economica che è semplicemente un’economia nell’idea dell’occupante. La chiamata alla sveglia è arrivata. Stato o non Stato, questa occupazione è illegale e deve finire ora. Nel mondo delle occupazioni militari gli Stati terzi, firmatari della IV Convenzione di Ginevra, portano il peso e la responsabilità di mantenere viva l’occupazione. Basta con questo vuoto e glorificato parlare delle istituzioni e con questi negoziati bilaterali. Le nostre risorse economiche vengono violentate mentre i cappuccini dei nostri donatori lasciano aperte le porte dei nostri bar. Se i finanziatori non sono in grado di concretizzare i loro sforzi nei loro Paesi, allora gli si dovrebbe gentilmente chiedere, sia noi che la loro gente, di smettere di sprecare le tasse dei loro cittadini per mantenere qui l’illusione della costruzione di un’economia palestinese, fragile come un castello di carte. Se le nostre risorse idriche continuano ad essere deviate, se le nostre frequenze continuano ad essere commercialmente abusate da operatori di telecomunicazione israeliani senza licenza, se il nostro movimento è ancora ostaggio di una carta d’identità, una carta magnetica, un biglietto da visita, un permesso; se uno studente di Gaza non può studiare in un’università in Cisgiordania e se l’illegalmente annessa Gerusalemme rimarrà un tema troppo difficile da trattare per i finanziatori, allora perché stiamo sprecando il nostro tempo?Sembra che la “leadership” palestinese abbia acquistato il suo primo specchio lo scorso settembre e abbia cominciato a vedere il riflesso di quello che ha creato e a compiere qualche aggiustamento. Vorrei sperare che il riflesso sia un onesto approccio di quello che abbiamo realizzato, su tutti i fronti. I tempi non richiedono interventi clamorosi o cambiamenti cosmetici di una realtà deformata L’allucinazione economica della Palestina ha il potere di mantenere un’immagine di una realtà che sta crescendo più del 9% l’anno. Ci volevano 20 minuti di viaggio per andare da Ramallah a Betlemme. Ora, siamo costretti a circumnavigare Gerusalemme, tra muri di cemento e checkpoint israeliani. Oggi ci vuole più di un’ora. Per la crescita del PIL, è una buona notizia. Durante questi 40 minuti in più bruciamo più benzina, abbiamo bisogno di illuminazione in strade più lunghe, mangiamo più panini sulla via, spendiamo più tempo per guidare, prendiamo più buche che richiedono maggiore lavoro per gli operai al mattino ecc. Tutte queste spese extra sono fondamentali alla crescita del PIL ma catastrofiche per la nostra vita e la creazione di uno Stato.È tempo per un nuovo modello economico, costruito sulla giustizia economica, il welfare sociale, la solidarietà e la sostenibilità. Dovremmo avere un solo obiettivo in testa: abbassare il costo di vivere sotto occupazione così che più persone possano resistere a questi tempi problematici. Se non mi credete, nessun rancore: sentitevi liberi di trasferire i vostri salari in un’altra banca, stanno già dando via il miglior premio: un biglietto di sola andata per la vostra famiglia verso una qualsiasi destinazione, ma non la Palestina. Buon viaggio!
Sam Bahour è un palestinese americano di Al Bireh/Ramallah. È un consulente d’affari freelance e ha lavorato alla creazione della Compagnia di Telecomunicazione della Palestina e al PLAZA Shopping Center. Bahour scrive spesso in merito all’economia palestinese. È co-editore di “Homeland: Storie orali sulla Palestina e i palestinesi”. Può essere contattato a sbahour@palnet.com. Il suo blog: www.epalestine.com.
