Abdulaziz Sager :L’intervento internazionale si avvicina in Siria, insieme a un nuovo concetto di sicurezza regionale
Original Version: التدخل الدولي قادم إلى سوريا.. ومفهوم جديد للأمن الإقليمي
La crisi siriana ha sempre meno a che fare con le proteste di piazza, e sempre più con una lotta regionale per l’egemonia; lo conferma con disarmante franchezza un articolo apparso sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat a firma del presidente del Gulf Research Center, Abdulaziz Sager, il quale prefigura un possibile intervento internazionale in Siria per rovesciare il regime, ridimensionare l’Iran e ridefinire i rapporti di forza regionali, in primo luogo con l’obiettivo di garantire la sicurezza dei paesi arabi del Golfo
Lo scenario in Siria appare complesso e intricato, e il suo esito finale è oscuro, o quantomeno non chiaramente discernibile. Ma in realtà le cose potrebbero stare diversamente, e lo scenario più prossimo potrebbe essere che la soluzione giungerà per via straniera, ovvero tramite un intervento internazionale con il ricorso alla forza militare – dopo che si sono esaurite le carte regionali a disposizione, a causa delle posizioni mutuamente distanti tra le due parti in conflitto in Siria (il regime e la piazza – o, se si preferisce, l’opposizione). Questa distanza fra le parti è dovuta al fatto che entrambe scommettono di essere sulla via della vittoria: il regime scommette sulla disperazione dei manifestanti e sulle divisioni e le debolezze delle organizzazioni dell’opposizione, oltre che sulla loro incapacità di resistere alla sua macchina militare, e sul sostegno accordato a Damasco da parte di Russia e Cina; il regime è inoltre convinto dell’inefficacia del sostegno regionale ed internazionale all’opposizione, e ritiene che il rapporto degli osservatori della Lega Araba sarà a suo favore. Dal canto suo, l’opposizione scommette sull’estendersi delle aree interessate dalle manifestazioni e sul loro propagarsi a tutta la Siria, ed in particolare a Damasco e Aleppo; essa scommette anche sulla disintegrazione dell’esercito, con l’aumentare delle defezioni e del timore dei suoi comandanti di andare incontro a una dura condanna per aver ucciso i rivoluzionari ed aver commesso stermini di massa; ciò dovrebbe spingere questi comandanti ad abbandonare il regime di Bashar al-Assad portandolo al crollo e alla rovina. Vi è poi la speranza crescente di un’internazionalizzazione del conflitto siriano e dell’ingresso sulla scena del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come fattore di protezione nei confronti della rivoluzione.
Ma come evolverà lo scenario di un intervento delle forze internazionali o di una internazionalizzazione della crisi siriana? La risposta si nasconde in una serie di punti, fra cui: il fatto che il regime siriano non abbia altra scelta che quella di ricorrere alla soluzione securitaria, ben sapendo che la rinuncia a questo approccio significherebbe per esso un rapido crollo; d’altra parte è evidente che una soluzione del genere è una soluzione tampone che può funzionare solo temporaneamente, poiché rinvia la fine del regime senza impedirla. Vi è poi una crisi di fiducia fra il regime siriano e il vicinato regionale ad eccezione dell’Iran e dell’Iraq (che è a sua volta sotto l’influenza di Teheran), il che significa che non vi sono alleati arabi del regime di Damasco dopo che quest’ultimo ha rifiutato tutti i suggerimenti arabi.
Anche la scommessa del regime siriano sul sostegno di Russia e Cina si risolverà in un fallimento poiché l’atteggiamento di simpatia da parte di Mosca e Pechino non durerà in eterno. Le mosse occidentali nei confronti di Mosca, che vuole avere il proprio tornaconto, si sono già rivelate utili. Si tratta di una consuetudine legittima nei rapporti internazionali fra le grandi potenze – e in generale fra quelle che hanno influenza sull’andamento degli eventi mondiali – che è già stata applicata in passato con Mosca. La Siria è considerata l’ultima roccaforte dell’influenza russa in Medio Oriente, e uno dei maggiori mercati per le armi russe nella regione. Mosca dunque rinuncerà a questa roccaforte solo a un prezzo molto elevato – o perlomeno ragionevole. Questo prezzo ha già cominciato a profilarsi all’orizzonte, essendo rappresentato dall’adesione della Russia all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), un obiettivo che Mosca non è riuscita a raggiungere in 16 anni di serrati negoziati. A ciò si aggiunga l’enorme sostegno finanziario offerto a Mosca da parte del Giappone e della Corea del Sud, il cui valore è in via di definizione proprio in questo momento.
Quanto all’intervento regionale, esso non riuscirà a risolvere la crisi in nessun modo, poiché non vi è alcun attore che voglia o possa entrare in un confronto militare o rimanere coinvolto in questa crisi, dopo che tutti gli sforzi arabi si sono risolti in un fallimento, se si eccettua la posizione della Lega Araba la quale attende il rapporto degli osservatori. Da quest’ultimo, tuttavia, non verrà fuori granché a giudicare dalle notizie che giungono da Damasco e dai contrasti che si profilano all’orizzonte riguardo al contenuto atteso di tale rapporto. Dal canto suo, la Turchia non potrà agire da sola per svariate ragioni; tutto ciò che potrà fare è non perdere anche la piazza siriana dopo aver perso la speranza di poter fare affidamento sul regime di Damasco. Allo stesso tempo Ankara guarda con occhio vigilante a come i curdi siriani si rapporteranno con la situazione interna del paese e con i curdi degli Stati confinanti – ed in particolare con i curdi di Turchia – dopo che si sarà sciolto il contratto alla base dell’attuale Stato siriano.
