Stati Uniti , Arabia Saudita e il complotto iraniano . Una falsa notizia

1 Fonti ebraiche  e americane smentiscono la tesi del complotto iraniano
CRIMINAL MASTERMIND BEHIND SAUDI TERROR PLOT WAS FAILED TEXAS USED-CAR SALESMAN
IRANIAN TERROR MASTERMIND LIKELY WANTED DRUG DEAL, NOT MURDER
OBAMA WEIGHS IN ON ‘FACTS’ OF ALLEGED IRAN TERROR PLOT
JUSTICE DEPARTMENT CONCEDES: NO ‘CONCLUSIVE PROOF’ LINKING SENIOR IRANIAN OFFICIALS TO TERROR PLOT
PARSI ON U.S.-IRAN RELATIONS: ‘WE ARE ON THE PRECIPICE OF MAJOR WAR
ISRAEL AND THE MARCH TO WAR

Some preliminary questions about the alleged Iranian terror plot


2 Fonti Italiane ed estere


Pino Cabras – Megachip.
Nello stesso giorno in cui a Washington tutte le massime cariche statali denunciano un «complotto» (dicono proprio così, e i media clonano la definizione all’infinito), ossia una cospirazione terroristica con base a Teheran perpetrata sul suolo americano, anche a Baghdad le stragi si sono intensificate ad opera di terroristi suicidi. Una giornata simile merita di essere accostata a un fatto accaduto qualche anno fa e passato quasi sotto silenzio. Si tratta di una dichiarazione eclatante resa da Zbignew Brzezinski alla Commissione Esteri del Senato USA il 1° febbraio 2007, quando paventava un «plausibile scenario per una collisione militare con l’Iran».
E cosa prevedeva questo scenario?
Guarda guarda, includeva «il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran»[1].
Brzezinski, Segretario alla Sicurezza Nazionale con Jimmy Carter, è uno dei maggiori esperti e consiglieri di politica estera di numerose Amministrazioni americane, e appartiene a un’ala dell’establishment, che – pur conservando una visione imperiale della missione americana – negli ultimi anni ha teso tuttavia a mettere in guardia rispetto alla deriva bellica imposta dall’ala più ‘avventurista’, chiamiamola così, dell’establishment.
Nel 2007 la critica di Brzezinski puntava molto in alto, lamentando, sull’Iraq, «il fatto che le principali decisioni strategiche vengono prese in un circolo assai ristretto di persone, forse non più delle dita della mia mano. E sono questi individui che hanno preso la decisione iniziale di andare alla guerra». E nel caso dell’atto terroristico ipotizzato, era la prima volta che una voce americana di così straordinaria autorevolezza, considerava "plausibile" che qualcuno, in seno agli apparati di governo statunitensi, potesse organizzare un attacco contro gli Stati Uniti, in modo da attribuire poi il tutto a qualche nemico esterno e provocare una guerra.
Nel decennio post 11/9 sono ormai innumerevoli i casi di “attentati sventati” in cui la manovalanza terrorista era gestita da agenti provocatori dell’FBI. Il “complotto” dell’ultim’ora non fa eccezione.
Intanto, il club ristretto ed esclusivo dei decisori dell’Impero in crisi sta già tirando fuori anche oggi la vecchia macabra formula che recita che «tutte le opzioni sono sul tavolo», accompagnata dal mantra sull’Iran «principale sponsor mondiale del terrorismo». Le autorità iraniane, in risposta, hanno recitato un lungo rosario di nomi, i tanti scienziati nucleari uccisi in attentati da due anni in qua.
L’apertura di un nuovo teatro bellico sarebbe l’incubo di molti generali statunitensi. Non è un caso che fra i più recalcitranti rispetto all’opzione bellica ci sia il Pentagono, che si affretta a precisare, per bocca del portavoce John Kirby, che si tratta solo «di una questione giudiziaria e diplomatica».
Ultime resistenze dell’ala realista, che non pensa che la soluzione al logoramento delle forze armate segnate da dieci anni di guerre risieda nell’appiccare l’incendio di una guerra più grande ancora.
Il vicepresidente Joe Biden e il segretario di Stato Hillary Clinton invece prefigurano già una nuova escalation di sanzioni e misure militari, spalleggiati oltreoceano dal primo ministro britannico David Cameron e dalla petromonarchia dei piranha sauditi.
Il testo integrale dell'audizione di Zbignew Brzezinski del 1° febbraio 2007 (in formato pdf):
Brzezinski, se ci sei, batti un colpo.



