Paola Caridi : Anp e Hamas: elezioni in maggio»
Abu Mazen e Khaled Meshaal si sono parlati ieri a quattr’occhi per quasi due ore. Un incontro delle grandi occasioni, a sei mesi da quando si erano visti l’ultima volta, sempre al Cairo, per firmare uno storico accordo di riconciliazione che doveva porre fine a quattro anni di scontri e recriminazioni tra Hamas e Fatah. «Non ci sono più differenze tra di noi», ha detto Abu Mazen alla fine di una lunga riunione di lavoro nel palazzo Al Andalus, nella capitale egiziana, a pochi chilometri dai fuochi di piazza Tahrir. Prima un faccia a faccia tra il presidente dell’Anp Abu Mazen e il leader di Hamas. E poi un meeting allargato, al quale erano presenti coloro che hanno in mano il dossier. Azzam el Ahmed, per Fatah, e il numero due di Hamas, lo stratega, Moussa Abu Marzouq. «Si è aperta una nuova pagina», ha detto Meshaal.
I palestinesi, dunque, hanno superato la rottura segnata dal colpo di mano di Hamas a Gaza, nel giugno del 2007? Nonostante l’enfasi dei toni, quello che è stato raggiunto nell’incontro di ieri è solo l’accordo sulla data delle elezioni politiche: maggio 2012. Per il resto, ci sono molte buone intenzioni. Sulla sicurezza, sul rilascio dei militanti detenuti da entrambe le fazioni. E soprattutto sulla riforma dell’Olp, di cui Hamas non fa parte, e che è invece uno dei nodi cruciali. Anche sul governo di unità nazionale l’intesa è, per il momento, politica, ma senza scendere nel dettaglio e indicare, per esempio, il nome del nuovo premier. L’appuntamento, già messo in agenda, è per la metà di dicembre, quando si parlerà proprio del nuovo esecutivo e di una rinnovata Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Grandi parole e pochi fatti? Può darsi. Attorno ad Abu Mazen e a Meshaal, però, tutto è cambiato. Un’intera regione. E un equilibrio che reggeva da decenni. «Sono senza i loro patron, Egitto e Siria. E dunque sono più deboli», commenta da Gerusalemme Mahdi Abdul Hadi, direttore del centro studi Passia e uno dei principali facilitatori della riconciliazione del maggio scorso. «Sono diventati partner perché sono più soli». Soli come i palestinesi non lo erano mai stati. L’Egitto, il patron di Fatah, è nel pieno di una rivoluzione incompiuta. E l’intelligence egiziana, mediatrice di tutti i tavoli negoziali, da Shalit sino a quello della riconciliazione, vive in una strana posizione. Media tra i palestinesi, ed è al tempo stesso parte in commedia in quello che succede al Cairo, nello scontro in corso per disegnare il nuovo potere. La Siria, che ospita l’ufficio politico di Hamas e lo stesso Meshaal, è nel pieno della tempesta. Tanto da far alimentare le voci che parlano di un trasloco imminente per la leadership islamista, che forse si dividerà tra Doha e il Cairo. Senza paesi sostenitori, soli, e fluttuanti nel periodo più confuso della storia recente palestinese. Il riconoscimento dello Stato di Palestina è in stallo, all’Onu. E le casse dell’Anp sono vuote o quasi, ha detto sempre ieri il premier di Ramallah Salam Fayyad, perché Israele ha bloccato il trasferimento delle imposte palestinesi che per gli accordi di Oslo raccoglie e poi versa ai legittimi destinatari. Il riavvicinamento tra le due fazioni palestinesi è stato accolto con gelo dal premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha espresso la speranza che Abu Mazen «fermi il processo di riconciliazione con Hamas».
La Stampa 25 novembre 2011
2FATAH-HAMAS: MANCA ACCORDO SUL GOVERNO
I palestinesi, dunque, hanno superato la rottura segnata dal colpo di mano di Hamas a Gaza, nel giugno del 2007? Nonostante l’enfasi dei toni, quello che è stato raggiunto nell’incontro di ieri è solo l’accordo sulla data delle elezioni politiche: maggio 2012. Per il resto, ci sono molte buone intenzioni. Sulla sicurezza, sul rilascio dei militanti detenuti da entrambe le fazioni. E soprattutto sulla riforma dell’Olp, di cui Hamas non fa parte, e che è invece uno dei nodi cruciali. Anche sul governo di unità nazionale l’intesa è, per il momento, politica, ma senza scendere nel dettaglio e indicare, per esempio, il nome del nuovo premier. L’appuntamento, già messo in agenda, è per la metà di dicembre, quando si parlerà proprio del nuovo esecutivo e di una rinnovata Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Grandi parole e pochi fatti? Può darsi. Attorno ad Abu Mazen e a Meshaal, però, tutto è cambiato. Un’intera regione. E un equilibrio che reggeva da decenni. «Sono senza i loro patron, Egitto e Siria. E dunque sono più deboli», commenta da Gerusalemme Mahdi Abdul Hadi, direttore del centro studi Passia e uno dei principali facilitatori della riconciliazione del maggio scorso. «Sono diventati partner perché sono più soli». Soli come i palestinesi non lo erano mai stati. L’Egitto, il patron di Fatah, è nel pieno di una rivoluzione incompiuta. E l’intelligence egiziana, mediatrice di tutti i tavoli negoziali, da Shalit sino a quello della riconciliazione, vive in una strana posizione. Media tra i palestinesi, ed è al tempo stesso parte in commedia in quello che succede al Cairo, nello scontro in corso per disegnare il nuovo potere. La Siria, che ospita l’ufficio politico di Hamas e lo stesso Meshaal, è nel pieno della tempesta. Tanto da far alimentare le voci che parlano di un trasloco imminente per la leadership islamista, che forse si dividerà tra Doha e il Cairo. Senza paesi sostenitori, soli, e fluttuanti nel periodo più confuso della storia recente palestinese. Il riconoscimento dello Stato di Palestina è in stallo, all’Onu. E le casse dell’Anp sono vuote o quasi, ha detto sempre ieri il premier di Ramallah Salam Fayyad, perché Israele ha bloccato il trasferimento delle imposte palestinesi che per gli accordi di Oslo raccoglie e poi versa ai legittimi destinatari. Il riavvicinamento tra le due fazioni palestinesi è stato accolto con gelo dal premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha espresso la speranza che Abu Mazen «fermi il processo di riconciliazione con Hamas».
La Stampa 25 novembre 2011
2FATAH-HAMAS: MANCA ACCORDO SUL GOVERNO

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