SE I VENTI DELLA ‘PRIMAVERA’ INVOCANO LA PALESTINA – INTERVISTA a Maher al Taher,


“Il popolo palestinese vuole la pace, ma non può più aspettare un negoziato che non porta da nessuna parte, con un interlocutore come Israele e un mediatore come gli Stati Uniti che hanno entrambi dimostrato di non rispettare neanche la volontà democratica espressa in sede di un organismo internazionale”: intervistato dalla MISNA, Maher al Taher, membro del Consiglio nazionale palestinese ed esponente del Fronte popolare di Liberazione della Palestina (Fplp) riassume così lo stallo politico nei negoziati israelo-palestinesi all’indomani dell’ammissione della Palestina all’Unesco.
Si riferisce al fatto che Israele ha annunciato l’accelerazione della costruzione di insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, mentre Washington intende sospendere i finanziamenti all’Unesco?
A quello e al fatto che gli Stati Uniti hanno detto chiaramente che apporranno il veto in sede del Consiglio di Sicurezza, da cui aspettiamo un pronunciamento nelle prossime settimane sulla richiesta palestinese di ammissione all’Onu, mentre il governo di Tel Aviv continua a guadagnare tempo e ad accaparrarsi porzioni di terra. Per questo il governo palestinese ha detto a chiare lettere che non tornerà al tavolo dei negoziati se non sarà ordinato uno stop alle ruspe.
La creazione di uno stato palestinese indipendente e sovrano, come quello che, per via diplomatica, state cercando di far riconoscere all’Onu, è una strada ancora percorribile?
Lo sarà se riusciremo a far rispettare le risoluzioni Onu. Ma a questo eterno dilemma si aggiunge una drammatica corsa contro il tempo: dove avrà luogo questo Stato se nella sola Cisgiordania ci sono, allo stato attuale, più di 500.000 coloni israeliani?
La primavera araba sta portando cambiamenti in tutta la regione. Ci sono anche conseguenze per i palestinesi?
La cosiddetta ‘Primavera araba’ costituisce un’opportunità unica per i popoli della regione, ma soprattutto per il conflitto in Medio Oriente. Stanno cambiando gli equilibri di forza e regimi oppressivi, le cui politiche estere erano dettate da agende straniere, sono stati spazzati via dalle manifestazioni di milioni di persone scese per le strade e nelle piazze. Il sorgere di governi democratici – che dunque interpreteranno la reale volontà dei loro elettori – nei paesi arabi avrà ripercussioni positive anche per noi, come già sta accadendo, all’indomani della caduta del presidente egiziano Hosni Mubarak, alla frontiera tra il Sinai e la Striscia di Gaza. Inoltre tutte le rivolte arabe scatenate da problemi di democrazia interna, hanno riscoperto nella battaglia per la Palestina un elemento unificante, originato da un dolore per un torto subito da tutto il mondo arabo, che in 60 anni non si è mai sopito.
Finora però, gli ostacoli alla pace e alla riapertura di un negoziato serio non provenivano solo dall’esterno…
Le divisioni tra fazioni palestinesi costituiscono forse una delle pagine più buie del nostro recente passato e uno dei nodi centrali per il futuro. È assolutamente necessario superarle e ricostituire un’unità del nostro popolo che non consenta al nemico di approfittare delle nostre debolezze. In questo senso va letto il recente accordo raggiunto al Cairo tra le delegazioni politiche palestinesi a cui seguiranno, nelle prossime settimane, nuovi incontri e colloqui.
Di recente le differenze, in particolare tra Fatah e Hamas, si sono palesate anche in una scelta di strategie politiche, la via diplomatica nel primo caso, quella dello scambio nel secondo, diametralmente opposte. Pensa che queste posizioni potranno essere armonizzate?
Rivendichiamo la necessità di usare tutte le forme di resistenza, dalla trattativa diplomatica alla lotta armata per il riconoscimento dello Stato palestinese. Ci confrontiamo con un’occupazione da parte di Israele e lo stesso diritto internazionale riconosce la legittimità di combattere contro gli occupanti. Da parte vostra, dell’Italia e della Comunità internazionale, chiediamo una posizione più coraggiosa e onesta a sostegno di un futuro Stato e per la liberazione delle migliaia di prigionieri politici, ancora nelle carceri israeliane.
(Intervista di Alessia de Luca Tupputi)
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