L’offensiva contro l’asse siro-iraniano e i venti di guerra in Medio Oriente
Sebbene siano molte le controversie in Israele e negli Stati Uniti a proposito di un possibile attacco all’Iran, e non ci sia affatto unanimità a questo riguardo, ma anzi delle forti resistenze, l’escalation di tensione nella regione mediorientale potrebbe anche portare a un risultato apparentemente non voluto: la situazione potrebbe sfuggire di mano portando proprio a quella conflagrazione regionale che molti temono e vorrebbero evitare.
A ciò potrebbe contribuire l’intensificarsi delle provocazioni nei confronti dell’Iran da un lato, e lo scivolamento della crisi siriana verso una guerra civile dall’altro, la quale a sua volta potrebbe destabilizzare l’intero vicino Oriente (Siria, Libano, Israele, ma anche Iraq, Giordania e Turchia) in quanto il diretto coinvolgimento delle forze della “resistenza” e del moribondo nazionalismo arabo in una battaglia “di vita o di morte” potrebbe rivelarsi fatale per la fragilissima situazione attuale.
Non vi è dubbio, infatti, che nella campagna volta a isolare l’Iran a livello internazionale, ed in quella volta a far capitolare il regime siriano, siano pienamente presenti le considerazioni legate alla possibilità di spezzare l’asse siro-iraniano, e più in generale il cosiddetto “asse della resistenza” – che comprende anche Hezbollah, Hamas e i nazionalisti arabi.
In altre parole, si sta assistendo a una convergenza di interessi fra l’intenzione di Washington di rovesciare Assad al fine di allontanare la Siria dall’orbita iraniana e isolare i movimenti della “resistenza” araba (Hamas e Hezbollah), e la volontà dei regimi del Golfo (ed in primo luogo dell’Arabia Saudita) di riportare la Siria nell’alveo arabo, e sunnita, isolando l’Iran sciita.
Se le rigidezze del regime iraniano a proposito del proprio programma nucleare, e il recente rapporto dell’AIEA – debole e per molti versi inconsistente – sulle presunte derive belliche di tale programma, costituiscono il pretesto per portare avanti l’offensiva contro Teheran, la brutale repressione delle legittime rivendicazioni di una fetta consistente della popolazione siriana per mano del regime di Assad offre a prima vista piena giustificazione alla campagna contro Damasco.
Tuttavia, il fatto che la rivolta popolare in Siria sia caduta ostaggio delle dinamiche geopolitiche regionali, e che la frammentata opposizione siriana sia sostenuta da tutti i nemici storici del regime di Damasco e dell’alleanza siro-iraniana, paradossalmente rafforza Assad ricompattando il fronte arabo nazionalista e le forze della “resistenza”, e addirittura lo stesso asse con Teheran (dopo che la sanguinosa repressione condotta dall’apparato di sicurezza siriano aveva creato profonde crepe nei rapporti con i sostenitori e gli alleati di Damasco).
ACCELERAZIONE DEGLI EVENTI
Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre gli eventi hanno subito un’impressionante accelerazione, portando da un lato ad un considerevole isolamento regionale di Damasco e ad una progressiva militarizzazione della rivolta, e dall’altro ad una guerra economica e di intelligence contro Teheran a cui manca ben poco per sfociare in un aperto conflitto militare.
Alla fine del mese scorso la Lega Araba, ormai dominata dai paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), ha approvato sanzioni commerciali ai danni di Damasco, immediatamente imitata dalla Turchia che ha anche congelato i beni finanziari del governo siriano ed ha interrotto le transazioni con la banca centrale del paese.
La Siria dipende pesantemente dagli scambi commerciali con Ankara e con i paesi arabi, ma ancor più da quelli con l’Europa. L’Unione Europea e gli Stati Uniti avevano preceduto sia la Lega Araba che la Turchia nell’imporre sanzioni che hanno duramente colpito il settore petrolifero siriano.
In particolare, le sanzioni europee risultano ancora più dannose di quelle americane poiché l’UE assorbiva circa il 95% delle esportazioni petrolifere siriane, le quali assicurano un terzo delle entrate di Damasco.
L’imposizione di un embargo così duro potrebbe rivelarsi controproducente, poiché danneggia la popolazione siriana ancor prima del regime. Inoltre esso certamente rafforza il sentimento di ostilità nei confronti degli altri paesi arabi presso quei settori della popolazione che ancora sostengono Assad.
