Moni Ovadia :Quella voglia matta di abolire l’articolo 18



IL  segretario del Pd Pierluigi Bersani, con una di quelle fortunate espressioni che gli sono valse una felice parodia del grande Crozza, ha definito l’ennesimo maldestro tentativo di cancellare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori: « roba da matti».
Bersani questa volta ha preso due piccioni con la stessa fava. Si, c’ha beccato due volte, la prima attraverso l’accezione più corrente dell’espressione, nel senso che bisogna essere sbroccati per avanzare una proposta del genere in un momento come questo che vede massacrare, lavoratori, pensionati, precari, disoccupati con una manovra che malgrado le stentate correzioni rimane socialmente e moralmente iniqua.
La seconda volta il segretario Pd ha indovinato allusivamente il sottotesto eroticamente antisindacale che anima ogni proposta di cosiddetta riforma del mercato del lavoro. 
Intanto chissà perché si parte sempre dalla cancellazione o dalla compressione dei diritti dei lavoratori e non dalla abolizione delle miriadi di storture, di abusi e di privilegi che appartengono allo status e alla prassi della contro parte padronale. 
Non intendo con questo dire che gli imprenditori siano ingiusti e sfruttatori per natura, sono un laico e so che in ogni categoria professionale esistono le persone per bene. Ma è indubbio che presso il ceto imprenditoriale sia ampiamente diffusa un’insofferenza per i diritti del lavoro ed una marcata insensibilità per la dignità sociale e personale del lavoratore. 
La voglia matta di abolire l’articolo 18 nasce dalla sottocultura ideologica che si fonda su questo dogma: il lavoratore in quanto tale non è un cittadino bensì una risorsa. 

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