Questo articolo e’ stato tradotto e inizialmente pubblicato dall’Alternative Information Center
2 Francesca Borri :Come i fondi allo sviluppo finiscono per stabilizzare l'occupazione3Territori: Israele fa perdere 4,5 milioni di dollari alle Organizzazioni Internazionali Nena News (nella foto, il checkpoint al valico di Erez tra Gaza e Israele) – Oltre 4 milioni di dollari delle organizzazioni internazionali operanti a Gaza e in Cisgiordania vanno in fumo ogni anno a causa degli ostacoli che Israele pone sulla strada delle Ong americane e europee. È il risultato del report pubblicato ieri dall’Associazione delle Agenzie di Sviluppo Internazionale (AIDA). A rendere pubblici i dati è stato il quotidiano israeliano Ha’aretz che in un articolo di Amira Hass mostra come le difficoltà di movimento dei funzionari internazionali stiano provocando un dissanguamento nei finanziamenti.Per la precisione, la somma che le organizzazioni che operano a Gaza e in Cisgiordania pagano come balzello allo Stato d’Israele è pari a quattro milioni e mezzo di dollari. Somma dovuta alla politica di controllo e alle restrizioni nel movimento dei cittadini stranieri all’interno e verso i Territori Palestinesi Occupati. Basti pensare che il 92% dei membri di AIDA, operanti in Cisgiordania che chiedono il permesso di entrare nella Striscia di Gaza, si vedono chiudere la porta in faccia dalle autorità israeliane: permesso negato o lasciato in un cassetto ad aspettare. Il 79% incontra la stessa difficoltà per entrare a Gerusalemme Est. ContinuaAltri numeri, stessa situazione: il 74% delle associazioni operanti nella Striscia ha serie difficoltà a far entrare nuovi funzionari stranieri, perché Tel Aviv rispedisce al mittente le richieste o lo costringe ad attendere molti mesi.A gennaio e febbraio, almeno un terzo delle organizzazioni prese in esame dal report di AIDA (oltre 50 associazioni europee e statunitensi, presenti sia a Gaza che in Cisgiordania) ha perso milioni di dollari a causa delle limitazioni poste da Tel Aviv ed è stato costretto ad assumere un impiegato a tempo pieno solo per gestire la burocrazia imposta da Israele in tema di permessi di ingresso.La principale conseguenza della quasi impossibilità di ottenere permessi di ingresso ha costretto molte organizzazioni a spendere soldi per creare uffici paralleli nella Striscia e in Cisgiordania: uffici che svolgono lo stesso lavoro, che si trovano ad una manciata di chilometri di distanza. Secondo i dati forniti da AIDA, a dover affrontare spese extra di questo genere sono almeno un terzo di tutte le organizzazioni e la metà di quelle con un budget superiore a un milione di dollari l’anno (circa il 60% del totale delle associazioni aderenti a AIDA).Così, per risparmiare molte organizzazioni sono costrette a ridurre il numero di funzionari, generalmente stranieri, di modo da salvaguardare i posti di lavoro palestinesi. Che non sono pochi. I membri di AIDA hanno raggiunto quota 84 agenzie e organizzazioni non governative impegnate in campo umanitario e nella cooperazione allosviluppo e occupano circa 2.000 palestinesi e 320 internazionali. Molte delle organizzazioni sono registrate presso il Ministero israeliano per gli Affari Sociali, altre presso il Ministero dell’Interno, mentre una buona percentuale è registrata presso l’Autorità Nazionale Palestinese.Ottantaquattro Ong che in un anno vedono andare in fumo almeno 4,5 milioni di dollari a causa delle lunghe attese per ottenere un permesso di ingresso e delle lunghe file ai checkpoint verso i Territori Occupati, a causa delle continue video conferenze, dei posti di lavoro doppi e delle difficoltà a lavorare con continuità ed efficienza. Si tratta di organizzazioni che operano a favore dei settori della popolazione palestinese più svantaggiati. In Cisgiordania, le associazioni internazionali operano prevalentemente a all’interno dell’Area C, l’area sotto esclusivo controllo civile e militare israeliano, in tutti quei villaggi soffocati dai blocchi di colonie e dal Muro, che rompe la continuità del territorio e che sta negli anni mangiando le terre di proprietà palestinese.Nella Striscia di Gaza, le Ong di AIDA sono impegnate in progetti a favore dei contadini che lavorano lungo i confini con Israele, nella cosiddetta “buffer zone”, e dei pescatori che vedono ridotte significativamente le proprie entrate a causa del controllo israeliano delle coste e del divieto ad andare oltre le tre miglia nautiche (seppur gli accordi di Oslo prevedano la possibilità di pescare entro 20 miglia nautiche dalla costa).Costringere le organizzazioni internazionali a bruciare finanziamenti esterni, tempo e denaro alla caccia di permessi che difficilmente saranno accordati sembra essere una delle strategie messe in atto dalle autorità israeliane per ostacolare progetti umanitari e di sviluppo all’interno dei Territori Occupati. Un ostruzionismo che nel lungo periodo potrebbe spingere molte associazioni fuori dalla Palestina a causa della mancanza dei fondi necessari. Nena NewsDI EMMA MANCINI Continua