Un embargo di questo genere ricorda da vicino quello imposto nel 1991 all’Iraq di Saddam Hussein da parte delle Nazioni unite, che fra l’altro portò alla morte di circa 500.000 bambini.
Nel frattempo in Siria stanno affluendo crescenti quantitativi di armi attraverso il confine giordano, turco e libanese. Per il momento si tratta principalmente di armi leggere, tanto che alcuni ritengono che il contributo maggiore per armare i ribelli provenga in ogni caso dalle defezioni che si registrano nell’esercito siriano. Tuttavia gli analisti affermano che il traffico di materiale bellico proveniente dall’estero potrebbe intensificarsi rapidamente.
Fra l’altro, alla fine di novembre il Daily Telegraph ha rivelato la poco rassicurante notizia di colloqui segreti tra i ribelli siriani e le nuove autorità libiche, le quali avrebbero offerto armi (che, com’è noto, abbondano nella Libia post-bellica) e addestratori.
Dai paesi del Golfo starebbero invece giungendo all’opposizione in Siria soprattutto ingenti finanziamenti e materiale per le telecomunicazioni.
L’OPPOSIZIONE SIRIANA OSTAGGIO DELLE DINAMICHE GEOPOLITICHE REGIONALI
All’inizio di dicembre risale invece la notizia che Burhan Ghalioun, leader del CNS (il Consiglio Nazionale Siriano, che riunisce le principali correnti dell’opposizione siriana all’estero) ha dichiarato al Wall Street Journal che la Siria dopo la caduta di Assad romperà i rapporti con l’Iran e smetterà di sostenere Hamas e Hezbollah, e cercherà invece un’alleanza con i principali paesi arabi.
Un’affermazione del genere, certamente musica per le orecchie occidentali e di paesi come l’Arabia Saudita, ha invece suscitato aspre critiche negli ambienti arabi nazionalisti.
Il direttore del quotidiano panarabo al-Quds al-Arabi – il palestinese Abdel Bari Atwan – pur criticando le affermazioni di Ghalioun, ha ipotizzato che egli fosse caduto in una “trappola” tesa dal giornale conservatore americano, ed ha ribadito che in ogni caso simili dichiarazioni non hanno alcun valore, in quanto pronunciate in un momento in cui un futuro governo in Siria è di là da venire.
Resta il fatto che Ghalioun (che prima di essere catapultato alla guida del CNS era un professore di sociologia politica alla Sorbonne Nouvelle di Parigi) ha ripetuto le sue affermazioni pochi giorni dopo al quotidiano libanese al-Mustaqbal, testata ufficiale del movimento di Saad Hariri, leader della coalizione filo-occidentale e filo-saudita del “14 marzo” – non certo una manifestazione di accortezza politica da parte del leader del CNS.
Ghalioun, pur battendosi perché il carattere della protesta in Siria rimanga pacifico, ha anche chiesto ripetutamente la creazione di “zone cuscinetto” all’interno del territorio siriano per dare rifugio ai membri dell’opposizione siriana, i quali a quel punto “si moltiplicherebbero immediatamente” portando al crollo del regime. Ma la creazione di queste zone cuscinetto richiede di fatto un intervento militare esterno.
UN’OFFENSIVA IN CHIAVE ANTI-SCIITA
Le decisioni della Lega Araba contro la Siria sono state guidate dai paesi del GCC, il cui peso politico e finanziario ormai sopravanza abbondantemente quello dei paesi arabi non petroliferi, soprattutto in un momento in cui l’Egitto è assorbito dalla propria lotta interna per il potere.
Fra i paesi del Golfo spicca soprattutto l’attivismo dell’Arabia Saudita e del Qatar . I principali canali satellitari dei due paesi, al-Arabiya ed al-Jazeera, stanno conducendo una campagna di sostegno all’opposizione siriana simile a quella che condussero a favore dei ribelli libici.
Al-Sharq al-Awsat, il principale quotidiano saudita, da mesi ha scatenato i propri editorialisti contro il regime di Damasco, e da settimane afferma chiaramente che le sanzioni non sono sufficienti e che la questione siriana va portata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
All’indomani della caduta di Mubarak, la famiglia saudita decise di scendere in campo direttamente per difendere i propri interessi di politica estera, invece di affidarsi ancora una volta all’iniziativa di Washington.
