Amira Hass: le colonie sono un sostituto del Welfare State
La nota giornalista israeliana Amira Hass ha parlato dell’AICafè sabato 27 novembre, di fronte ad una folla di attivisti internazionali e palestinesi.
Il discorso è stato attento, la Hass ha scelto ogni parola con attenzione. Ha evitato di dare consigli e ha più volte avvertito il pubblico di essere diventata “un’osservatrice della società israeliana” più che un suo membro: negli ultimi quindici anni ha vissuto tra Gaza e Ramallah in Cisgiordania.
“La società israeliana vive dentro due normalità che si contraddicono, ma allo stesso tempo si completano”, ha spiegato la Hass. Innanzitutto, la normalità civile: “Se vivi a Tel Aviv o a Gerusalemme Est o se vieni a visitarle, ti sembra che Israele sia un Paese normale, sia come l’Europa”.
“Per quanto riguarda quella militare, gli israeliani considerano la società militarizzata come se fosse normale, con soldati costantemente intorno a te. Solo in pochi si pongono delle domande, perché la possibilità di una guerra è una presenza normale nella loro vita”, ha proseguito. La giornalista ha poi spiegato come la pressione sociale porti la maggior parte dei giovani a servire nell’esercito, anche coloro che non sono totalmente d’accordo con l’occupazione del 1967 e con le conseguenze che questa ha prodotto nelle loro vite”.
“Servire nell’esercito non è solo uno strumento fondamentale per tutti quelli che vogliono trovare un lavoro, ma garantisce anche l’ingresso nella carriera militare che è diventata un mezzo per fare soldi, specialmente in tempo di crisi. Ed è anche un ponte verso l’alta politica o i vertici delle grandi aziende”.
L’esercito israeliano è uno delle maggiori forze all’interno della società e della politica israeliane, forse la più importante: “Sono un gruppo molto visibile e sono considerati come essenza oggettiva se si analizza la situazione della sicurezza nel Paese. Questo dà loro maggior potere perché, nel momento in cui mettono in guardia dal pericolo della pace, diventano sempre più necessari”.
Secondo la Hass, queste due “normalità anormali” spiegano la dissonanza cognitiva che molti israeliani vivono: “Dentro Israele sono considerati normali, ma appena si spostano all’estero sono visti come criminali”.
Il miglior esempio di questo è l’occupazione: “È diventata una situazione normale per la maggior parte degli israeliani che non la vedono nemmeno più”. Come non vedono più i profitti che genera.
La Hass non ha menzionato solo l’appropriazione delle risorse naturali della Cisgiordania, come l’acqua, ma anche il consenso che l’occupazione e il conflitto regalano ad una società altrimenti divisa, dove gap e differenze continuano a crescere a causa delle politiche neoliberiste.
“Le colonie, ad esempio, sono diventate un sostituto del Welfare State che sta scomparendo in Israele”, ha spiegato la giornalista. Sussidi, attenzione all’educazione, la costruzione di case popolari finanziata dallo Stato come accadeva negli anni ’50 e ’60 nelle città israeliane, si sono spostati verso le colonie in Cisgiordania, specialmente dopo il processo di pace di Oslo, negli anni ’90.
Questo avrebbe potuto illuminare le differenze sociali tra gli ebrei israeliani, ha spiegato la giornalista, ma la Seconda Intifada ha avuto un effetto unificante sulla società: “La minaccia rappresentata dalla Seconda Intifada ha prodotto un cambiamento a favore della normalità anormale. Ha unito gli israeliani, nonostante le loro contraddizioni interne”.
Dopo la lezione, la Hass ha risposto ad alcune domande del pubblico. Le è stato chiesto come pensasse della legge in discussione in questi giorni alla Knesset che potrebbe danneggiare la libertà di stampa e della situazione generale dei media israeliani.
“Nella maggior parte dei quotidiani esistenti oggi c’è una censura interna. I direttori pensano di sapere cosa il pubblico vuole o di cosa è interessato. Sono diventati una sorta di cuscinetto tra l’informazione e i lettori. Ma oggi c’è anche la sensazione che i media debbano essere cauti. Come sempre è difficile raccontare i fatti, ma penso che siamo ancora capaci di dare la nostra opinione”, ha detto.
