Issa Smeirat :Gli imprenditori palestinesi investono in Israele e nelle colonie

    Perché così tanti businessman palestinesi investono i loro soldi in Israele piuttosto che nei Occupati? La risposta sta nell’innovativa ricerca di Issa Smeirat sul tema, che ne mostra le ragioni e evidenzia come l’occupazione impedisce all’economia della Palestina di camminare sulle proprie gambeFin dal Protocollo di Parigi, firmato nel 1994 nell’ambito degli Accordi di Oslo, l’interdipendenza del sistema economico palestinese da quello israeliano è cresciuta. Come riassunto da Sara Roy, “il governo israeliano ha perseguito una politica di de-sviluppo basata sul contenimento strutturale dell’economia interna palestinese e il deliberato smantellamento di quell’economia nel corso del tempo”. Questo processo, cominciato all’inizio dell’occupazione dei Territori Palestinesi, è stato proseguito e radicato da Oslo e dai successivi accordi.


Mentre nel 1970 il 70% del cibo consumato dai palestinesi era prodotto in Palestina, ora i Territori ne importano oltre l’85% da Israele. Il settore tradizionalmente più forte – l’agricoltura – rappresentava prima degli Accordi di Oslo il 20% del Prodotto Interno Lordo palestinese, mentre oggi si ferma a meno del 4%. La produttività dell’agricoltura palestinese è molto minore di quella israeliana nelle stesse condizioni geografiche: mentre un dunam (1000 m²) in una colonia israeliana in Cisgiordania ha una rendita media compresa tra 6mila e 10mila shekel, la produttività media nei Territori Occupati non supera i 2mila shekel.

Nemmeno l’industria palestinese si è più sviluppata dalla Prima Intifada, dal 1987 al 1993, e il suo PIL ha visto un costante declino. Fino al 1997 ogni investimento straniero o israeliano in Cisgiordania era proibito al fine di evitare una competizione impossibile per l’economia palestinese. Gli sforzi dell’Autorità Palestinese per rafforzare il settore industriale si scontrano da una parte con l’elevata competitività delle 17 ben sviluppate zone industriali delle colonie e dall’altra con i più bassi costi di produzione in Israele, dove il prezzo delle materie prime è più del 30% più basso rispetto a quello nei Territori Occupati e la forza lavoro più economica può essere facilmente importata dai TPO.

L’occupazione in Israele di palestinesi ha impattato negativamente sull’economia della Palestina in due modi: le rimesse hanno fatto crescere l’inflazione, immettendo un capitale considerevole senza che ci sia un processo produttivo corrispondente. Inoltre, ha incrementato la dipendenza della forza lavoro palestinese dalla domanda del mercato del lavoro israeliano. Dopo Oslo, la domanda di lavoro in Israele è diminuita – dai 135mila lavoratori prima del 2008 a 75mila dopo – provocando disoccupazione e facendo crescere il costo del lavoro nei Territori. Il capo dell’Unione Industriale in Israele, Dankatarevas, ha dichiarato che “Israele perderebbe due miliardi di dollari ogni anno e 76mila posti di lavoro se la relazione economica di dipendenza tra i Territori Occupati e Israele cambiasse”.

Nel 1960 il PIL israeliano era il doppio di quello palestinese; oggi è più di cinque volte più alto. L’annessione del sistema economico palestinese è stato un elemento chiave dello sviluppo dell’economia israeliana ed è stata perseguita anche nel settore finanziario. Dopo l’occupazione militare della Palestina nel 1967, Israele ha chiuso tutte le banche palestinesi e tutti i trasferimenti finanziari sono stati resi possibili esclusivamente attraverso le banche israeliane fiorite in Cisgiordania. Tra il 1967 e il 1984, 36 filiali bancarie israeliane sono state aperte nei Territori, permettendo ad Israele di costringere tutti i palestinesi a mettere il loro risparmi nell’economia israeliana. Anche dopo la riapertura delle banche palestinesi, l’accesso al mercato finanziario esterno è possibile solo attraverso il sistema finanziario israeliano. L’economista israeliano Klaiman ha mostrato come dal 1987 l’ammontare del denaro palestinese trasferito in Israele ha raggiunto i 9,4 miliardi di dollari.

Se Israele sta monopolizzando l’economia palestinese, alcuni investitori palestinesi sono riusciti a integrarsi nel sistema economico israeliano. Sempre più businessman palestinesi dirigono i propri investimenti nell’economia d’Israele nonostante la carenza continua della bilancia commerciale palestinese, la distorsione e l’integrazione economica falsata con le compagnie israeliane. Nel solo periodo 2009-2010, 16mila investitori palestinesi hanno ottenuto permessi che gli garantiscono di entrare in Israele ogni giorno.