Potendo fare affidamento sulle proprie enormi riserve di denaro liquido, Riyadh ha adottato un’aggressiva politica di spesa per mettere a tacere il dissenso sia in Arabia Saudita che in altri paesi della penisola araba, ed in Bahrein è addirittura intervenuta con le proprie forze armate per sedare la ribellione nel paese.
La casa saudita ha inoltre sistematicamente cercato di interpretare le proteste scoppiate nella penisola in chiave settaria (giornalisti affiliati al regime hanno addirittura definito gli oppositori sauditi alla monarchia come una “lobby iraniana” in Arabia Saudita).
Riyadh ha attribuito le proteste nella propria provincia orientale e in Bahrein alle presunte ingerenze di Teheran, sebbene i leader della minoranza sciita saudita e quelli della maggioranza sciita in Bahrein abbiano quasi sempre rivendicato la propria indipendenza ed essenzialmente basato le proprie richieste su principi non settari improntati alla giustizia sociale e ad una maggiore democrazia (una recente inchiesta voluta dallo stesso sovrano del Bahrein ha confermato che all’origine della protesta nel paese non vi è stato un intervento di Teheran).
Dopo che il diffondersi delle rivoluzioni della Primavera Araba aveva costretto Riyadh sulla difensiva, lo scoppio della rivolta siriana ha permesso alla famiglia saudita di passare all’offensiva.
Dopo aver assistito nel 2005 in Iraq alla nascita del primo governo sciita in un paese arabo dai tempi della dinastia fatimide del XII secolo, e dopo aver dovuto subire l’ascesa di Hezbollah in Libano, l’Arabia Saudita ha visto nella ribellione in Siria un’occasione per rovesciare il regime alawita di Assad infliggendo un durissimo colpo all’Iran e riguadagnando influenza in Libano.
La minoranza alawita al potere in Siria è considerata da molti sauditi una setta sciita eterodossa, alleata di Teheran, e dunque fondamentalmente antisunnita. Essa farebbe parte di quella “lobby iraniana nel mondo arabo” a cui appartiene anche Hezbollah.
Di fronte alla campagna araba contro Damasco ed all’isolamento internazionale di Teheran, il giornalista saudita Tariq al-Homayed, direttore del quotidiano al-Sharq al-Awsat, ha parlato di “tramonto della stella sciita nella regione”, affermando che l’Iran deve affrontare una dura prova esterna, sotto forma del crollo del regime di Damasco “per mano dei siriani, e non di forze esterne”, e deve fronteggiare molteplici attacchi alle proprie installazioni nucleari, mentre la rivoluzione del Movimento Verde ancora cova sotto la cenere.
COSA C’E’ IN GIOCO PER L’IRAQ
Se in Iran nei mesi scorsi si erano levate voci critiche all’indirizzo del regime di Damasco di fronte alla brutalità della repressione condotta dalle sue forze di sicurezza, e addirittura si erano registrati timidi contatti con l’opposizione siriana, probabilmente simili posizioni sono tramontate davanti all’evidenza che il fronte internazionale che si è coagulato contro il regime di Damasco è altresì un fronte palesemente anti-iraniano.
Più in generale, la crisi siriana sta determinando una polarizzazione a livello regionale.
In Libano, ad esempio, la coalizione del 14 marzo a guida sunnita, filo-occidentale e filo-saudita, si è schierata apertamente a sostegno dell’opposizione siriana, mentre Hezbollah, movimento notoriamente vicino all’Iran e leader della contrapposta coalizione, ha ribadito il proprio appoggio al regime di Damasco.
In questa polarizzazione regionale rischia parimenti di essere coinvolto l’Iraq. Baghdad si è opposta alla decisione della Lega Araba di imporre sanzioni alla Siria, non perché il governo iracheno sia un fantoccio di Teheran (come ha detto semplicisticamente qualcuno), ma in primo luogo per fondati motivi interni.
Sebbene i rapporti fra Baghdad e Damasco siano stati tutt’altro che idilliaci negli ultimi anni, molti degli attuali leader iracheni ottennero asilo dal regime siriano ai tempi di Saddam. Inoltre, in Siria si trovano tuttora oltre 300.000 profughi iracheni. E i due paesi hanno consistenti scambi commerciali.
