Egitto: voci da piazza Tahrir ALMENO 22 MORTI E CENTINAIA DI FERITI
Attraversato il ponte dei due leoni, si possono già sentire le voci dei manifestanti, il frastuono delle persone che accorrono sempre più numerose in piazza Tahrir, la piazza simbolo della proteste del 25 gennaio, quella che ha visto la caduta del rais. di Silvia Marchionne dal Cairo
Se circa meno di dieci mesi fa, la folla urlava “Al sha’ab yourid isqat al nizam” (il popolo vuole la fine del regime), oggi grida a gran voce: “Al sha’ab yurid yesqat al maglis alaskary” (il popolo vuole la fine del Consiglio delle forze armate).
All’ingresso della piazza una ragazza, affiancata da un giovane, controlla rispettivamente le nostre borse e le nostre tasche. Dopo un attimo entriamo nella piazza.
Piazza Tahrir è gremita di persone. Vengo subito catturata dalla quantità di proiettili di gomma, di attrezzi contundenti di ogni genere, da pozzanghere d’acqua che ricoprono l’asfalto della piazza e da un acre odore di lacrimogeni che ha ormai impregnato l’aria.
Oggi le forze armate hanno fatto largo uso di lacrimogeni per disperdere i manifestanti.
Fa un certo effetto vedere piazza Tahrir oggi. Il cuore della vita politica ed economica del paese, una piazza un tempo sempre gremita in tutte le ore del giorno di automobili, autobus, di persone che la attraversavano per recarsi al lavoro, appare oggi al buio, rilegata a teatro di scontri e di proteste.
Gruppi di ragazzi in cerchio urlano: “Irlal” “Irhal” “Irhal” (vattene!). Le parole sono le stesse pronunciate il 25 gennaio e durante tutti i 18 giorni che hanno portato alla fine del 'faraone', ma questa volta il loro bersaglio è il Consiglio delle forze armate. Sventolano centinaia di bandiere egiziane.
Mi si avvicina un ragazzo con la bocca coperta da una mascherina e una ferita ancora sanguinante sulla fronte, mentre stringe in pugno alcuni proiettili di gomma che la polizia ha sparato contro i manifestanti, mi chiede di essere fotografato.
Un altro ragazzo mi chiede lo stesso, ha in mano uno striscione con su scritto: “Il popolo vuole mandare in prigione tutti gli uomini del Consiglio delle Forze armate, insieme a Mubarak, prima che scappino via dall’Egitto”.
Gruppi di donne, madri, figlie, zie e sorelle, sono assiepate ai bordi della piazza lasciando i loro uomini ad accalcarsi nel centro della piazza… di tanto in tanto si scorge qualche ragazza, che si aggira per la piazza… molti giovani indossano la kufya palestinese, non tutte le donne hanno il velo.
Altri ancora indossano sciarpe colorate per proteggersi dal fumo e dal freddo che inizia ad essere pungente.
Parlo con alcuni ragazzi: sembrano non essere intenzionati a lasciare la piazza. “Questa violenza è la stessa del vecchio regime. La polizia ci ha detto di avere ricevuto l’ ordine di picchiarci fino a quando non ce ne andremo […] Noi resteremo qui, abbiamo già montato due tende (che sono state date a fuoco domenica pomeriggio dalle forze di polizia), dove passeremo la notte e tutte le notti a venire, finché non si dimetteranno”.
I ragazzi continuano a raccontarmi: “Gli scontri sono scoppiati tra i manifestanti e polizia alle prime ore di sabato 19 novembre, quando le forze dell'ordine volevano sgomberare un sit-in dei parenti delle persone, per lo più giovani, rimaste uccise durante i 18 giorni che hanno portato alla fine di Hosni Mubarak dopo 30 anni.
In migliaia hanno reagito lanciando pietre. Il sit-in era in corso da giorni per chiedere il processo per i poliziotti e i dirigenti responsabili delle violenze che causarono, secondo fonti ufficiali, 850 morti e migliaia di feriti durante le rivolte partite il 25 gennaio 2011.
Mentre parliamo, le urla iniziano ad accrescere e all’improvviso vediamo la folla correre lungo Kasqr al Aini con alle spalle il Mogamma, il ministero dell’Interno, il luogo simbolo della corruzione e del malgoverno egiziano.
Il panico si diffonde tra i manifestanti e anche io inizio a correre verso una delle uscite della piazza. Sono costretta a lasciare la piazza, e a tornare verso il mio albergo di Heliopolis, un altro mondo lontano, lontanissimo, da tutto questo.
Tornare a Tahrir dopo tre anni non è stato come le altre volte. Ho visto un intero popolo che chiede cambiamento, una generazione che esprime la volontà e il desiderio di voltare pagina, consapevoli che questo potrebbe costare loro la vita.
Ciò che conta, come appare in uno dei tanti cartelli pubblicitari che costellano le strade della capitale egiziana, è ricostruire, ad ogni costo : Masr ..... e ricostruzione!
19 novembre 2011

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