Mikaela Levin :“Ecco come opera la nuova apartheid creata da Israele”
di Mikaela Levin
Ogni volta che si discute dell’esistenza di uno stato di Apartheid in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, ci si riferisce esclusivamente alle discriminazioni contro i palestinesi da entrambi i lati del Muro. Simone O’Broin e l’organizzazione per cui lavora, Badil, propongono un approccio più problematico alla questione.
Un approccio che rivela un sistema di Apartheid che si è evoluto nel corso degli ultimi sessant’anni e che, invece di riprodurre il modello sudafricano di segregazione tra bianchi e neri, ne ha elaborato uno diverso che prevede una forma di segregazione interna ad un’altra forma di segregazione, a sua volta interna ad un’ulteriore forma di segregazione, e che riguarda tutto il territorio della Palestina storica. “Gli abitanti di Gaza oggi sono completamente separati; non posso andare in Israele o in Cisgiordania, tranne che in casi davvero eccezionali dovuti a ragioni umanitarie. In questo momento persino il ricongiungimento familiare non viene considerato come una ragione umanitaria. Le persone che vivono in Cisgiordania nella maggior parte dei casi non possono andare a Gerusalemme Est e il fatto che ai profughi venga impedito di tornare è di per sé un atto di Aparheid. Inoltre, la Valle del Giordano adesso è praticamente una zona interdetta, così come l'area H2 di Hebron”. Queste le parole di Simone all’Alternative Information Center, qualche giorno prima di presentare una dettagliata conferenza sull’argomento in occasione dell’AICafe a Beit Sahour.
La ricerca di Simone è parte di un rapporto legale che Badil, una ONG locale con sede a Betlemme che lavora sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi, pubblicherà nei prossimi mesi. L’intento principale di questa approfondita relazione è quello di usare tutti gli strumenti legali disponibili per dimostrare che lo Stato di Israele impone un sistema di Apartheid sui suoi stessi cittadini palestinesi e sulla popolazione palestinese nei TPO.
Proprio qualche settimana fa, a novembre, Simone è andata in Sudafrica per prendere parte al Tribunale Russell, una riedizione del famoso tribunale creato nel 1966 da famosi intellettuali provenienti da ogni parte del mondo per cercare di giudicare le atrocità commesse a quell’epoca in Vietnam. Oggi lo stesso tribunale, ma con volti nuovi, si è riunito per ascoltare le testimonianze di esperti così da stabilire se la situazione in Israele e nei TPO rientra nella categoria di Apartheid.
“La situazione qui è stata vista nell’ottica tradizionale come una forma di occupazione, tipologia che viene coperta dal diritto internazionale umanitario – così Simone ha presentato la descrizione legale della situazione – Quando furono adottate le Convenzioni di Ginevra, l’occupazione venne prevista come una misura temporanea conseguente ad una situazione di conflitto armato. Perciò gran parte della legislazione delle Convenzioni di Ginevra non tiene conto dell’esistenza di un’occupazione lunga 63 anni. Il termine colonialismo, invece, descrive molto bene questo particolare aspetto del Sionismo. Se si comprende il progetto politico del Sionismo, infatti, diviene evidente che l’obiettivo complessivo è stabilire uno Stato ebraico su tutta l’area della Palestina. Per fare ciò, vengono introdotti i coloni. Molte persone sono entrate a far parte di ciò che adesso è Israele, ma il colonialismo continua. La condizione che si presenta ora è Apartheid, occupazione e colonialismo”.
Una delle argomentazioni principali di coloro che rifiutano di definire Israele come Stato di Apartheid si basa sull’evidenziare le differenze con il Sudafrica. Simone ne riconosce l’esistenza, a partire dal diverso obiettivo finale: “Nel caso del Sudafrica il fine dell’Apartheid era di stabilire una situazione dove i neri fossero confinati in Bantustan, ma non c’era alcuna intenzione di allontanare l’intera popolazione di colore fuori dall’area, volevano piuttosto sfruttarne la manodopera. Questa è una differenza davvero rilevante rispetto al proposito principale del sistema di Apartheid attraverso tutto il Mandato palestinese. Qui il proposito principale è il trasferimento della popolazione. L’idea quindi è quella di cacciare tutti i palestinesi e di introdurre la popolazione dei coloni ebrei, così da far nascere uno Stato esclusivamente ebraico”.
Il trasferimento della popolazione iniziò agli inizi del ventesimo secolo ed toccò l'apice nel 1948 con la Nakba. Questo evento comportò la più grande espulsione di palestinesi dalle loro terre, ma fino ad oggi questi dislocamenti forzati continuano. Continuano attraverso la demolizione delle case, il divieto di costruzione e di accesso ai servizi di base nell’Area C che in Cisgiordania – , la sistematica repressione di ogni tipo di resistenza nazionale, la costante espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e il disumano blocco operato nella Striscia di Gaza.
Il rapporto di Badil è un elenco minuzioso e dettagliato di tutte le maggiori violazioni del diritto internazionale contemplate nella Convenzione sul Crimine di Apartheid, firmato nella prima metà degli anni Settanta. Tra le tante: la segregazione e la discriminazione riguardo il consumo di acqua estratta dei TPO, il sistema stradale doppio e i due sistemi legali applicati in Cisgiordania, l’evidente razzismo delle organizzazioni sioniste parastatali nell’acquisto e nell’appropriazione delle terre palestinesi esclusivamente in favore della comunità ebraica e, ovviamente, il simbolo supremo dell’Apartheid israeliano: il Muro di separazione.
“In Afrikaans, Apartheid significa separazione, segregazione”, ha spiegato Simone. L'élite bianca del Sudafrica usò questo termine per definire il suo regime di sviluppo separato. Gli israeliani hanno fatto proprio il concetto con il loro termine “Hafradah”.
“Quando lo Stato di Israele venne creato, nel 1948, successivamente alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, non era più possibile comportarsi in modo apertamente discriminatorio, perciò fu necessario dissimulare tutta la faccenda. L’intero sistema fu mascherato all’interno delle leggi israeliane delle cittadinanza e la terra cominciò ad essere confiscata per mezzo di organizzazioni parastatali, che contenevano nei loro documenti fondativi la discriminatoria distinzione tra ebrei e non ebrei. Questa distinzione in effetti non appare nelle leggi statali”, ricorda Simone.
Eppure, dal momento che nessuna creazione politica umana è perfetta, decenni di egemonia indiscussa hanno dato all’élite sionista un senso di trionfalismo che ora si sta sviluppando in posizioni più radicali. Oggi i leader della politica israeliana si stanno lasciando alle spalle i loro discorsi velati e le loro politiche non esplicitamente discriminatorie, e stanno spingendo affinchè lo Stato abbracci lo stesso tipo di vocabolario e attitudine razzista delle organizzazioni parastatali, come il Fondo Nazionale Ebraico e l’Organizzazione Sionista Internazionale.BADIL: "Ecco come opera la nuova apartheid creata da Israele."
Commenti
Posta un commento