Ma soprattutto, Baghdad teme che, se la Siria sprofondasse in una guerra civile, l’instabilità potrebbe estendersi al territorio iracheno. Il ritiro americano che si concluderà entro la fine di dicembre apre un vuoto di sicurezza in un paese in cui le tensioni fra l’emarginata comunità sunnita e la comunità sciita al potere stanno riemergendo.
In ogni caso, il panorama politico iracheno appare frammentato. Se la corrente di Muqtada al-Sadr, pur riconoscendo la legittimità delle rivendicazioni della rivolta siriana, ha dato il proprio appoggio al regime di Assad poiché esso incarnerebbe il progetto della resistenza araba contro l’egemonia israelo-americana, altri sciiti iracheni non intendono appoggiare un regime che secondo loro ha sostenuto i sunniti nel sanguinoso conflitto settario seguito all’invasione americana del 2003.
Per altro verso, se i sunniti iracheni vedrebbero di buon occhio una Siria dominata dalla maggioranza araba sunnita dopo il crollo di Assad, molti curdi iracheni non sono sicuri che un governo arabo sunnita in Siria tratterebbe i curdi siriani meglio di come li ha trattati Assad.
GUERRA DI INTELLIGENCE CONTRO L’IRAN
Nel frattempo è in atto contro l’Iran una durissima campagna di sanzioni economiche e di azioni “sotto copertura” che rappresentano altrettanti atti di guerra.
L’offensiva che tra il 2009 e il 2010 ha messo fuori uso le centrifughe iraniane tramite il potente virus Stuxnet ed ha portato all’uccisione ed al ferimento di diversi scienziati iraniani coinvolti nel programma nucleare, ha registrato ultimamente una nuova fiammata, con incidenti ed esplosioni verificatisi in alcune basi iraniane (l’ultimo caso si è verificato a Isfahan).
Perfino funzionari americani, hanno confermato – sebbene in via non ufficiale – l’esistenza di un programma di “operazioni sotto copertura” portato avanti da parte americana, a cui si aggiunge un “marcato attivismo” dei servizi israeliani.
A conferma di ciò, domenica 4 dicembre, un sofisticato drone americano dotato di tecnologia “stealth” (cioè, teoricamente invisibile ai radar) è caduto nelle mani degli iraniani (in pieno territorio iraniano, a oltre 200 chilometri dal confine con l’Afghanistan), mettendo in luce fino a che punto si sia spinto il programma di spionaggio americano ai danni dell’Iran.
Come ha affermato Mark Hibbs, esperto nucleare presso il Carnegie Endowment, l’intensificarsi delle operazioni sotto copertura indica che Stati Uniti e Israele per il momento stanno concentrando le proprie energie su questo fronte, invece che su un attacco militare convenzionale. Tuttavia il timore, come dice Hibbs, è che “proseguendo su questa strada, scateniamo forze che non saremo in grado di controllare”.
2012, ANNO DI ELEZIONI E DI TENSIONI
Il 2012 sarà un anno elettorale, non solo per gli Stati Uniti dove la corsa per le presidenziali sembra aver già preso in ostaggio la politica estera americana, ma anche per l’Iran, dove a marzo si terranno le elezioni parlamentari in un clima di grave tensione interna oltre che internazionale.
Sebbene la ribellione del Movimento Verde sia stata in gran parte soffocata, una profonda spaccatura è venuta a crearsi tra la Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, e l’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad, aprendo una crepa nell’apparato di potere della Repubblica Islamica che non si era forse registrata dai tempi immediatamente successivi alla rivoluzione del 1979.
Alcuni effetti di questo scontro interno si sono visti in occasione del recente assalto all’ambasciata britannica, all’indomani dell’imposizione di sanzioni contro la banca centrale iraniana da parte di Londra. Tale assalto è avvenuto probabilmente con l’acquiescenza della Guida Suprema e dei suoi fedelissimi, al fine di imporre la linea dura a scapito della maggiore apertura al dialogo propugnata da Ahmadinejad.
Il coinvolgimento senza precedenti della Guida Suprema nella lotta politica interna in Iran – che ora vede Khamenei impegnato in un’aspra battaglia contro Ahmadinejad, dopo che nel 2009 l’Ayatollah era sceso in campo per difenderne a spada tratta la controversa vittoria alle elezioni presidenziali – ha avuto la conseguenza di far perdere al supremo leader della Repubblica Islamica buona parte della sua reputazione di arbitro “super partes” della politica iraniana.
