Cisgiordania: lotta esportatori contro occupazione
Wednesday, 14 December 2011 07:59 Marta Fortunato, Alternative Information Center“Per ogni container che esportiamo, dobbiamo pagare circa 1000 dollari in più a causa dell'occupazione israeliana della Cisgiordania”. Ahmed, il manager amministrativo del Canaan Fair Trade, spiega le difficoltà che incontra la sua azienda di commercio equo-solidale nell'esportare i proprio prodotti e nell'avere dei prezzi competitivi sul mercato.
“L'occupazione aumenta i costi delle nostre merci in ogni singolo stadio dell'esportazione dal momento in cui carichiamo i nostri prodotti sui camion palestinesi fino a quando questi vengono imbarcati sulle navi dal porto di Haifa”.
Canaan è una compagnia di commercio equo-solidale che cerca di dare più potere alle comunità di produttori palestinesi della Cisgiordania. Nata nel 2004 su idea di Dr Nasser Abufarha, palestinese di Jarame (area di Jenin) - con un dottorato in antropologia culturale negli Stati Uniti, quest'azienda è ora diventata la maggior esportatrice di olio d'oliva di tutta la Cisgiordania.
“Quando ho visto i prezzi dell'olio crollare al di sotto del costo di produzione e i contadini soffrire a causa della mancanza di opportunità di mercato, ho deciso di creare l'Associazione Palestinese di commercio Equo-Solidale (PFTA)” ha raccontato Nasser. Quest'associazione è diventata ora la più grande unione di produttori di commercio equo-solidale in Palestina, che comprende più di 1700 contadini di 43 diversi villaggi palestinesi. Per creare un'opportunità di mercato per i produttori della zona, Nasser ha investito 100.000$ e ha fondato la Canaan Fair Trade.
Nel 2009 quest'azienda ha aperto una nuova struttura per la pressione e l'imbottigliamento dell'olio nel villaggio di Burqin, a pochi chilometri da Jenin. E' diventata un'azienda di successo, con incassi annuali che sfiorano i 5 milioni di dollari e con guadagni pari a 600.000$. Tuttavia i costi legati all'occupazione israeliana sono alti e rendono i prodotti dell'azienda meno competitivi sul mercato.
“I nostri problemi iniziano nel momento in cui i prodotti escono dall'azienda”. Infatti per arrivare in territorio israeliano le merci devono essere caricate su un camion palestinese ed attraversare un check-point. “Il posto di blocco più vicino a Burqin sarebbe quello di Jarame dove tuttavia i sistemi di controllo sono estremamente rigidi e ci costringerebbero ad aprire manualmente ogni container” ha spiegato Ahmed.
Per evitare questi controlli che potrebbero compromettere l'integrità del prodotto, i camion palestinesi passano per il check-point di Sha'er Afraim – molti chilometri più lontano. E i problemi non finiscono qui. “In questo posto di blocco c'è uno scanner che tuttavia può controllare pacchi di un altezza massima di 1.60 metri”. Questo significa che circa un terzo dello spazio disponibile sul camion – e successivamente sulla nave - non può essere utilizzato. “Perdiamo circa 70 centimetri in ogni camion, e questo non fa che aumentare i costi di trasporto terrestre e navale: paghiamo un per una quantità che in realtà non possiamo trasportare”. E a causa delle forti restrizioni di movimento i camion palestinesi non possono attraversare il check-point e gli esportatori che vogliono commerciare le proprie merci al di fuori della Cisgiordania sono costretti a scaricare i prodotti dal veicolo palestinese e – dopo il minuzioso scanner – a porli su un camion israeliano.
Nonostante i costi che l'occupazione impone, la Canaan Fair Trade è un esempio di azienda che ha avuto successo e che è riuscita a trovare un fiorente mercato in Europa ed in America e dei partner commerciali internazionali. Tuttavia, esempi come questi ce ne sono pochi. La dipendenza dell'economia palestinese da Israele rimane molto forte. Secondo un studio pubblicato dall'UNCAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) a luglio 2011, il mercato dei territori palestinesi occupati è fortemente dipendente dallo stato di Israele, il quale assorbe quasi il 90% delle esportazioni palestinesi ed è il principale canale attraverso cui passa più l’80% delle importazioni verso la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

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