La strada per Damasco passa per il Cairo: la crisi siriana e gli equilibri del Vicino Oriente


Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
 di Pietro Longo - Cisip

La decisione della Lega Araba di sospendere la Siria, uno dei membri fondatori, è giunta quale extrema ratio dinnanzi al rifiuto del governo di Damasco di accogliere 500 osservatori della stessa Organizzazione internazionale per verificare la situazione del paese. 
La votazione ha visto 19 pareri favorevoli contro quelli dell’Iraq, maggiore partner commerciale dopo i paesi europei, e del Libano.
Il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Mu’allim ha commentato la decisione parlando di “internazionalizzazione” del conflitto ovvero di un tentativo di allargare il problema portandolo, con maggiore vigore, all’attenzione delle diplomazie globali.
Secondo le fonti ufficiali del regime siriano si tratterebbe anche di un atto di tradimento della “solidarietà araba”.
La misura successiva, concretizzatasi tra il 26 ed il 27 novembre, ha riguardato una tornata di sanzioni economiche operative “fin da subito” e finalizzate a “convincere il governo a interrompere 8 mesi di brutale repressione”.
I provvedimenti ruotano attorno a 4 punti e comprendono:
a) il congelamento dei conti bancari dei membri del governo di Bashar al-Asad;
b) il divieto di visto in ingresso nei paesi arabi per alcune personalità politiche minori;
c) l’arresto di tutti i voli commerciali in direzione del paese cioè di ogni transazione economica e degli investimenti esteri;
d) l’interruzione dei contatti con la Banca centrale siriana.
Si tratta di sanzioni senza dubbio stringenti che hanno visto come protagonista attivo e principale artefice lo Shaykh del Qatar Hamad bin Jasim Al Thani, capo del governo dal 2007 e ministro degli Esteri dal 1992.
Mentre lo scopo di queste decisioni è quello di evitare a tutti i costi un intervento straniero armato nel paese, secondo quanto dichiarato dal medesimo politico qatariota, il Segretario generale della Lega araba Nabil al-‘Arabi ha vincolato la prosecuzione delle sanzioni all’accettazione siriana della proposta precedente: ingresso degli osservatori e ritiro dei mezzi armati dalle strade. 
Com’è noto, le sanzioni rappresentano un’arma diplomatica deterrente di estrema efficacia, specie se indirizzate ai danni di Stati deboli sotto il profilo economico e isolati sul piano internazionale.
Mentre le misure adottate dalle Nazioni Unite ai danni dell’Iran per scongiurare la prosecuzione del programma di nuclearizzazione civile non sembrano aver mai sortito effetti concreti, sebbene si sia trattato anche in quel caso di sanzioni “stringenti”, il caso siriano potrebbe partorire effetti decisamente diversi.
In un paese che ha perso ben 3 punti percentuali nel tasso di crescita dal 2010 al 2011, transitando dal 6% al 3,2%, e che importa inesorabilmente beni per un valore di 13,5 miliardi di dollari, una “guerra economica” com’è stata denunciata dal ministro degli Esteri siriano rischia di riverberarsi negativamente sulla popolazione.
Ben consapevoli di ciò, i 19 paesi della Lega che hanno acconsentito a questo tipo di intervento non hanno posto alcun veto alle rimesse dei lavoratori espatriati, in modo da non colpire in maniera eccessiva l’afflusso di ricchezza.
Da parte siriana, la reazione è rimasta la medesima e anzi Damasco, che ha dichiarato di voler uscire in qualunque modo dalla crisi, ha denunciato questo giro di sanzioni come la preclusione di ogni accordo.
A ben vedere il governo siriano non è ancora del tutto isolato, nonostante le misure in questione e la posizione assunta anche dalla Turchia.
Già in agosto, da Ankara membri del governo dichiaravano di “aver perso la pazienza” in merito al dossier di Damasco e fonti militari lasciavano trapelare la possibilità di un intervento armato. 
Secondo indiscrezioni giornalistiche risalenti a settembre, il presidente turco Gul non avrebbe mai paventato lo scenario di uno sconfinamento dell’esercito in territorio siriano, e avrebbe dichiaratamente negato l’idea della conduzione straniera di operazioni militari dalla Turchia.