Lo scontro di potere all’interno della leadership del paese ha aperto perciò un vuoto che potrebbe essere colmato dal corpo d’èlite della Guardia Rivoluzionaria iraniana. A causa della sua perdita di credibilità, Khamenei si trova infatti ad essere maggiormente dipendente dalla Guardia Rivoluzionaria di quanto non avvenisse in passato, e l’assedio internazionale e le minacce di aggressione a cui è sottoposto l’Iran non fanno altro che ingigantire il ruolo di quest’ultima.
LA GUERRA DELLE SANZIONI
Intanto il Congresso americano dovrebbe approvare questa settimana nuove sanzioni draconiane ai danni dell’Iran, che potrebbero avere effetti disastrosi sul prezzo del petrolio e andare contro gli stessi interessi americani, poiché rischiano di creare tensioni con paesi del calibro di Russia e Cina.
Il pacchetto iniziale prevedeva infatti penalità per quei paesi e quelle compagnie (come quelle russe e cinesi) che investono nel settore energetico iraniano, che vendono benzina all’Iran, e che gli forniscono tecnologia utile a sviluppare armi nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Le misure prevedono inoltre sanzioni drastiche contro qualsiasi banca straniera che abbia transazioni con la banca centrale iraniana.
Sebbene la proposta di legge abbia incontrato alcune opposizioni da parte dell’amministrazione Obama (proprio per i summenzionati rischi di un inasprimento dei rapporti con Mosca e Pechino), sembra che il pacchetto sarà approvato con modifiche molto contenute.
Nel frattempo anche in Europa si parla di ulteriori sanzioni all’Iran, che potrebbero prevedere un embargo al petrolio iraniano. Secondo valutazioni del Congresso americano, la vendita di gas e petrolio fornisce all’Iran circa l’80% delle sue entrate in valuta pregiata. L’obiettivo di un embargo petrolifero sarebbe dunque quello di infliggere un colpo durissimo all’economia del regime.
Una misura di questo genere, tuttavia, rischia di rivelarsi un boomerang poiché ha un’elevata probabilità di far schizzare verso l’alto i prezzi del petrolio (riducendo le perdite di Teheran) e di avere pesanti conseguenze per i paesi europei già messi alle corde da una gravissima crisi del debito.
Paesi come la Spagna, la Grecia e la stessa Italia importano considerevoli quantità di greggio iraniano, e un bando delle importazioni creerebbe loro notevoli problemi, andando a sommarsi alle già esistenti difficoltà economiche. Anche per questo motivo, la decisione dell’Europa per il momento sembra essere slittata al 30 gennaio.
Dal canto loro, i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si sono detti contrari all’imposizione di ulteriori sanzioni ed a qualsiasi attacco militare all’Iran. Russia e Cina hanno posto il veto anche a qualsiasi risoluzione di condanna della Siria in sede ONU.
Le numerose dispute tra Mosca e Washington – a proposito del dispiegamento dello scudo missilistico nell’Europa orientale, della possibile costruzione di oleodotti dal Caspio al Mediterraneo che potrebbero far concorrenza alla Russia, e delle presunte ingerenze americane nell’attuale crisi elettorale russa – ma soprattutto la prospettiva di una rielezione di Putin alla presidenza, rischiano di mettere la parola “fine” alla politica del “reset” (ovvero del miglioramento dei rapporti russo-americani) inaugurata da Obama.
Dal canto suo, la Cina è certamente irritata dal recente tentativo di accerchiamento americano nel Pacifico e dall’espansione militare USA in Africa.
Per queste ed altre ragioni (fra cui gli stretti rapporti economici con Damasco e Teheran), difficilmente Mosca e Pechino si allineeranno alle posizioni occidentali riguardo alla crisi siriana ed a quella iraniana. Al contrario, queste due grandi potenze potrebbero rappresentare una vitale “retrovia” per il regime di Damasco e la Repubblica islamica iraniana, e per i loro alleati regionali, in quella che si prefigura come una nuova guerra fredda ad altissima tensione, che rischia in ogni momento di sfociare in conflitti aperti nella regione dalla portata potenzialmente devastante.

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