Il Politburo di Hamas cambia sede?
La situazione siriana potrebbe costringere Hamas a cambiare la sede del proprio ufficio politico che è Damasco, ormai da molti anni. Ma quale paese sarebbe disposto ad accogliere un'organizzazione che molte nazioni (Usa ed Israele in testa) considerano ancora alla stregua di al-Qaeda?
di Marco Di Donato – CISIP
Il Cairo, Khartoum, Amman, Teheran o la piccola Doha. Tutte città che in questi ultimi giorni, o nei mesi immediatamente successivi alla crisi siriana, sono state nominate come possibili sedi alternative per il Politburo capeggiato da Kheld Meshaal.
Ma quale di queste opzioni è realmente realizzabile?
Partiamo dall'opzione sudanese. Khartoum sarebbe il luogo ideale, in ragione dell'ampio supporto politico del governo locale, ma risulta 'sgradita' al movimento perché troppo distante geograficamente. L'esperienza dell'OLP a Tunisi insegna.
Parimenti irrealizzabile sembra essere l'opzione giordana, paese che tende storicamente a restare fuori dalla politica interna palestinese per evitare di essere coinvolta in un conflitto interno di più ampie proporzioni.
In questo caso si deve anche ricordare che proprio Hamas fu costretto ad emigrare da Amman a Damasco alla fine degli anni '90, per via delle crescenti tensioni fra Meshaal e la monarchia giordana.
Difficile, e non poco, anche un trasferimento a Teheran. Un prolungato soggiorno in Iran metterebbe troppo in 'evidenza' il legame fra Ahmadinejad e Meshaal, facendo divenire quasi impossibile qualsiasi forma di riconoscimento internazionale per il movimento sunnita.
Restano dunque il Cairo e l'emirato del Qatar, soluzioni che allo stato attuale appaiono realisticamente attuabili.
Iniziamo dall'Egitto.
Il 'nuovo Egitto' che si sta creando in questi mesi, e in particolare quello che è uscito dalla tornata elettorale di novembre, è molto più vicino agli interessi di Hamas di quanto non lo sia mai stato Hosni Mubarak in tutta la sua pur decennale carriera politica.
La vittoria dei Fratelli Musulmani e la sorpresa dell'affermazione salafita, sono due elementi che avvicineranno, nel breve periodo, il movimento di resistenza islamico palestinese e il Cairo.
Tuttavia l'attuale instabilità egiziana e l'incertezza che ancora grava sul processo di transizione interno, rende improbabile un trasferimento dell'ufficio politico di Hamas nel breve termine.
Questo però non significa assolutamente che l'ipotesi egiziana sia anzitempo tramontata.
A seguito dello scambio di prigionieri che ha interessato Gilad Shalit, e come conseguenza del ruolo giocato dall'Egitto come mediatore fra le parti, Hamas ha aperto un proprio ufficio di rappresentanza al Cairo e di contro l'Egitto sembra stia lavorando per inaugurare una propria rappresentanza a Gaza.
Una notizia questa riportata anche dal sito dei Fratelli Musulmani, a sottolineare l'enorme interesse che l'ambiente islamista egiziano prova per la causa palestinese e in particolare per Hamas.
Il Qatar e la sua piccola capitale Doha sembrano invece essere la soluzione ideale sia per il supporto che l'emirato ha sempre fornito ad Hamas dal punto di vista diplomatico e finanziario, sia per il crescente ruolo geopolitico che questo paese intende giocare nella regione.
L'ipotesi Qatar è fortemente caldeggiata anche da fonti giornalistiche israeliane, che nelle ultime settimane danno ormai per certo il passaggio di Meshaal dalla Siria al Qatar.
Questo anche perché, come sottolineato dal Wall Street Journal, se Hamas sta evacuando il proprio personale da Damasco è solo ed esclusivamente a causa delle pressioni di Turchia e Qatar, che hanno quasi imposto al movimento di resistenza islamico di prendere le distanze da Damasco.
Hamas ha allora conseguentemente e progressivamente delocalizzato le proprie risorse umane, economiche e militari in Siria, giungendo a ridurle di circa il 90%, in quella che appare essere una sorta di “soft exit” dal paese. Non solo.
Ha rifiutato di partecipare alle manifestazioni pro-Assad che si sono tenute in questi giorni e ha preferito assumere un basso profilo che ha irritato non poco il regime di Damasco.
Tuttavia le dichiarazioni dei massimi rappresentanti del movimento palestinese non confermano nessuna delle ipotesi elencate.
Secondo Musa Abu Marzouq, Hamas non ha alcuna intenzione di lasciare la Siria: “Le ipotesi lanciate dai giornali non hanno alcuna base”.
Sulla stessa linea il portavoce a Gaza, Fawzi Barhoum, che ha definito le ipotesi di un cambio di sede del Politburo del movimento, come “miserabili tentativi” della stampa di minare le relazioni fra Damasco ed Hamas.
Osservando oggi l'atteggiamento di Hamas e la posizione dei suoi esponenti in merito alla questione di un possibile spostamento dell'Ufficio ci si può fare un'idea di come l'organizzazione stia affrontando la dolente questione siriana.
Mentre i principali esponenti, i portavoce ufficiali e i rappresentanti in Siria negano qualsiasi piano per lasciare Damasco, i quadri minori e le rappresentanze in Egitto e Libano parlano invece di nuove alternative.
2 Hamas in Gaza is learning from the Arab Spring
In recent months, there's been a change in atmosphere, with things freer than before in Gaza, say rights activists and even political rivals of Hamas. continua qui
13 dicembre 2011
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