Rinvii ed annunci mancati: la confusione, non casuale, della politica palestinese
Il voto all'Onu va avanti nel silenzio e nell'apparente indifferenza dei media internazionali, fin troppo concentrati nel seguire gli sviluppi egiziani e a cercare di capire cosa accade in Siria, mentre la nomina del primo ministro Muhammad Mustafa è stata ancora rinviata, facendo sorgere più di un dubbio sulla reale volontà di concludere l'accordo di riconciliazione fra Hamas e Fatah.
di Marco Di Donato - CISIP
Esclusa la figura di Salam Fayyad da qualsiasi incarico, Hamas e Fatah sembravano in grado di dare forma a un nuovo governo in tempi stretti, strettissimi.
Ma nonostante gli annunci e le promesse, ad oggi si è creata una nuova situazione di stallo fra le partile quali si sono incontrate ieri (5 dicembre, ndr.) nella Striscia di Gaza per, secondo l'AFP, far ripartire il processo di riconciliazione.
Ancora una volta.
Ma se in merito alla formazione dell'esecutivo al momento non ci sono progressi significativi e tutto sembra essere rimandato alla metà di dicembre (secondo il Turkish Weekly e la palestinese Ma'an News Agency tutte le parti politiche palestinesi si incontreranno al Cairo il prossimo 20 dicembre), Hamas e Fatah pare abbiano trovato un'intesa in merito alla liberazione dei prigionieri politici.
Ma se in merito alla formazione dell'esecutivo al momento non ci sono progressi significativi e tutto sembra essere rimandato alla metà di dicembre (secondo il Turkish Weekly e la palestinese Ma'an News Agency tutte le parti politiche palestinesi si incontreranno al Cairo il prossimo 20 dicembre), Hamas e Fatah pare abbiano trovato un'intesa in merito alla liberazione dei prigionieri politici.
In attesa del 19 dicembre, data in cui le autorità israeliane probabilmente libereranno gli altri 550 prigionieri facenti parte dello 'scambio Shalit', Abu Mazen e Khaled Mesha'al hanno avviato le pratiche necessarie per il rilascio di alcuni prigionieri politici presenti rispettivamente nelle carceri di Ramallah e di Gaza.
Ambo le fazioni hanno reciprocamente presentato una lista di nomi di detenuti che, una volta controllati e verificati dai servizi di sicurezza interni (per Fatah se ne occuperà il capo dei servizi di Intelligence Majid Faraj), saranno liberati e potranno far ritorno alla loro case.
La confusione in politica interna, una confusione fatta di rinvii, annunci mancati e speranze disilluse per una popolazione stanca e sempre più arrabbiata, riflette fedelmente le condizioni dei paesi confinanti con i Territori Palestinesi.
Condizioni che non possono che influenzare la debole e precaria azione politica di Ramallah quanto l'apparentemente forte, seppur isolata, politica di Gaza.
La vittoria islamista in Egitto rilancia, qualora ve ne fosse ulteriore bisogno, l'opzione islamista nella regione.
La vittoria islamista in Egitto rilancia, qualora ve ne fosse ulteriore bisogno, l'opzione islamista nella regione.
Dopo Tunisia e Marocco, anche l'Egitto svolta verso l'islamismo politico e non solo quello rappresentato dai Fratelli Musulmani. Un dato questo che non può che favorire il movimento di resistenza islamico palestinese.
Per contro, la situazione nella più vicina Damasco mette seriamente in apprensione l'ufficio politico estero di Hamas che sta seriamente pensando di spostare la propria sede estera altrove.
Le notizie provenienti dall'interno dell'organizzazione islamista sono contrastanti.
Le notizie provenienti dall'interno dell'organizzazione islamista sono contrastanti.
Molti affermano che Hamas rimarrà a Damasco, ma altri appartenenti al movimento si dicono certi che quest'ultimo stia già trasferendo i fondi e personalità di maggior rilievo in aree maggiormente "sicure".
Michael Herzog, ex capo dello staff del ministero della Difesa israeliano, si dice assolutamente certo che Hamas stia cercando un'alternativa alla pericolosa permanenza in Siria.
Fra gli analisti, c'è chi propone la soluzione egiziana, mentre altri immaginano che sarà Doha, capitale del Qatar, ad accogliere Mesha'al e il suo ufficio politico.
Ma forse non sono solo la confusione regionale e le evidenti difficoltà nel trovare un accordo fra due partiti che si sono combattuti per quattro anni, che spingono Hamas e Fatah nel prolungare l'attuale status quo.
Il giornalista Khaled Abu Toameh lancia la sua, fondata, provocazione dalle pagine dell'Hudson New York:Hamas e Fatah hanno interesse nel mantenere invariato lo status quo e per questo non formeranno mai un governo di unità nazionale.
Almeno non prima delle prossime elezioni.
Con un governo di unità nazionale, continua il giornalista arabo, Fatah tornerebbe ad essere direttamente responsabile dei problemi di Gaza: la dilagante povertà, il traffico di armi con l'Egitto, il controllo dei gruppi estremisti che lanciano missili contro Israele.
Con un governo di unità nazionale, continua il giornalista arabo, Fatah tornerebbe ad essere direttamente responsabile dei problemi di Gaza: la dilagante povertà, il traffico di armi con l'Egitto, il controllo dei gruppi estremisti che lanciano missili contro Israele.
Per contro la situazione economica nella West Bank è in crescente miglioramento e Fatah può governare l'area con relativa tranquillità.
Sull'altra sponda, Hamas sta enormemente beneficiando delle nuove contingenze regionali che si stanno creando, guadagnando un consenso di riflesso ai successi di Ennahda, del PJD e dei Fratelli Musulmani.
Dopo il caso Shalit può gestire la riconciliazione con Fatah da una posizione di forza ed accetterà solo condizioni che siano chiaramente favorevoli. Quindi nessun compromesso.
Il processo di riavvicinamento politico fra Hamas e Fatah è dunque ancora molto lento e potenzialmente ancora pieno di insidie, in parte inattese ed imprevedibili, ed ostacoli, in parte volontariamente posti dalle parti in gioco.
Il processo di riavvicinamento politico fra Hamas e Fatah è dunque ancora molto lento e potenzialmente ancora pieno di insidie, in parte inattese ed imprevedibili, ed ostacoli, in parte volontariamente posti dalle parti in gioco.
Il 4 Maggio 2012, probabile data delle prossime elezioni e mese in cui la politica palestinese potrebbe conoscere il vero punto di svolta, è ancora molto lontano.
6 dicembre 2011

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