La Hass non ha tentato di evitare il dibattito sulla libertà di espressione, ma ha cercato di contestualizzarlo all’interno dell’occupazione. “Alla fine, non saranno i nostri articoli a cambiare l’opinione della società israeliana, abbiamo bisogno di molto di più, specialmente riconoscendo l’ammontare dei profitti che il Paese trae dall’occupazione”, ha concluso.
The real cost of Israel’s occupation of the Palestinians di amira Hass
L’occupazione israeliana esige un alto prezzo dall’economia palestinese, secondo un rapporto del Ministero dell’Economia nazionale palestinese e dell’Applied Research Institute di Gerusalemme – che valuta i danni in 6,9 miliardi di dollari l’anno – definita questa una stima prudente. Il dato corrisponde a circa l’85% del Pil palestinese per il 2010, pari a 8,124 miliardi di dollari.
Il calcolo include l’interruzione delle attività economiche nella Striscia di Gaza a causa del blocco israeliano, i mancati proventi derivanti dalle risorse naturali che Israele sfrutta in ragione del suo diretto controllo sulla maggior parte del territorio e i costi aggiuntivi che gravano sulle uscite palestinesi a causa delle restrizioni imposte da Israele alla circolazione, all’utilizzo della terra e alla produzione.
L’introduzione al rapporto afferma che il blocco dello sviluppo economico palestinese deriva dalla tendenza colonialista dell’occupazione israeliana dal 1967 in poi: lo sfruttamento delle risorse naturali accoppiato con la volontà di impedire all’economia palestinese di competere con quella israeliana.
Il rapporto è stato pubblicato alla fine di settembre, pochi giorni dopo che il Presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva avanzato richiesta di adesione a pieno titolo alle Nazioni Unite.
La sua pubblicazione durante il periodo delle High Holidays ha comportato che esso difficilmente è stato menzionato dai media israeliani.
Quantificando le perdite causate dall’occupazione israeliana, gli autori del rapporto hanno voluto dissipare l’erronea impressione che si è sviluppata negli ultimi due o tre anni che l’economia palestinese stia prosperando spontaneamente, mentre in realtà è sostenuta dalle donazioni che compensano i costi dell’occupazione.
La maggior parte delle perdite per l’economia palestinese è dovuta alla politica del blocco di Gaza, che impedisce ogni produzione ed esportazione. Il calcolo è stato fatto sulla base della comparazione con il tasso di crescita del Pil in Cisgiordania, che negli anni precedenti al blocco era simile al tasso di crescita a Gaza. Così, gli autori del rapporto stimano che nel 2010 il divario tra il Pil potenziale di Gaza (circa 3 miliardi di dollari) ed il Pil reale sia stato di oltre 1,9 miliardi di dollari. L’economia palestinese, e specialmente il settore agricolo, perde una somma equivalente a causa della discriminatoria ripartizione dell’acqua tra Palestinesi ed Israeliani operata da Israele. Basandosi su un rapporto del 2009 della Banca Mondiale, gli autori dello studio trovano non solo che gli accordi di Oslo hanno congelato una situazione di diseguale distribuzione dell’acqua pompata dalla Cisgiordania (un rapporto di 80 a 20), ma anche che Israele sta pompando più acqua dalla falda acquifera occidentale di quanto fosse consentito dall’accordo.
Allo stesso tempo Israele vende acqua ai Palestinesi per compensare la parte di cui essi abbisognano. Il controllo israeliano sulle risorse idriche e sull’accesso alla terra nell’Area C impedisce ai Palestinesi di sviluppare l’agricoltura irrigua, che oggi rappresenta solo il 9% della superficie coltivata.
Gli autori stimano che se non fosse per le restrizioni israeliane sarebbe certamente possibile sviluppare considerevolmente il settore agricolo, fino a quasi un quarto del Pil del 2010.
La politica israeliana di limitare l’accesso all’acqua provoca anche vari problemi sanitari. Gli autori dello studio hanno sommato i costi derivanti dal trattamento di questi problemi sanitari – 20 milioni di dollari – e li hanno aggiunti alle perdite totali.
