Rachel Shabi Il ricatto degli aiuti in Palestina
Ancora una volta, i palestinesi vengono puniti per aver osato esercitare una scelta.
Successe in passato nel 2006, quando esercitarono quello che fu considerato il tipo sbagliato di democrazia, e scelsero il governo sbagliato (Hamas). Quell’erroneo esercizio di libero arbitrio fece sì che la comunità internazionale chiudesse il rubinetto dei finanziamenti, tagliando gli aiuti e gli stipendi palestinesi.
Ora ci sono sanzioni per aver compiuto un’altra svolta ’sbagliata’ nonostante le ripetute minacce e i ripetuti avvertimenti: il Congresso degli Stati Uniti sta bloccando 200 milioni di dollari destinati all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che ha insistito a portare avanti la sua richiesta di riconoscimento alle Nazioni Unite malgrado la disapprovazione degli Stati Uniti.
Poche cose esemplificano la complicità internazionale nel bloccare le aspirazioni palestinesi come questo ‘interruttore’che ferma a comando il flusso di denaro. L’attuale interruzione colpirà i progetti sanitari e sociali – ma, a quanto pare, non gli impegni di sicurezza dell’ANP (coordinati con Israele). In altre parole, la stretta è progettata per causare sofferenza ai palestinesi – ma è calibrata in modo da non complicare le preoccupazioni israeliane, e da non far saltare lo stagnante status quo.
Si tratta di un calcolo sottile, rispetto al quale i palestinesi stanno perdendo la pazienza – in più di un’occasione , i funzionari dell’ANP hanno minacciato di staccare la spina al loro limitato governo. Tra l’occupazione israeliana e la dipendenza dagli aiuti stranieri – la cui interruzione è solitamente usata come minaccia – non sarebbe molto sorprendente se i funzionari dell’ANP fossero giunti alla conclusione che il loro compromesso mandato di gestire a tempo indeterminato uno stentato Stato palestinese “di là da venire” non valga la pena.
I funzionari israeliani sanno che esiste un punto di non ritorno. Ciò spiega parzialmente perché il primo ministro Benjamin Netanyahu, non certo noto per atti di generosità verso i palestinesi, si è recato al Congresso degli Stati Uniti il mese scorso, per spiegare che tagliare interamente i fondi all’ANP non sarebbe una buona cosa.
I finanziamenti esteri fanno parte degli accordi di Oslo e presupporrebbero la creazione, attraverso i colloqui di pace, di uno Stato palestinese. In questo contesto, l’UE è un partner finanziario fondamentale per l’ANP – e, perfino con l’Eurozona in crisi, con un funzionario che ha detto che i livelli degli aiuti sono “insostenibili”, e con le preoccupazioni su chi colmerà il vuoto lasciato dai tagli ai fondi americani, vi è tuttavia un impegno centrale a mantenere il flusso del denaro degli aiuti.
Palestina: la vacca da mungere degli aiuti
Il denaro va di pari passo con l’insistenza su un negoziato paralizzato – ribadita dal Quartetto per il Medio Oriente in questi ultimi giorni – e questo è il meglio che la Palestina riceve da parte della comunità internazionale. Ancora una volta, abbiamo visto che non c’è la volontà politica di guidare l’alternativa – ovvero di esercitare pressioni su Israele affinché ponga fine alla sua occupazione militare e fermi gli insediamenti ebraici che stanno decimando la geografia di uno Stato palestinese.
Ad ogni modo, quest’impasse costruito a tavolino è una vacca da mungere a tutti i livelli. Sul terreno, decine di lavoratori internazionali sono impiegati nel settore degli aiuti stranieri, che non dovrebbe esistere, dal momento che la Palestina, senza l’occupazione militare, avrebbe ampie capacità intellettuali e risorse per alimentare la propria economia.
Un rapporto pubblicato il mese scorso ha mostrato che il denaro degli aiuti, a causa delle condizioni in base alle quali vengono spesi, torna quasi interamente alle aziende del paese donatore – rendendo luoghi come i territori palestinesi un canale attraverso il quale i paesi trasformano gli aiuti di Stato in guadagni per le proprie aziende.
Nel frattempo, nel processo di pace fantasma, si creano ampie opportunità per persone come Tony Blair – accusato di usare il titolo di ‘inviato di pace’ in Medio Oriente per garantirsi modi per fare soldi, come è stato recentemente rivelato.
Prendendo in rassegna i suoi affari e il conflitto di interessi che essi possono rappresentare, un reportage di Dispatches recentemente mandato in onda sul britannico Channel 4 ha osservato che è facile vedere come Blair ne tragga beneficio, ma “più difficile capire quale vantaggio il processo di pace in Medio Oriente tragga da Tony Blair” (l’inviato di pace ha respinto le accuse come “false e assurde”.)
L’occupazione israeliana, perpetuata in parte dalla trita formula di Oslo di “aiuti e colloqui asimmetrici”, sta alimentando i profitti di decine di aziende.
Tra esse vi sono i produttori di armi americani che beneficiano dei soldi del governo USA, concessi come aiuti a Israele e poi spesi in armamenti negli Stati Uniti. E vi sono le armi e le società di sorveglianza israeliane che testano equipaggiamenti all’avanguardia sui palestinesi occupati, garantendosi così una posizione di leader di mercato. In numerosi punti di questo flusso di denaro, i finanziamenti statali sono incanalati nelle casse di aziende private, il tutto fondamentalmente reso possibile dall’approccio della comunità internazionale al conflitto israelo-palestinese.
Ora, la richiesta palestinese di riconoscimento alle Nazioni Unite, e le reazioni ad essa, hanno messo questa dottrina di “negoziati e aiuti condizionati” al centro dell’attenzione. Ne possiamo riconoscere tutti i meccanismi. E, altrettanto chiaramente, possiamo vedere come essi vengono utilizzati per strangolare le speranze palestinesi.
Rachel Shabi è una giornalista che si è occupata del conflitto israelo-palestinese per giornali come il Guardian, il Times, Foreign Policy, the New Statesman, ecc.; di genitori ebrei iracheni, è autrice del libro “Not the Enemy: Israel’s Jews from Arab Lands”, sugli ebrei orientali che vivono in Israele
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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