L’unica strada percorribile rimasta, dunque, sarebbe la partecipazione di Ankara ad una coalizione internazionale multilaterale.
Ciononostante, a differenza dell’Arabia Saudita, del Bahrein e del Kuwait, che hanno immediatamente ritirato la propria rappresentanza diplomatica da Damasco, specie dopo le presunte manifestazioni di civili dinnanzi alle rispettive ambasciate, si deve notare che la Turchia non ha compiuto subito questo passo.
Bisogna infatti attendere il 13 novembre per vedere un aereo di Stato turco rimpatriare i familiari del personale dell’ambasciata, e il ministero degli Esteri Davutoglu avvertire i propri connazionali di non recarsi in Siria per ragioni di sicurezza.
Nei mesi precedenti, Ankara aveva concesso all’opposizione del regime ba’thista, rappresentata da Burhan Ghaliun, e all’esercito Free Syrian Army di organizzarsi in Turchia. In ultimo, lo stesso Davutoglu, dopo aver palesato il proprio timore in occasione del Forum permanente del dialogo italo-turco (24-26 novembre), il 29 novembre ha annunciato che il suo paese sarà pronto ad affrontare qualsiasi scenario, nonostante desideri evitare il mezzo militare. 
Questa spirale di segnali certamente decisi ma esitanti, specie se inquadrati nella prospettiva storica dei rapporti tra i due confinanti, si spiegano probabilmente in virtù di ragioni economiche.
La Turchia, che non è coinvolta dalle sanzioni imposte dalla Lega araba, ha fatto registrare un attivo di un miliardo di dollari nel saldo del 2010 delle relazioni economiche bilaterali con Damasco, esportando valori per l’ammontare di un miliardo e 641 milioni di dollari, e importando beni per appena 630 milioni di dollari.
Prima dell’inizio della questione siriana, fonti del ministero turco dell’Economia prevedevano ottimisticamente una progressione a 5 miliardi di dollari di attivo nella bilancia commerciale per gli anni a venire.
Al di là del dato economico in senso stretto, una Siria priva di disordini serve alla Turchia come territorio di passaggio delle proprie transazioni commerciali con gli altri paesi del Vicino Oriente quali Arabia Saudita e paesi del Golfo, Iran, Giordania.
In quest’ottica Davutoglu ha reso noto che indipendentemente dalle sorti della crisi siriana il flusso del commercio turco sarà assicurato 'via Iraq', se necessario attraverso l’apertura di altri gates lungo la frontiera.
Bisogna rammentare in ultimo che proprio presso la Banca centrale turca sono depositati i conti di molte personalità politiche siriane e dunque, se è vero che Ankara non è legata dalla risoluzione della Lega Araba, è pur vero che alla Turchia è stato chiesto in modo esplicito di attenervisi, dando anche attuazione al congelamento dei fondi.
Ma Ankara deve considerare ancora un altro fattore e cioè il pesante biasimo che giunge da Tehran, ove viene apostrofata come un 'burattino delle potenze occidentali e dell’alleanza Nato'.
L’Iran, indaffarato dal dossier nucleare, aveva sperimentato un riavvicinamento alla Turchia quando questa si era allontanata da Tel Aviv, per via del 'Freedom Flotilla Affaire', e si era accostata a Baghdad e proprio a Damasco, per i motivi economici anzidetti e per questioni di sicurezza legate alla recrudescenza del PKK.
Non troppo tempo prima degli eventi che qui si analizzano, il primo ministro Erdogan aveva bollato addirittura come “arroganti” le sanzioni Onu imposte all’Iran, dimostrando tutto l’attivismo della diplomazia turca.
Appena il 27 novembre scorso invece il generale della Guardia rivoluzionaria, Amir ‘Ali Haggzadeh, ha reso noto, con la consueta schiettezza tipica dei vertici militari persiani, che in caso di un’offensiva statunitense e/o israeliana contro le installazioni nucleari civili iraniane, i primi obiettivi a subire la controffensiva sarebbero le installazioni missilistiche difensive della Nato in Turchia.