L’economia palestinese perde anche i potenziali profitti che deriverebbero da altre risorse naturali, che oggi Israele sfrutta o impedisce ai Palestinesi di valorizzare: minerali dal Mar Morto, pietre e ghiaia nelle cave, gas naturale al largo delle coste di Gaza. Questi profitti negati sono stimati in circa 1,83 miliardi di dollari.
I siti naturali ed archeologici, quali risorse per il turismo, sono bloccati dal controllo israeliano sull’Area C e dalle restrizioni alla circolazione che esso impone all’interno dell’intera Cisgiordania. Ad esempio, solamente le perdite causate dal controllo israeliano del Mar Morto ammontano annualmente a 144 milioni di dollari.
Il rapporto quantifica anche i danni causati dallo sradicamento di 2,5 milioni di alberi di ulivo e di altri alberi da frutto dall’inizio dell’occupazione nel 1967 – una perdita annua di 138 milioni di dollari.
Il settore industriale soffre di restrizioni non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. Ciò, in parte, è dovuto alle severe restrizioni all’importazione che Israele impone su una lista di 56 voci di materie prime e macchinari in quanto definiti a “duplice uso” – per la produzione industriale e per l’uso bellico.
L’elenco è stato redatto nel 2008 e include, tra le altre cose, fertilizzanti, varie materie prime, torni, levigatrici, tubi metallici, apparecchiature ottiche e strumenti per la navigazione. Il rapporto afferma che questi beni sono ancora fortemente limitati nonostante il miglioramento nella situazione della sicurezza e la cooperazione tra le forze di sicurezza palestinesi, l’esercito israeliano e il servizio di sicurezza Shin Bet.
Tali restrizioni danneggiano in maniera diretta una molteplicità di industrie quali quelle alimentari, delle bevande, metallurgiche, tessili, farmaceutiche, dell’abbigliamento e cosmetiche.
Il rapporto si basa sui risultati di uno studio presentato al Ministero dell’Economia nel 2010 riguardante le opportunità per il commercio palestinese. Esso afferma, ad esempio, che dopo che Israele nel 2007 ha vietato l’importazione della glicerina in Cisgiordania, un’azienda di cosmetici di Nablus non è più stata in grado di esportare in Israele. Secondo gli standard israeliani, i prodotti per la cura della pelle devono contenere glicerina.
A causa del controllo israeliano dei valichi e dell’Area C, il Tesoro palestinese non è in grado di riscuotere interamente le tasse e i dazi doganali su ogni prodotto venduto in Cisgiordania.
Il rapporto stima che i mancati introiti fiscali per le casse palestinesi ammontino annualmente a circa 400 milioni di dollari.
Il rapporto, inoltre, calcola una perdita fiscale indiretta; un Pil ridotto rispetto a quello potenziale significa meno entrate derivanti dalle imposte. “Secondo i nostri calcoli, senza l’occupazione l’economia sarebbe più grande dell’84,9%, quindi genererebbe 1,389 miliardi di dollari di entrate fiscali aggiuntive. Aggiungendo questa cifra ai costi fiscali diretti si ottiene un totale dei costi fiscali derivanti dall’occupazione di 1,796 miliardi di dollari”.
Gli autori mettono in rilievo che si tratta di una stima delle perdite prudente. Essa non include vari calcoli congetturali come le perdite derivanti dal divieto di costruire nell’Area C, o le perdite economiche causate dalla barriera di separazione e dalle restrizioni ai commerci verso Gerusalemme est. “Considerato il deficit fiscale complessivo di Cisgiordania e Gaza pari a 1,358 miliardi di dollari nel 2010,” afferma il rapporto, “senza i costi fiscali diretti e indiretti imposti dall’occupazione, l’economia palestinese sarebbe in grado di mantenere un sano equilibrio di bilancio con un avanzo di 438 milioni di dollari. Essa non dovrebbe dipendere dagli aiuti dei donatori per mantenere l’equilibrio di bilancio e sarebbe in grado di ampliare in misura sostanziale la spesa finanziaria per stimolare il necessario sviluppo sociale ed e economicoPalestina libera!

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