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di Tony Karon
“Non parliamo con l’Iran, per cui non ci capiamo l’un l’altro”, ha detto il capo degli Stati maggiori congiunti, ammiraglio Mike Mullen, al Carnegie Endowment for International Peace il mese scorso. “Se succederà qualcosa, è praticamente certo che non la comprenderemo correttamente – che ci saranno giudizi sbagliati che potrebbero essere estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.
L’avvertimento di Mullen sui pericoli derivanti dall’incapacità delle due parti di comunicare e comprendere le rispettive intenzioni (“anche nei giorni più bui della Guerra Fredda, abbiamo avuto contatti con l’Unione Sovietica”) sembra particolarmente preveggente alla luce delle ricadute del presunto complotto per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington, attribuito dagli Stati Uniti a “elementi del governo iraniano”. Chiedere una più dura azione internazionale contro Teheran è stata la mossa immediata dell’amministrazione USA, che ha colto al volo le accuse secondo cui ufficiali all’interno della forza d’elite ‘Quds’ della Guardia Rivoluzionaria iraniana avrebbero avviato un bizzarro progetto, attraverso un venditore di auto usate iraniano-americano – descritto dal suo ex socio d’affari come “una sorta di imbroglione” –  per ricorrere ai servizi di un gang messicana della droga al fine di compiere un attentato terroristico nella capitale degli Stati Uniti.
“La consideriamo come una possibilità di andare nelle capitali di tutto il mondo, e di parlare con i nostri alleati e partner, riguardo a ciò che gli iraniani hanno cercato di fare”, ha detto un funzionario, rimasto anonimo, al Washington Post. “Abbiamo intenzione di usare questo episodio per isolarli nella massima misura possibile”. Il vicepresidente Joe Biden ha aggiunto, oscuramente, che laddove si tratta di rispondere al comportamento dell’Iran, “Nessuna opzione è stata ritirata dal tavolo”.
I funzionari degli Stati Uniti si sono mobilitati in massa mercoledì per ottenere il sostegno dei governi stranieri a ulteriori sanzioni. (Gli Stati Uniti hanno vietato alla compagnia aerea iraniana di operare negli Stati Uniti e hanno congelato i beni iraniani). E l’amministrazione USA prevede di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per chiedere un intervento affinché “l’Iran sia chiamato a rispondere”  del complotto. Ma, sebbene la Gran Bretagna e la Francia abbiano manifestato il proprio appoggio, è difficile immaginare che le rivelazioni di Washington persuaderanno i paesi scettici nei confronti della politica iraniana degli USA a cambiare le loro posizioni. Come ha dichiarato al Time il presidente del National Iranian American Council, Trita Parsi, gli americani “dovranno essere sicuri che le prove del coinvolgimento del governo iraniano siano molto solide, perché non possono permettersi un altro momento ‘alla Colin Powell’ al Consiglio di Sicurezza” (l’ex segretario di Stato Powell nel febbraio del 2003 informò il Consiglio delle accuse degli Stati Uniti riguardo ai programmi iracheni per la costruzione di armi di distruzione di massa, in base alle quali gli USA giustificarono la loro invasione; ma le affermazioni di Powell successivamente si rivelarono infondate). “E il livello minimo di prove richiesto sarà piuttosto elevato al Consiglio di Sicurezza, proprio a causa dell’esperienza di Colin Powell”, ha aggiunto Parsi.
Accettare per oro colato l’affermazione che questo complotto è opera del governo iraniano richiede un atto di fede. “Questo complotto, se è vero, si allontana da tutte le strategie e le procedure iraniane conosciute”, ha scritto Gary Sick , ex consulente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale sull’Iran, ora alla Columbia University. Malgrado la sua animosità verso gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, l’Iran ha sempre fatto affidamento su agenti di fiducia, come Hezbollah, per portare a termine eventuali omicidi, cosa che dava a Teheran una plausibile possibilità di negare ogni coinvolgimento. “L’Iran non ha mai condotto – né apparentemente tentato – un assassinio o un attentato all’interno degli Stati Uniti,” ha osservato Sick. “Ed è difficile credere che gli iraniani si siano affidati a una  banda criminale non islamica per realizzare la più delicata di tutte le missioni possibili. In questo caso, essi si sarebbero affidati ad almeno un dilettante, e ad una banda criminale messicana della droga che notoriamente rigurgita di agenti infiltrati dell’intelligence sia messicana che statunitense”.