Certo, in un momento storico differente, una tale affermazione sarebbe apparsa altamente disputabile, dal momento che una delle installazioni “incriminate” si trova proprio nella città turca di Kurecik, appena a 700 km ad ovest del confine con l'Iran.
Dunque, a differenza dei molti proclami contro lo Stato di Israele, questa dichiarazione in alcun modo renderebbe necessario il possesso di tecnologie balistiche intercontinentali, e anzi un semplice missile Fajr-3, per giunta dotato di tecnologia MIRV, sarebbe in grado di recapitare una testata multipla, presumibilmente convenzionale, fin nella penisola anatolica.
Considerando il sapiente uso della public diplomacy da parte di Tehran, è lecito pensare che il cosiddetto “governo degli Ayatollah” in questo caso abbia inteso delineare uno scenario plausibile.
Tuttavia, le parole del generale, assodata la sua bona fide, possono venire interpretate in ben altre maniere. Due nello specifico: sfruttare la potenza di fuoco di Hezbollah, ammesso che ancora esista e possa essere impiegata fruttuosamente o, com’è più probabile aprire un fronte nel Golfo attraverso la testa di ponte rappresentata dal Bahrain.
Fuor di metafora, se un attacco di qualsivoglia natura venisse sferrato contro la Siria, l’Iran per proteggere il regime amico di al-Asad potrebbe non limitarsi all’invio di denari ed equipaggiamenti via Iraq, ma inaugurare un nuovo fronte tattico inviando navi da guerra e soldati nel già turbolento arcipelago.
Inoltre questa mossa darebbe a Tehran l’opportunità di accrescere il tornaconto personale e di agire come potenza revisionista negli equilibri della Penisola.
In tutto ciò Hezbollah, secondo fonti d’intelligence israeliana, starebbe mobilitando il proprio arsenale dalla Siria, temendone lo scompaginamento qualora dovesse venire meno il regime ba’thista.
Questo arsenale comprenderebbe missili a corto e medio raggio di manifattura iraniana, custoditi nelle basi di Aleppo, sede della 11° divisione dell’esercito siriano.
Secondo la redazione libanese del Daily Star, invece, sia il Partito di Dio che Amal avrebbero ribadito con vigore il proprio allineamento accanto a Iran e Siria contro ogni “complotto internazionale”.
In una dichiarazione congiunta i due partiti sciiti hanno denunciato quella contro la Siria come un’azione volta a riallineare il regime siriano, reo di praticare politiche di resistenza e di supporto alla causa palestinese. Il leader Hasan Nasr Allah ha minacciato che un attacco alla Siria o all’Iran sarebbe in grado di trascinare in guerra l’intera regione.        
La Siria non appare ancora del tutto isolata quindi. Può godere dell’appoggio tutt’altro che irrilevante di alcuni amici. L’Iraq è passato rapidamente da antagonista di vecchia data a secondo più grande partner commerciale per la Siria, in grado di assorbire da solo il 13% del suo export e generare un interscambio di 8 miliardi di dollari. Il Libano invece è il sesto partner economico di Damasco e assorbe il 6,1% dei prodotti d’esportazione.
Il ministro degli Esteri Adnan Mansur, vicino ad Hezbollah, ha commentato positivamente la decisione della Siria di rifiutare la proposta della Lega araba, sottolineando poi la posizione “fraterna” di Beirut.
Le ragioni di questa posizione sono molteplici e se è vero che una parte della società civile libanese ha sempre guardato con sospetto alla Siria e alle sua ambizioni di egemonia storica, un’altra parte è a conoscenza del fatto che la vittoria riportata su Israele durante la guerra dei “33 giorni” dell’estate del 2006 è parzialmente merito di Damasco.
La diretta conseguenza di questo bilanciamento è sintetizzato nelle parole del ministro Mansur che a pochi giorni dalla riunione del Cairo della Lega Araba aveva già anticipato il veto libanese in virtù dei rapporti “economici e di sicurezza” che legano i due paesi ab antiquo.
Per concludere non si può non citare il Qatar e il suo fervido attivismo, apparentemente poco logico.