Dunque non resterà altra opzione al di là di quella internazionale, la quale ha cominciato a prendere una nuova piega al Consiglio di Sicurezza con la bozza di risoluzione presentata dalla Francia con il sostegno americano ed occidentale, con cui si apre la strada all’intervento straniero innanzitutto all’insegna dell’intervento militare umanitario, come è accaduto in Libia l’anno passato, e prima ancora in Iraq nel 1991 e in Kosovo nel 1999. A tale intervento bisognerà preparare la strada nei corridoi del Consiglio di Sicurezza, e attraverso contatti segreti e riunioni a porte chiuse, e con l’apporto di numerosi attori tra cui la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, e gli Stati dell’Unione Europea. Da ciò emergerà un accordo internazionale sulla base di contrattazioni finanziarie ed interessi strategici, che nel suo complesso porterà a disegnare una nuova mappa del concetto di sicurezza regionale in Medio Oriente, i cui effetti si estenderanno ad altri Stati ed a periodi futuri a lungo o (almeno) a medio termine.
Come premessa ai nuovi lineamenti del concetto di sicurezza nazionale, nella fase successiva all’intervento internazionale volto a rovesciare il regime siriano, vi è il contenimento del ruolo iraniano – che in futuro sarà confinato all’interno dell’Iran, mentre attualmente si estende all’Iraq a causa della composizione del sistema politico al potere a Baghdad e del suo rapporto speciale con Teheran – affinché tale ruolo non eserciti la propria influenza su altri Stati della regione come Teheran ha pianificato ed ha cercato di fare fin dallo scoppio della Rivoluzione islamica del 1979, e poi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein a Baghdad nel 2003.
Di conseguenza, la fase successiva all’intervento internazionale volto a rovesciare il regime siriano vedrà l’indebolimento di Hezbollah in Libano, o addirittura il suo strangolamento, il quale porterà a sua volta allo smantellamento del movimento sul lungo periodo – o quantomeno ad un suo ridimensionamento – ed all’accelerazione dell’implementazione delle richieste dello Stato libanese di disarmo del partito e di un’integrazione delle sue forze armate (qualora queste ultime lo accettassero) nell’esercito libanese.
Il concetto di sicurezza regionale nella prossima fase è vago e oscuro, ed è alterato da conflitti non dichiarati tra forze tradizionali e forze nuove fra gli Stati esistenti nella regione, in particolare vista l’assenza di un’azione araba comune, e dato che molti Stati arabi sono assorbiti dalle loro crisi interne o sono parzialmente – o temporaneamente – usciti dalla struttura di sicurezza regionale e di azione comune. Ciò pone una grande responsabilità sulle spalle degli Stati arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) e li spinge ad accelerare lo sviluppo di una strategia di sicurezza che garantisca (innanzitutto e con urgenza) la stabilità nella regione del Golfo, e (in un secondo momento) nel mondo arabo, sulla base della considerazione che la sicurezza del Golfo non si esaurisce entro i confini degli Stati del Golfo, ma è legata alla sicurezza dell’intera regione.
La strategia di sicurezza regionale del Golfo deve necessariamente cominciare con l’attivazione della Peninsula Shield Force (le forze armate integrate del GCC (N.d.T.) ), con la revisione della dotazione di armamenti degli eserciti del Golfo, e con lo sviluppo dei loro equipaggiamenti e meccanismi militari, concentrando l’attenzione sulle armi tecnologicamente avanzate. Tutto questo perché la prossima fase sarà fonte di incertezza e di preoccupazione, i suoi protagonisti saranno più numerosi, ed i loro interessi più interconnessi, alla luce del tramonto di potenze regionali importanti e del rafforzamento del potere e dell’influenza di Stati non arabi nella regione, che possiedono armi nucleari o armi convenzionali avanzate. A ciò si aggiunga l’instabilità in Asia centrale e in Africa, la quale significa che la cintura di sicurezza esterna che circonda gli Stati arabi è anch’essa instabile, e ciò richiede di considerare l’iniziativa della difesa in qualità di miglior mezzo di attacco.
Il cambiamento politico in Siria, e la caduta del regime baathista che ha governato il paese per oltre quarant’anni, determineranno conseguenze radicali che porteranno alla ridefinizione degli equilibri di forza a livello regionale. Il cambio di regime in Siria non è ritenuto soltanto un affare interno poiché il ruolo giocato nei decenni passati dall’alleanza tripartita di Iran, Siria e Hezbollah nel determinare ed influenzare l’andamento degli eventi regionali non può essere ignorato. Il venir meno della Siria in questa alleanza avrà effetti radicalmente negativi sugli altri attori che la compongono.
Abdulaziz Sager, nato alla Mecca, in Arabia Saudita, nel 1959, è presidente e fondatore del Gulf Research Center, con sede negli Emirati Arabi Uniti; è inoltre presidente del Sager Group Holding, una compagnia attiva in Arabia Saudita nei settori dell’aviazione, dell’information technology e degli investimenti
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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