4 Palestina: gli aiuti umanitari e i finanziamenti internazionali in uno stato groviera e sotto occupazione Dal 2008 l’Autorità Palestinese ha avviato 1500 progetti per lo sviluppo economico della Cisgiordania, con i soldi dei donatori esteri, gli stessi che diranno no al riconoscimento di indipendenza a settembre. Ma i 20 miliardi di dollari incassati in 20 anni si bloccano di fronte all’occupazione israeliana.Beit Sahour (Cisgiordania), 30 luglio 2011, Nena News (nella foto, uno dei cartelli dei progetti finanziati dagli Stati Uniti che si incontrano in Cisgiordania) – Strade, infrastrutture ed elettricità per fare della Palestina un vero Stato. È l’obiettivo che l’Autorità Nazionale Palestinese sta tentando di perseguire in vista di settembre e della domanda di riconoscimento d’indipendenza alle Nazioni Unite. Ma l’implementazione di infrastrutture e servizi è obbligata ad adattarsi alla geografia dell’occupazione israeliana: oltre cento colonie che spezzano la continuità territoriale della Cisgiordania e il 60% del territorio sotto controllo esclusivo israeliano annullano la possibilità di creare un’economia indipendente da quella dell’occupante.In questi anni non sono mancati i successi: a partire dal 2008 e dal lancio del Palestinian Reform and Develompment Plan, il governo di Ramallah sta investendo i finanziamenti dei donatori internazionali per superare gli ostacoli dovuti ad uno Stato-groviera. Finanziamenti consistenti che arrivano da quegli stessi Stati che rifiutano il riconoscimento dell’indipendenza prima politica, e poi economica, della Palestina.Ma i soldi continuano ad essere incassati: in tre anni sono migliorati i collegamenti con la rete fognaria e quella idrica, sono stati riparati migliaia di chilometri di strade e garantito al 99.8% della popolazione di essere connessa alla rete elettrica. Il progetto “Rehabilitation of the City Centre”, costato 2,5 milioni di dollari in un anno, sta migliorando la vita dei residenti di Ramallah: la capitale della Cisgiordania vedrà implementate le reti idriche ed elettriche, strade e infrastrutture.Ma se a Ramallah investire il denaro estero può rivelarsi relativamente facile, basta spostarsi di qualche chilometro per incappare nelle trappole dell’occupazione militare e civile israeliana. I piani progettati e stanziati per città e villaggi posti in Area C faticano a concretizzarsi, stracciati dalle autorità israeliane: basti pensare che il 70% dell’Area è classificata come zona militare, riserva naturale o colonia, quindi inaccessibile ai residenti palestinesi e al loro governo. Le Aree A e B non sono contigue e la stragrande maggioranza di progetti per la costruzione di strade di collegamento è stata bocciata dall’amministrazione israeliana: meno dell’uno percento dei piani di sviluppo presentati ha ricevuto il via libera.“Le limitazioni in Area C colpiscono l’intera popolazione – ha spiegato Ghassan Khatib, portavoce del’ufficio del primo ministro Salam Fayyad – Un esempio: il progetto per il trattamento delle acque nere tra Nablus e Tulkarem servirebbe la popolazione dell’Area A ma attraversa l’Area C. Dopo dieci anni di ritardi e rinvii, il progetto non è stato ancora approvato dalle autorità israeliane”.O ancora, la chiusura di discariche poco sicure e salutari e la contemporanea creazione di due nuove discariche nei distretti di Hebron e Tulkarem: “Sono stati necessari quasi otto anni di negoziati con lo Stato di Israele per ottenere i permessi necessari a utilizzare le due aree per le discariche”, ha continuato Khatib.A migliorare il quadro sono i finanziamenti che arrivano dall’estero. Dal 2008 ad oggi sono stati circa 1500 i progetti di sviluppo avviati o completati all’interno dei Territori Palestinesi Occupati: negli ultimi vent’anni l’Autorità Palestinese ha incassato circa venti miliardi di dollari (7,7 miliardi dal 2008 al 2011). Lo scorso anno oltre un miliardo di dollari è stato investito per il sostegno del bilancio statale, circa 750 milioni per cooperazione e lo sviluppo economico e quasi 600 milioni per progetti umanitari. A cui si aggiunge il prodotto interno lordo palestinese che nel 2010 ha raggiunto quota sette miliardi di dollari, su una popolazione di 4,1 milioni