Gli investimenti palestinesi diretti in Israele e nelle colonie (1993-2010)

Secondo lo studio empirico di Smeirat (Al Quds University) su “Determinanti degli investimenti palestinesi diretti dalla Cisgiordania a Israele e alle colonie”, le restrizioni agli investimenti dovute all’occupazione israeliana e i risparmi dei lavoratori palestinesi impiegati nel mercato israeliano sono stati gli elementi chiave della crescita degli investimenti palestinesi in Israele. Secondo le statistiche ufficiali, nel 1989 il 36,2% della forza lavoro palestinese era impiegata in Israele, mentre nel 1991 le rimesse raggiungevano quota 2,3 miliardi di dollari, l’equivalente del 4% del PIL israeliano dell’epoca. Sebbene la quota di lavoratori nel mercato israeliano sia scesa al 9,3% nel 2009 e di conseguenza l’ammontare totale delle rimesse è calato – dal 16% del PIL palestinese prima del 2008 al 9% dopo il 2008 – la possibilità per i businessman palestinesi di investire in Israele si è spostata su settori più innovativi e convenienti come quello dell’alta tecnologia. Inoltre, la mancanza di agevolazioni per gli investimenti nelle banche palestinesi scoraggia chi intende investire nei Territori. A causa dell’instabilità economica, agevolazioni come i prestiti in Palestina rappresentano il 28% del PIL (in Giordania sono il 111% e in Egitto il 56%).

Il capitale palestinese si è mosso in maniera sempre più consistente dai Territori ad Israele dopo il 1993, investito per lo più nel settore industriale (23,5%), in quello delle costruzioni (22,7%), nel terziario (15,2%) e nel commercio (13,1%). Gli investimenti diretti dalla Cisgiordania – definiti come gli investimenti che si verificano quando un investitore basato nel suo Paese di appartenenza acquista un bene in un altro Paese (quello ospitante) con l’intento di gestire tale attività – nel 2009 rappresentavano il 60% del totale  degli investimenti diretti in Israele, calcolati in tutti gli intervalli dal 1993 al 2010. Il capitale totale palestinese investito nel mercato israeliano nel 2010 ha raggiunto una media di 581,3 milioni di dollari. Oltre un miliardo è stato investito nelle colonie. Contando solo il capitale fisso investito dall’11,2% degli investitori operanti come tali prima e dopo lo studio di Issa Smeirat tra il 1993 e il 2010, la media raggiunge i 255,5 milioni di dollari.


Chi investe in Israele e nelle colonie?

Il 76% del capitale totale investito arriva dai risparmi palestinesi. La maggior parte degli investitori palestinesi proviene da Hebron, Nablus, Ramallah e Betlemme. Solo l’11,2% dei 16mila investitori ha lavorato come investitore nel periodo tra il 1993 e il 2010. Lo studio empirico ha mostrato come l’aspettativa di alti guadagni, l’età, l’esperienza, la conoscenza di lingue straniere e il possesso di un capitale iniziale sono le determinanti demografiche più rilevanti negli investimenti palestinesi diretti in Israele. La ricerca ha provato la relazione positiva tra l’età degli investitori e la somma investita: il 42% dei 420 casi analizzati ha a oltre 19 anni di esperienza e ha tra i 41 e i 50 anni (38%); inoltre, più gli imprenditori hanno padronanza di una lingua straniera e più tendono ad investire in Israele. I palestinesi con alle spalle un’educazione media diventano più frequentemente investitori in Israele rispetto a quelli con un’educazione di alto livello, mentre il 7% degli investitori che possiede una laurea ha investito lo stesso ammontare di tutti gli investitori con un’educazione nella media – scuola superiore.

Molti investitori palestinesi hanno mostrato di preferire le relazioni di affari con arabi ebrei (Mizrahi), mentre il 16% di loro è partner di arabi palestinesi che vivono in Israele. Un ampio numero – il 20% dei casi analizzati – sono compagnie palestinesi in subappalto da compagnie israeliane, mentre solo il 13% sono investimenti interamente palestinesi. Nonostante il 17% degli investitori intervistati stesse investendo sia in Israele che in Cisgiordania, un terzo del totale ha dichiarato di non avere alcun ruolo nello sviluppo dell’economia palestinese e nella riduzione della disoccupazione; mentre il 3,6% ha dichiarato di riallocare il capitale in Israele e in Cisgiordania e di contribuire alla riduzione del tasso di inflazione sia la di qua che al di là del Muro di Separazione.


