Dietro al nucleare iraniano, la sconfitta irachena


Circondata da 27 chilometri di cemento, Camp Victory è la più grande delle 505 basi militari una volta gestite dagli Stati Uniti d'America in Iraq. Oggi sono tutte chiuse, tranne una decina. E sarà certamente lei l'ultima a spegnere le luci su una guerra che dopo otto anni dalla "vittoria" americana ha il sapore amaro della sconfitta.
Mentre chiudono le valige, i soldati continuano a vivere asserragliati dentro il loro fortini, perché fuori si combatte e si muore ancora. Decine di morti ogni settimana.
Nonostante l'aberrante numero di vittime, e i miliardi riversati sul paese, l'America lascia quindi dietro di sé qualcosa che non ha nulla a che fare con la pace e la democrazia.
E il nome di Camp Victory diventa il paradosso di un'avventura drammatica - in termini di vite umane perdute -, e disastrosa dal punto di vista economico. Resta solo un enorme punto interrogativo.
Cosa accadrà?
Ormai per gli Stati Uniti "non si tratta più di vincere o di perdere", ma detto tra le righe di 'perdere o perdere un po’ di meno', come ha timidamente dichiarato anche il generale Jeffrey Buchanan, portavoce del comando militare americano di stanza in Iraq.
A Washington non resta che sperare che l'opinione pubblica non venga informata delle reali conseguenze del suo fallimento in Iraq, e delle sue attuali contro manovre per scongiurare il pericolo di perdere totalmente il controllo di una delle aree più importanti del mondo.
E’ quindi vitale non ammettere che probabilmente il puzzle iracheno è andato in frantumi, per sempre.
A poche settimane dal ritiro statunitense (in programma il 31 dicembre), a Baghdad la lotta tra le fazioni politiche si è fatta  furente. E i conti 'non saldati', per rispetto dell'ospite americano, ora attendono soluzione.
E' così che nelle ultime settimane il primo ministro Nouri al-Maliki ha accelerato l’epurazione interna alle forze di sicurezza irachene, per ‘eliminare’ tutti coloro che hanno prestato servizio durante il regime di Saddam Hussein. Decine di ufficiali sunniti sono stati espulsi il mese scorso, e a molti altri toccherà la stessa sorte.
Mentre alcuni sono stati pubblicamente accusati di aver lavorato negli "apparati repressivi" del dittatore destituito, ad altri è stato imposto il "pensionamento anticipato", senza contare coloro che sono stati cacciati con vaghe accuse di “associazione con i terroristi”.
Ma la ‘pulizia’ voluta dal premier è passata anche per l’arresto dei molti ufficiali dell'esercito e della polizia accusati – insieme ad altre 600 persone – di aver complottato per rovesciare il suo governo.
Maliki continua infatti a godere di una libertà d’azione pressoché assoluta, dal momento che ‘gestisce’ direttamente o indirettamente tre ministeri chiave: la difesa, gli interni e la sicurezza nazionale, contravvenendo tra l’altro all’accordo siglato con i sunniti e i curdi che fanno parte dell'attuale governo di coalizione.
Del resto le reazioni di questi ultimi non si sono fatte attendere.
Se dalla provincia di Salahuddin, una zona prevalentemente sunnita a nord di Baghdad, fanno sapere che è già iniziato il processo per diventare una regione semiautonoma, lo speaker del Parlamento, Osama al-Nujaifi, un arabo sunnita, ha messo in guardia il premier dall’usare l'esercito “come uno strumento nelle mani di alcuni politici”.
Finora, volenti o nolenti, la presenza militare americana aveva rappresentato un cuscinetto tra le diverse fazioni politiche e le relative milizie, posticipando il problema della profonda divergenza di opinioni rispetto a certe questioni fondamentali del paese, come l’organizzazione delle forze di sicurezza.
D’altronde la decisione di Washington di sciogliere l'esercito di Saddam Hussein nel 2003 è ormai considerata come la benzina che ha infuocato l'insurrezione irachena.
Ora quelle stesse persone che gli Usa hanno cacciato l’anno della loro “vittoria”, e che poi hanno reintegrato per promuovere la “riconciliazione nazionale” e per indebolire la rivolta sunnita, sono di nuovo vittime di un'epurazione, quella voluta da Maliki.
Sul fronte curdo, la tensione è addirittura ancora più palpabile, con il presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani che in una recente intervista rilasciata ad al-Arabiya sul ritiro degli Stati Uniti ha affermato che la loro assenza potrebbe far scivolare il paese verso una "guerra civile".
Dopodiché è volato a Teheran, dal nemico numero uno di Washington. Una mossa prevedibile, per un alleato che ha sempre dimostrato di essere molto pragmatico. 
In effetti sono in molti a pensare che il back home amricano possa avere un effetto sismico sulle fragili alleanze che mantengono in vita l’attuale governo iracheno e sugli equilibri regionali. L'influenza di Teheran si potrebbe potenzialmente estendere dall'Afghanistan al Libano, passando per paesi chiave come l’Iraq.
Ma il condizionale è d’obbligo, vista la volontà della Turchia di inserirsi nella partita irachena. Per ora Baghdad ha rifiutato la proposta di assistenza alla formazione militare avanzata recentemente da Ankara, per rispetto alla Repubblica islamica, ma nel futuro non è detto che la situazione non possa volgere a favore di Erdogan.
E gli Usa osservano inermi alla fine dell’isolamento iraniano?
L’America è in evidente difficoltà, dentro e fuori i confini nazionali. Ma qualche paracadute tenta di assicurarselo, partendo proprio dall’attesa visita di Barzani oltreoceano.
In questa occasione probabilmente verrà riaperto il capitolo della presenza di basi americane nel Kurdistan del nord, decisione che potrebbe ridefinire lo scenario fin qui tracciato.
C’è poi la notizia del trasferimento di nuove armi, in particolare potenti bombe anti-bunker, dagli Usa agli Emirati Arabi Uniti, che secondo il Wall Street Journal starebbero guidando – insieme all’Arabia Saudita - la fronda anti-Iran.
‘Rifornimenti’ analoghi sono stati fatti o sono in cantiere per l’Arabia Saudita, l’Oman e il Bahrein.
Perché la vendita di armi agli alleati chiave si dimostra ancora una volta la corsia preferenziale degli americani per influenzare gli equilibri regionali.
Washington mira ora a creare una solida coalizione anti-iraniana. E non tanto per via del suo programma nucleare, che sicuramente è una parte importante del confronto con l’Iran, ma non la principale.
Il nodo resta la lotta per la leadership regionale, e in questo senso c’è un filo invisibile che lega le monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Bahrain, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) a Washington, e quindi anche a Israele.
In previsione del loro ritiro dall'Iraq, gli Stati Uniti hanno anche cercato di costruire sistemi di difesa missilistica in tutta la regione, con l'obiettivo di creare una rete integrata contro i missili balistici a corto e medio raggio che potrebbero essere lanciati dalla Repubblica islamica.
11 novembre 2011
2   In occasione del Remember Fallujah Week, vi proponiamo il trailer del documentario realizzato da Feurat Alani, dal titolo: "A lost generation?", che verrà trasmesso in diverse città americane, in questa settimana in cui si ricorda la tragedia della guerra irachena.
Diversi anni dopo, Alani torna a Falluja, già ribattezzata la "nuova Hiroshima", per documentare il drammatico aumento dei tumori, delle malformazioni e della mortalità infantile, con interviste a residenti, dottori, veterani ed esperti militari. Vedere Video

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