di persone (2,5 in Cisgiordania e 1,6 a Gaza).Ma chi sono i Paesi e le istituzioni che fanno piovere sull’AP tanti miliardi? Gli stessi che annunciano il loro secco no al riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente il prossimo settembre: il 43% dei finanziamenti arriva dagli Stati membri della UE, il 25% dagli States, il 25% da altri Paesi arabi e il 7% da Australia, Giappone, Canada e Norvegia. L’Unione Europea, principale donatore, segue soprattutto progetti di costruzione di infrastrutture pubbliche, reti elettriche e idriche, trattamento dei rifiuti, per un totale di 166,6 milioni di dollari dal 2005 al 2010. Mentre per il 2011 la UE metterà sul tavolo 31,5 milioni di dollari per il settore medico e sanitarioE poi ci sono gli Stati Uniti. La US Agency for International Development (USAID) ha lanciato nel 2008 un piano di finanziamento da 300 milioni di dollari per la costruzione e la rimessa a nuovo di strade, scuole, sistemi idrici. Difficile non incontrare, girando per le città e i villaggi della Cisgiordania, insegne che ricordano l’impegno americano per la creazione di quella strada o quella scuola. Ma di indipendenza economica e politica non se ne parla. Nena Continuaallegati
5 Il Fmi accusa Israele DEL PEGGIORAMENTO DELL'ECONOMIA PALESTINESE
6 Economia palestinese strangolata dagli insediamenti
7 Investire in Fayyad...non donazioni,ma libertà di movimento Haaretz
RAMALLAH - "Ho avuto una splendida giornata," il primo ministro dell'Autorità A causa delle limitazioni alla circolazione", egli continua, "non siamo in grado di avanzare progetti su larga scala. ,ma soltanto puntare allo sviluppo dei servizi locali come scuole, ospedali e cliniche. A maggio, la PA terrà una conferenza d'affari con la partecipazione di imprenditori ed esperti di tutto il mondo, vi parteciperà anche Israele. Voglio che ogni palestinese sia orgogliosa del suo paese e delle sue capacità. Non si ha idea di come l'occupazione abbia minato la fiducia dei palestinesi in se stessi . Io sono a favore di una completa cessazione della violenza da entrambe le parti, Sono contro i lanci dei razzi su Sderot e contro l'uso sproporzionato della forza contro i civili di Gaza Come può l'assedio contribuire alla sicurezza di israele : un milione e mezzo di persone non ha nulla da perdere . Come posso essere responsabile per la sicurezza quando ogni giorno esercito israeliano blocca Ramallah e controlla i passanti, o decide raid nelle agenzie di cambiavalute? Se sospettate attività illegali, perché non vi rivolgete a noi? 4000 posti di lavoro sono stati persi, organizzazioni di carità, sono stati chiusi in aperto contrasto con il diritto comunitario .le incursioni a Jenin, minano la nostra credibilità e capacità. così come il picchiare a Betlemme i nostri poliziotti. Si allontana Annapolis a causa dell'ampliamento e mantenimento degli insediamenti, in contrasto con le dichiarazioni di creare uno stato palestinese e israeliano
ha ricevuto 150 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti come aiuto per finanziare le attività, e pagare gli stipendi, Il mese scorso, Fayyad si è recato alla Casa Bianca. dove ha precisato:"se non ci permettono di condurre una vita accettabile, state sprecando il vostro denaro, senza la libera circolazione, il settore privato non è in grado di funzionare . La situazione nei territori non è cambiato in meglio negli ultimi mesi, e in alcuni settori le cose stanno ancora peggio. Invece di smantellare i posti di blocco , Israele ne ha aggiunto altri. Suggerisco di nominare una commissione di esperti per determinare quali siano essenziali e quali siano inutili, e noi ne rispetteremo la decisione . Per quanto mi riguarda, la sicurezza è una condizione preliminare per governare beneFayyad è a favore di un dialogo con Ismail Haniyeh senza la previa condizione di riconoscere Israele o promessa di onorare gli accordi sottoscritti dalla Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L'unica condizione imposta è quello di disarmare le milizie e di accettare pienamente la PA autorità. Al tempo stesso, egli non nasconde la sua preoccupazione per l'ascesa di Hamas, che si riflette in un recente sondaggio condotto dal Dr Khalil Shikaki. (I risultati: Per la prima volta, Haniyeh e il suo governo sono più popolari tra i residenti nei territori di Abu Mazen e il governo Fayyad). Riguardo ai 3000 cellulari trovati nella machina di un cosigliere di Abu Mazen "Questo è veramente un caso di contrabbando devastante . Vi assicuro che i colpevoli saranno puniti severamente, a prescindere dal loro status. Ma queste cose possono accadere in qualsiasi paese.Nei prossimi giorni, il Ministero dell'Economia e delle Finanze lancerà un sito Internet e ogni mese pubblicherà un rapporto dettagliato delle entrate e delle spese. . Nonostante tutti gli ostacoli e le barriere, siamo determinati a costruire una fiorente stato