Gli attacchi terroristici hanno fatto a lungo parte dell’inventario iraniano nei tre decenni di battaglie per la supremazia regionale fra Teheran e l’Arabia Saudita, e questa battaglia si è intensificata negli ultimi anni visto che entrambe le parti conducono guerre per procura in Iraq e in Libano, mentre l’alleato arabo chiave di Teheran, la Siria , sta affrontando un pericolo mortale, e i sauditi mostrano i muscoli reprimendo violentemente la maggioranza sciita del Bahrain e la stessa minoranza sciita all’interno del regno saudita. Riyadh sembra anche tirare le fila degli eventi nello Yemen.
Ma le tensioni tra Iran e Arabia Saudita non spiegano la scelta di Washington come sede per un attacco. L’ambasciatore Adel al-Jubeir non è un attore chiave nel regime saudita. Inoltre, non solo la capitale degli Stati Uniti è probabilmente una delle città meglio protette del mondo dopo l’11 settembre, ma un atto terroristico in questa città certamente provocherebbe una rappresaglia da parte degli americani. Il complotto terroristico di Washington avrebbe senso solo se l’obiettivo fosse proprio quello di provocare gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran.
Alcuni hanno suggerito che la Guida suprema, Ayatollah Ali Khamenei, potrebbe fare proprio una cosa del genere, considerando uno scontro con la “minaccia americana” come un modo per consolidare il suo regime. Ma la sfida lanciata dal Movimento Verde è stata in gran parte soppressa, per ora, e anche il presuntuoso presidente Mahmoud Ahmadinejad è stato ridimensionato. Dunque non è difficile capire perché così tanti osservatori dell’Iran nutrano dubbi sul fatto che Khamenei possa aver dato il proprio benestare a una progetto così strampalato, anche se alcuni ipotizzano che una fazione deviata all’interno della forza ‘Quds’ possa essere stata la vera responsabile.
Ma Teheran non è il solo centro di potere i cui esponenti più intransigenti potrebbero aver piacere a provocare uno scoppio di ostilità tra l’Iran e gli Stati Uniti, e ciò ha provocato ulteriori speculazioni all’estero sulla natura e sulla possibile paternità del complotto.
I dettagli del complotto sollevano ulteriori dubbi: è stato detto che i micidiali professionisti della forza ‘Quds’, in questo caso, avrebbero infranto l’abitudine di usare i propri esperti e disciplinati agenti di fiducia, come Hezbollah, che garantivano loro ogni possibilità di tenersi fuori e negare ogni coinvolgimento. Invece, apparentemente si sarebbero rivolti a un venditore di auto perché si avvalesse dei servizi di una gang messicana della droga che non ha alcun precedente di attacchi compiuti al di fuori dei confini messicani. Il mio collega Tim Padgett ha messo in luce l’assurdità di immaginare che i Los Zetas, un’organizzazione criminale che gestisce miliardi di dollari, sarebbe disposta a suscitare l’ira degli Stati Uniti attraverso un atto di guerra contro Washington, e questo per la misera somma di un milione e mezzo di dollari.
Se l’ideazione del complotto è scadente, la sua messa in pratica – comunicazioni per telefono, il denaro trasmesso da un conto bancario della forza ‘Quds’ – non è stata neanche degna di questo nome.
“Non ci si può inventare una cosa così”, ha detto il segretario di Stato Hillary Clinton. Ma purtroppo, dopo l’invasione dell’Iraq, gran parte della comunità internazionale difficilmente prenderà per oro colato affermazioni fatte da Washington contro gli stati rivali, dei cui regimi vorrebbe disfarsi.
Eppure, anche se il presunto complotto è stato sventato, potrebbe ancora provocare un’escalation, o anche uno scontro tra Stati Uniti e Iran. L’avvelenamento dell’atmosfera, con tutta probabilità, diminuirà ulteriormente le speranze già ridotte di qualsiasi progresso diplomatico sulla crisi nucleare. E se l’amministrazione non riuscirà ad ottenere l’appoggio ad una significativa escalation di sanzioni o ad altre forme di punizione per il regime di Teheran dopo aver presentato le prove delle ultime accuse di “prevaricazione iraniana”, la palla tornerà di nuovo nel campo di Obama. Dopo aver sostenuto che l’Iran ha oltrepassato una linea rossa, egli sarà oggetto di crescenti pressioni affinché passi all’azione – o rischierà di entrare in una stagione elettorale fortemente polarizzata tormentato dall’accusa di essere stato “morbido contro l’Iran”.
Tony Karon è un giornalista originario del Sudafrica e residente a New York; è senior editor della rivista americana Time, per la quale segue le questioni mediorientali
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)   Israel moves to halt Obama's Iran plans



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