I maggiori fattori di attrazione per gli investimenti

Avendo spiegato che la ristrutturazione a lungo termine dell’economia palestinese da parte dell’occupazione l’ha forzatamente legata a quella israeliana, ci sono vari elementi che determinano l’attrazione del capitale palestinese verso Israele. Riguardo all’interesse israeliano, lo Stato è riuscito a mantenere il costo dell’occupazione più basso possibile, finanziandolo con le tasse palestinesi e deglutendo l’intero processo economico palestinese. Per ciò che riguarda gli investitori palestinesi interessati, i maggiori fattori di attrazione sono i seguenti:


1.       L’importazione di materie prime è ovviamente più semplice che nei confini dei TPO controllati da Israele;

2.       Il costo dell’elettricità è minore in Israele;

3.       Il ritorno di denaro è più alto.

I mezzi di comunicazioni avanzati e la più alta qualificazione del lavoro nel mercato israeliano, insieme alle agevolazioni bancarie e alle procedure fiscali più semplici, fanno sì che Israele sia un ambiente più attraente e sicuro per gli investimenti. Una determinante cruciale per la singolare relazione di dipendenza tra un mercato occupante e uno occupato è la capacità a importare forza lavoro a poco prezzo dai Territori, eliminando così l’elemento che più di altri determina alti costi di produzione in economie di mercato sviluppate.


I maggiori elementi di attrazione per gli investitori palestinesi

Guardando alle difficoltà di sviluppo di un’economia sotto occupazione, sono cinque gli elementi che spingono investitori privati a cercare profitto fuori dai TPO.

1.       L’importazione di materie prime non è solo costosa, ma è anche dipendente dall’arbitrarietà dell’esercito israeliano che controlla i confini palestinesi;

2.       In una situazione di incertezza politica, la fiducia nell’economia palestinese è bassa;

3.       Allo stesso modo, è scarsa la fiducia nella competitività dei prodotti palestinesi, soggetti a condizioni produttive sfavorevoli;

4.       Le tasse israeliane e le restrizioni alle esportazioni;

5.       L’occupazione di lungo termine ha spinto la maggior parte delle relazioni commerciali palestinesi verso Israele.

Un terzo degli investitori intervistati ha dichiarato di essere pronto a ritirare i propri capitali da Israele e reinvestirli nei Territori Occupati se l’Autorità Palestinese offrisse agevolazioni, mentre un altro terzo ha dichiarato che continuerebbe ad operare in Israele in ogni caso.


Il significato per l’economia palestinese e le implicazioni politiche

Calcolando solo il capitale fisso – investito dall’11,2% degli investitori palestinesi nel periodo 1993-2010 – il capitale palestinese investito in Israele e nelle colonie ha prodotto una perdita di 255,5 milioni di dollari per l’economia dei Territori, un valore che rappresenta la metà del PIL totale palestinese nel 2010. Inoltre, l’Autorità Palestinese perde ogni anno 256 milioni di dollari di entrate fiscali. In 18 anni l’ammontare della perdita raggiungerà i 459,9 milioni. Secondo lo studio di Smeirat, se lo stesso capitale investito in Israele (255,5 milioni) venisse utilizzato nelle aree controllate dall’AP, potrebbe creare 213mila nuovi posti di lavoro.

Smeirat suggerisce diverse misure che l’AP dovrebbe prendere per ridurre l’effetto dell’annessione dell’economia israeliana e per migliorare la capacità degli investitori palestinesi nel mercato palestinese: la costruzione di un porto e di un aeroporto sia a Gaza che in Cisgiordania, la creazione e lo sviluppo di rapporti di fiducia del settore degli investimenti, il miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione e delle istituzioni palestinesi nel controllare meglio il capitale e nello sviluppare infrastrutture e zone industriali.

Come ha spiegato Mahmoud Jaffari, professore di economia all’Al Quds University, “la fine dell’occupazione militare israeliana dovrebbe essere trattata come condizione necessaria a qualsiasi programma di promozione del commercio”. È improbabile che un mercato sotto occupazione sia più attraente di un mercato libero come quello israeliano, così come è improbabile che il settore privato si auto-orienti verso un mercato poco favorevole, senza credibilità morale o politica.

Più che le mere implicazioni economiche nei Territori Occupati, ovviamente tenendo conto della dipendenza economica da Israele che impedisce qualsiasi sviluppo sostenibile ed indipendente, va considerato l’aspetto politico. Un interesse economico così importante da parte degli investitori palestinesi nel mercato israeliano ha un considerevole potenziale nell’esercitare pressione nella classe politica palestinese e nel condizionare i suoi risultati politici al fine di realizzare le priorità del popolo palestinese: la fine dell’occupazione israeliana.


Questo articolo si basa sulla tesi di ricerca di Issa Smeirat su “Determinanti degli Investimenti Palestinesi Diretti dalla Cisgiordania a Israele e alle colonie”, MBA, Al Quds University, 2011.


Smeirat può essere contattato all’indirizzo e-mail: smeirat2@yahoo.com
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Investimenti palestinesi in Israele: persi 213mila posti di lavoro 


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