ha ricevuto 150 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti come aiuto per finanziare le attività, e pagare gli stipendi, Il mese scorso, Fayyad si è recato alla Casa Bianca. dove ha precisato:"se non ci permettono di condurre una vita accettabile, state sprecando il vostro denaro, senza la libera circolazione, il settore privato non è in grado di funzionare . La situazione nei territori non è cambiato in meglio negli ultimi mesi, e in alcuni settori le cose stanno ancora peggio. Invece di smantellare i posti di blocco , Israele ne ha aggiunto altri. Suggerisco di nominare una commissione di esperti per determinare quali siano essenziali e quali siano inutili, e noi ne rispetteremo la decisione . Per quanto mi riguarda, la sicurezza è una condizione preliminare per governare beneFayyad è a favore di un dialogo con Ismail Haniyeh senza la previa condizione di riconoscere Israele o promessa di onorare gli accordi sottoscritti dalla Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L'unica condizione imposta è quello di disarmare le milizie e di accettare pienamente la PA autorità. Al tempo stesso, egli non nasconde la sua preoccupazione per l'ascesa di Hamas, che si riflette in un recente sondaggio condotto dal Dr Khalil Shikaki. (I risultati: Per la prima volta, Haniyeh e il suo governo sono più popolari tra i residenti nei territori di Abu Mazen e il governo Fayyad). Riguardo ai 3000 cellulari trovati nella machina di un cosigliere di Abu Mazen "Questo è veramente un caso di contrabbando devastante . Vi assicuro che i colpevoli saranno puniti severamente, a prescindere dal loro status. Ma queste cose possono accadere in qualsiasi paese.Nei prossimi giorni, il Ministero dell'Economia e delle Finanze lancerà un sito Internet e ogni mese pubblicherà un rapporto dettagliato delle entrate e delle spese. . Nonostante tutti gli ostacoli e le barriere, siamo determinati a costruire una fiorente stato
8 AKIVA Eldar : Fayyad il Ben Gurion palestinese. Investimenti efficiente delle donazioni internazionali Sintesi personaleLe armi di Fayyad sono responsabilità, efficienza, trasparenza e, soprattutto, pazienza. Un sacco di pazienza. I centri di potere in Israele non hanno idea di come trattare con un economista che sembra un direttore di filiale di banca e non ha mai tenuto una pistola in vita sua. Nella metà degli anni 1990, quando Fayyad è stato nominato rappresentante del Fondo Monetario Internazionale nei territori, nessuno poteva immaginare che un giorno sarebbe diventato una figura chiave nella West Bank. Negli ultimi due anni, più di 150 milioni dollari sono stati investiti nella costruzione di centinaia di scuole, ospedali, bibliotehe, di nuovi edifici per ministeri e per i comuni, nel miglioramento dell' elettricità, dell'impianto idrico e delle infrastrutture fognarie, nonché per le strade. Gli Stati del Golfo, gli Stati Uniti e l'Ue hanno contribuito allo sforzo. Fayyad garantisce che quest'anno, più della metà del bilancio PA ($ 1,8 miliardi di $ 3 miliardi di euro) verrà dal gettito fiscale, in particolare dalle imposte indirette. Egli spera che i palestinesi dipenderanno sempre meno dai paesi stranieri e potranno far fronte alle proprie esigenze Fayyad non è un membro di Fatah. Nel 2001, " sollecitato" da Bush, Yasser Arafat nominò ministro delle Finanze Fayyad. Entro pochi mesi Fayyad aveva mandato a casa 40.000 burocrati e chiuso decine di istituti di beneficenza di Hamas ,funzionali all'attività politica e militare dell'organizzazione. Gerusalemme si è reso conto che Fayyad è una specie rara. Con i negoziati fermi e gli attacchi terroristici in gran parte bloccati , i diplomatici israeliani stanno avendo problemi per rispondere al "prezzo"determinato dall'occupazione . Ciò include risoluzioni contro Israele nelle sedi internazionali come l'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo e l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Le recenti notizie di presunta corruzione tra i più alti funzionari PA sta provocando una certa dose di imbarazzo, ma lo scandalo non coinvolge Fayyad o suoi stretti collaboratori.
Anche lui come David ben Gurion sta costruendo uno Stato sotto l'occupazione straniera - e nonostante l'occupazione straniera.A day in the life of the Palestinian Ben-Gurion - Haaretz Daily ...

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