La Siria è indubbiamente un territorio di passaggio e la sua destabilizzazione si riverbera nelle economie di Arabia Saudita e Qatar. Intendeva proprio questo il ministro siriano al-Mu’allim, quando ha precisato che molte compagnie aeree di diversa nazionalità sono obbligate ad attraversare lo spazio aereo siriano per arrivare a destinazione.
Il carattere gravoso delle sanzioni tanto auspicate dal Qatar è destinato a passare in secondo piano fino a quando l’Iran e, in parte, la Russia continueranno a inviare aiuti per sopperire a quanto la Siria non può più ottenere dal commercio.
Queste sanzioni, ha continuato Hamad bin Jasim Al Thani, sono lo strumento con cui le nazioni arabe devono implementare il “dovere religioso” di spezzare il regime di al-Asad, donando libertà al popolo siriano.    
Cui prodest? Deve essere una domanda ricorrente a Doha.
Per un certo periodo di tempo fu detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran. Nel maggio del 2010 addirittura una entente cordiale tra l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani e Bashar al-Asad cercava di convincere la diplomazia turca a mediare con gli Usa, Israele e le potenze europee per risolvere la crisi nucleare iraniana.
Era l’apoteosi dell’equilibrio di potenza di una macro-regione: un quadrilatero quasi perfetto, destinato a scomparire celermente travolto dalla “Primavera Araba” e dalla sua digitalizzazione, non sempre politically correct, operata da al-Jazira.
Nel 2008 fonti ufficiali saudite esprimevano qualche obiezione, condivisa dai siriani, sul tentativo del Qatar di risolvere la crisi libanese. Uno scenario simile si ripeteva nell’anno successivo in occasione di nuove difficoltà dei governi del “paese dei cedri” a trovare una stabilità.
Il riavvicinamento tra Doha e Riyad si è avuto solo con le rivolte arabe. Certo i sauditi hanno espresso il proprio appoggio incondizionato a Mubarak mentre gli Al Thani ne hanno, probabilmente, accelerato la caduta con un coverage selvaggio, e viceversa i sauditi sembravano aver dimenticato l’episodio che vide Gheddafi al centro di un complotto per assassinare il principe ‘Abd Allah.
A Doha invece non solo una dipartita del Colonnello venne desiderata ardentemente, ma il Qatar fu anche il primo paese arabo ad invocare l’intervento Nato contro un paese del Nord Africa.
Sulla Siria però i due paesi si sono trovati subito d’accordo e il Qatar a luglio aveva richiamato il proprio ambasciatore.
Le manifestazioni di dissenso in Siria sono state alimentate, senza dubbio, dal ramo locale della Fratellanza Musulmana. Il 25 marzo scorso Yusuf al-Qaradawi, il “global mufti” d’origine egiziana, ma residente in Qatar dagli anni ’60, ha benedetto l’uprising siriano invitando i membri dei movimenti islamici d’opposizione a unirsi a quelli liberali o d’altra estrazione.
L’asse Riyad-Doha si spiega quindi in funzione di un ipotetico governo islamico che succederebbe a quello del Ba’th e, naturalmente, della destabilizzazione che ciò provocherebbe in Libano.
Rimane di nuovo l’incognita Iran. Questo paese condivide con il Qatar il più grande giacimento di gas naturale del bacino del Golfo, il South Pars/North Dome, fatto che obbliga entrambi a mantenere relazioni amichevoli.
Soltanto l’abbandono iraniano della Siria, com’è stato già sottolineato, potrebbe sancire con sicurezza la fine del regime di al-Asad e tuttavia quest’unica strada certa trova giustificazione nel fattore energetico, campo in cui l’Iran gode già delle scorte petrolifere e dell’autosufficienza nucleare nel caso di completamento del programma d’arricchimento.
Mantenere un’influenza sulla Siria invece permette a Tehran di capitalizzare la propria egemonia sul mondo islamico, di tenere in scacco Israele e di continuare ad alimentare la guerra fredda con l’Arabia Saudita.
Date queste variabili, è facile prevedere le mosse future della Repubblica Islamica.    
 
1 dicembre 2011

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