Nazmi Jubeh : la pace nel Medioriente passa attraverso uno Stato palestinese:

"La pace nel Medioriente passa attraverso uno Stato palestinese: esso è alla base di molte questioni internazionali dei nostri giorni. Se ciò non verrà compreso per tempo da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, non potremo aspettarci altro che instabilità e violenza". Intervista a Nazmi Jubeh.Nazmi Jubeh è considerato uno dei maggiori archeologi palestinesi viventi. Co-direttore fino al 2010 del Centro RIWAQ (centro di restauro e conservazione degli edifici storici), Jubeh ha conseguito un dottorato a Tubinga ed è autore di decine di pubblicazioni accademiche. In passato ha partecipato a diversi negoziati di pace bilaterali nella veste di delegato palestinese. Oggi dirige il dipartimento di Storia e Archeologia della Birzeit University di Ramallah.

di Lorenzo Kamel da Ramallah

Profosser Jubeh, come immagina il futuro della Terra Santa?
Nel contesto di una federazione, o di uno Stato unico. La terra che israeliani e palestinesi si contendono è piccola e le risorse limitate.
I veri problemi, l’acqua e l’elettricità su tutti, non possono essere risolti unilateralmente. Volenti o nolenti non possiamo prescindere dal mettere in atto una collaborazione concreta, magari da estendere alla Giordania.
In questo modo il Mar Morto – la risorsa cardine in quest’area del mondo – potrà essere sfruttato nel modo più opportuno. Tuttavia i tempi per un tale passo non sono maturi. Ci vuole una fase storica di transizione di medio termine nella quale i due popoli vivano in due stati distinti.

Lo scorso 23 settembre dallo scranno delle Nazioni Unite il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tuttavia sottolineato che uno Stato palestinese non ammetterebbe al suo interno alcun ebreo. Ha usato il termine “Judenrein” per spiegarlo. Cosa ne pensa?
Ritengo che gli slogan servano a poco e non spieghino la complessità delle cose. Qualsiasi ebreo che voglia vivere nella nostra comunità – seguendo le regole che ciò comporta – deve essere libero di farlo.
Altro è però chiedere che i coloni arrivati qui con la forza e in sfregio al diritto internazionale possano ipso facto vedere legittimate le loro azioni. In altre parole chi vuole vivere in un futuro Stato palestinese lo deve fare secondo la legge e non da colonialista.
Quando Israele venne creato i palestinesi erano già qui e rappresentavano la grande maggioranza della popolazione locale. Per questo ci sono oggi oltre un milione di palestinesi in Israele, molti dei quali noti come “internally displaced persons” [rifugiati interni]. Al contrario i coloni sono arrivati nei territori palestinesi attraverso la violenza e gli incentivi ricevuti in questi ultimi anni dai governi israeliani.
Equiparare i primi ai secondi non è solo semplicistico, ma anche moralmente reprensibile.

Ritiene verosimile che nasca uno Stato palestinese senza un leader carismatico che possa unire i tanti fronti che dividono la società palestinese?
Non abbiamo bisogno di un leader carismatico. Serve un modello da seguire – ad esempio quello dei movimenti di massa non violenti “stile Ni’lin” (noto anche come B'ilin, ndr) –  e non eroi o figure che lavorino individualmente.
La fine politica di Arafat è in questo senso un fattore che ha molto giovato alla nostra causa. Non a caso dopo la sua uscita di scena sono state costruite nei territori palestinesi numerose infrastrutture: senza queste ultime non potrà mai esserci alcuno stato.
In questo senso siamo fortunati che Abu Mazen non sia un leader carismatico. È un padre di famiglia che la notte non dorme alla Muqāṭaʿa [il luogo nel quale Arafat ha vissuto, come confinato, gli ultimi anni di vita, ndr], bensì torna a casa dalla moglie e dai figli.
Può piacere o meno, ma di certo è una figura che non deciderebbe l’esito di un referendum popolare prima ancora di averlo indetto.

Abu Mazen, il cui mandato è scaduto due anni fa, ha il controllo della sola Cisgiordania. La frattura tra Hamas e Fatah è destinata a perdurare?
A mio avviso durerà a lungo. Per la semplice ragione che entrambe le fazioni hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo.
Solo un evento epocale – come il collasso del regime siriano – potrebbe avere effetti diretti sulla Striscia di Gaza e sulla leadership che la controlla. In questo caso i vertici di Hamas sarebbero verosimilmente costretti a ricollocarsi in Egitto, che è poi il paese che ha il controllo quasi totale della striscia.
Lo stesso “Accordo-Shalit” – i cui effetti politici sono del tutto marginali – è figlio di una decisione presa al Cairo. Siamo in sostanza di fronte a dei “giochi politici”. A farne le spese è ancora una volta la società civile di Gaza.

Un pensiero conclusivo?
Nell’intero Medioriente stanno prendendo vita dei drammatici cambiamenti. Non so cosa accadrà a breve termine e di per sè non sono affascinato dall’idea delle rivoluzioni. Ciò che so è che questa regione sta cambiando faccia.
Mi auguro che questi grandi mutamenti non si concluderanno senza la nascita di uno Stato palestinese. Un’opportunità simile non potrà ripresentarsi, se non fra molti decenni.
La pace nel Medioriente passa attraverso uno Stato palestinese: esso è alla base di molte questioni internazionali dei nostri giorni. Se ciò non verrà compreso per tempo da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, non potremo aspettarci altro che instabilità e violenza.

31 ottobre 2011

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