Sono una donna della Palestina
Ramallah (Cisgiordania), 03 ottobre 2011, Nena News – Si è aperta al Palazzo della Cultura di Ramallah la 7° edizione del Cinema delle Donne in Palestina, che la Ong Shashat, impegnata da anni nella formazione e nella produzione di cinema delle donne, organizza dal 2005. A parte sporadiche eccezioni, questo è l’unico festival di questo tipo nella regione.
Quest’anno, a differenza dei precedenti che hanno incluso una varietà di film con prospettive tematiche e storiche diverse, la selezione è interamente dedicata al progetto “I am a woman from Palestine” una collezione che raccoglie la produzione di dieci giovani registe su temi legati alla rappresentazione della loro vita di donne, specificamente in quanto palestinesi. Quest’anno si differenzia dai precedenti anche per lo spazio che grazie a questo progetto frutto di una partnership tra Shashat, la Facoltà di Comunicazione dell’Università al-Quds di Gaza e la Ong Wclac il Festival ha potuto dare alle giovani di Gaza, che hanno realizzato 6 dei 10 cortometraggi.“I am a Woman from Palestine” racconta storie, intime e politiche, dove si intrecciano gli sguardi e si intravedono i desideri, prendono voce le denunce e si tiene sempre presente che la storia di ognuna è marcata dall’occupazione, che i temi proposti rappresentano aspetti cruciali della dimensione sociale, culturale e politica che contestualizza la vita delle donne in Palestina. È stato naturale notare la differenza delle rappresentazioni tra Gaza e la West Bank, tutte profondamente radicate nella realtà del territorio, con una capacità espressiva che non manca di cogliere luoghi simbolici della vita singolare e collettiva delle donne e, insieme, della Palestina.Uno di questi luoghi – a sua volta simbolico, sia per il portato che ha la memoria e il recupero della memoria storica in Palestina, sia parallelamente per la centralità che la costruzione della memoria ha nella storia del sapere delle donne – è il ricordo, che Georgina Asfour in The Fig and the Olive incarna nella storia di Umm Kalta che intreccia le vicende della sua vita con quelle che l’hanno segnata nella conservazione della sua casa a Bet Safafa. Un altro luogo simbolico è quello delle relazioni femminili e della capacità e interesse delle donne di trasformarle in pratica politica efficace; ce lo ha proposto Leila Abbas con 5 Cups and A Cup, che critica, mediante stereotipi narrativi trattati con ironia e pungente realismo, la dispersione e l’evaporazione dei contenuti che una politica tra donne distratte da altri interessi provoca. La maternità, un luogo nuovo e originario insieme per ogni donna, che può essere accogliente o veramente scomodo, ci viene proposto da Lana Hijazi di Gaza in Acrid and Honey, con la messa a confronto di due storie agli opposti: in una lascia in sospeso l’interrogativo di una madre che finisce per non avere più tempo di ritrovare se stessa né di dare l’amore che vorrebbe ad ognuno dei cinque gemelli concepiti artificialmente, nell’altra conforta con l’immagine della maternità come naturale e amoroso ciclo della vita di una donna. Il lavoro e la necessità di autonomia economica è un altro luogo diventato “comune” anche nella vita delle giovani donne palestinesi, l’autodeterminazione essendo legata all’indipendenza economica in questo come in altri sistemi; It’s a Tough Life quella delle giovani del corto di Dana Khader, ambientato a Nablus, dove due ragazze trovano un piccolo lavoro per sbarcare il lunario e mantenersi agli studi e si ritrovano ad intervistare altre donne in un rapido ma chiaro affaccio sulla realtà delle donne che studiano e lavorano, qualificate e consapevoli di dover abbassare le aspettative per trovare lavoro, o rassegnate ad essere una macchina per il sostentamento della famiglia ricacciando indietro ogni giorno desideri e sogni.Soggettività femminile e contesto sono luoghi privilegiati per costruire realtà attraverso la rappresentazione dell’esistente. Le storie di Rasha, la giovane pittrice di Portrait di Rana Mattar, delle amiche di Sardine and Pepperdi Athar al-Jadili e Alaa Desoki, o della protagonista di A Step and a Half di Enass Ayish, tutte di Gaza, ci rimandano immagini di giovani donne che esplorano se stesse esplorando e sentendo il territorio che abitano, un viaggio che può essere lontano, e il tempo e la distanza non c’entrano, c’entrano invece le forme, l’architettura della città, l’”architettura” dei campi profughi di Gaza, i colori, i desideri, le relazioni tra la gente e con il territorio, la presenza del mare, che apre a spazi di immaginazione della libertà. Nello stesso luogo simbolico dello stare di giovani donne nel territorio si trovano anche i corti .com, di Fatema Abu Odeh e Kamkamah di Eslam Elayan e Areej Abu Eid, che sono ritratti di una realtà politica e sociale informata dal loro desiderio di movimento e di cambiamento. Le ragazze di Gaza, parte di quella comunità di giovani che non riescono più a sopportare la chiusura fisica e mentale dell’occupazione, che hanno vissuto fin dalla nascita la paura dell’occupazione e di quello che ha comportato, denunciano lo stato di auto isolamento in cui si trova oggi la popolazione di Gaza, la rottura delle relazioni sociali che questo ha determinato, la deriva di un territorio dove ognuno ha paura dell’altro e lo combatte. Esse sono parte della simbolica primavera palestinese che chiede la fine della divisione.
The European Union has being financing this Festival over years and we think this is the best evidence of our commitment to the Palestinian State building and the Palestinian civil society … that Palestine is mature to have a State in due time, ha detto nell’inaugurazione di giovedì sera Sergio Piccolo, capo missione della delegazione della Commissione Europea, che ha cofinanziato il progetto. Vediamo nella presenza attiva ed efficace delle giovani donne e in particolare di quelle di Gaza una risorsa imprescindibile per la costruzione del futuro stato palestinese. I loro film ci hanno reso sguardi su una situazione e una condizione insieme dove il desiderio di rompere il circolo della ripetizione, della storia dell’occupazione, della politica della divisione, della paura, è incarnato nelle storie di costruzione di soggettività, aperte alla libertà femminile come chiave interpretativa, e propositiva al contempo, della realtà e dell’urgenza di un cambiamento.
La 7° edizione del Festival del Cinema delle Donne Palestinesi continua fino al 15 dicembre con 85 proiezioni e 6 programmi televisivi. Ci auguriamo che queste donne abbiano l’opportunità e la possibilità di restare indipendenti, che continuino a poter fare cinema e a regalarci proposte di rappresentazioni differenti, e simboliche, della realtà, che continuino a lavorare per cambiare l’ordine delle cose. Nena News
La tensione a riflettere la realtà in cui vivono le donne e a costruire al contempo una particolare visione della realtà è segno di una soggettività femminile sostanziale perché in tutti questi corti i due temi che sottendono alla differenza di espressione e di ricerca culturale femminile, nel cinema come in altri aspetti del sapere, sono uniti nella rappresentazione e nell’identificazione. In Madleen, ad esempio, Riham al-Ghazali rappresenta l’unicità della storia della giovane pescatrice di Gaza, nel suo rapporto con il mare come mezzo per vivere, e non solo per sostenersi, ma per essere chi veramente è, mentre sulla terra la dimensione sociale in cui vive la riporta ad un atteggiamento conforme alla norma. Conforta il contesto che le sta intorno, Madleen è accolta sulla terra, ma la sua vera libertà è nel mare.

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