L’Iran e il tentativo di salvare l’alleanza con la Siria di Marwan Kabalan
Le recenti dichiarazioni di alti funzionari iraniani, che hanno invitato il presidente siriano Bashar al-Assad a fermare la violenza contro i manifestanti pacifici e ad intraprendere invece riforme genuine, hanno generato un notevole interesse tra gli analisti e i diplomatici. Alcuni hanno interpretato queste dichiarazioni come un segnale che l’Iran stesse abbandonando il suo principale alleato arabo. Altri le hanno intese come un segnale dell’imminente collasso del regime di Damasco, ed hanno pertanto avanzato la tesi che l’Iran stesse tentando di ricucire i rapporti con il popolo siriano dopo essersi pienamente convinto che il regime di Assad questa volta non sarà in grado di superare la tempesta. Uno sguardo più da vicino alle ambizioni iraniane in politica estera potrebbe suggerire, tuttavia, che non si può rilevare alcun grande cambiamento relativamente all’originaria posizione dell’Iran nei confronti della crisi siriana.
In effetti, fin dall’inizio della primavera araba, l’Iran ha cercato di assumere la leadership intellettuale e geopolitica dei disordini nel mondo arabo. L’Iran è ben consapevole di essere in competizione con la Turchia per la leadership in Medio Oriente, e che per assumere quel ruolo Ankara si trova in una posizione molto migliore rispetto all’Iran da un punto di vista economico, diplomatico e religioso, in quanto potenza sunnita. Tutto questo non ha impedito all’Iran di cercare di posizionarsi comunque come il difensore delle masse arabe che si sono sollevate in opposizione a regimi autocratici. Il gran numero di funzionari iraniani che parlano fluentemente l’arabo sottolinea gli sforzi di Teheran di superare i vincoli geopolitici ed etnico-linguistici con cui l’Iran deve fare i conti in qualità di paese persiano che cerca di operare in una regione in cui la maggior parte dei paesi musulmani sono arabi. Mentre le sue posizioni anti-americane ed anti-israeliane gli hanno permesso di aggirare il fattore etnico e di attrarre il consenso nel mondo arabo e musulmano, il suo carattere settario sciita ha permesso ai concorrenti nella regione – in particolare alla Turchia – di limitare l’influenza regionale iraniana.
Per di più, mentre i funzionari iraniani hanno lodato sin dall’inizio la rinascita araba e sottolineato la necessità di sostenere le masse arabe nella loro lotta contro l’autocrazia, un’inconfondibile contraddizione era evidente. La crisi in Siria si è dimostrata imbarazzante per l’Iran. Il regime iraniano ha incontrato molte difficoltà nel suo tentativo di conciliare il proprio sostegno alle rivolte arabe da una parte, e di sostenere il regime siriano contro la sua opposizione interna dall’altra. Gli appelli a fermare la violenza in Siria possono quindi essere interpretati come un tentativo di mostrare coerenza nella politica iraniana riguardante le rivoluzioni arabe. Ma essi non indicano necessariamente un cambiamento reale di politica.
Vi sono poi altri argomenti a sostegno della tesi secondo cui è difficile che le relazioni con la Siria subiscano cambiamenti fondamentali, nonostante i discorsi di questi giorni. I fattori che hanno contribuito alla nascita, alla sopravvivenza e al vigore dell’alleanza siro-iraniana non hanno nulla a che fare con le condizioni interne dei due paesi. Se le cose fossero state diversamente, la Siria e l’Iran sarebbero stati nemici giurati, piuttosto che alleati. Le concezioni ideologiche dei due regimi, ad esempio, dovrebbero agire come una fonte di tensione. Il regime nazionalista arabo di Damasco dovrebbe trovarsi naturalmente in disaccordo con il regime religioso sciita e nazionalista di Teheran.
La politica interna dei due paesi, pertanto, non aiuta a capire il loro reciproco rapporto. La realpolitik, gli equilibri di forza regionali e la comune percezione delle minacce sono la ragion d’essere dei forti legami siro-iraniani. Negli ultimi trent’anni, questi fattori hanno dimostrato di essere i pilastri incrollabili della più efficace partnership del Medio Oriente.
Dal punto di vista dell’Iran, i rapporti con la Siria sono estremamente importanti per promuovere le sue ambizioni regionali. La Siria è considerata da Teheran come un partner primario nel conflitto arabo-israeliano, offrendo all’Iran un simbolico ruolo politico nella causa centrale della regione. L’occupazione dell’Iraq ha accresciuto l’importanza della Siria agli occhi di Teheran, poiché fornisce all’Iran un accesso vitale alla maggior parte delle questioni della regione. Attraverso la Siria, l’Iran potrebbe usare la maggior parte delle sue carte regionali come merce di scambio in relazione al suo programma nucleare e alle minacce da parte dell’esercito USA. Per tutti questi motivi è irragionevole aspettarsi che l’Iran abbandoni il suo più prezioso alleato regionale. Ciò è particolarmente vero in un momento in cui l’Iran ritiene di essere molto prossimo a realizzare il suo sogno – trasformarsi in un leader regionale.
In effetti, il momento tanto atteso per l’Iran si sta avvicinando rapidamente. Preoccupato dalla sua rielezione e dalla crisi economica, il presidente americano Barack Obama si prepara a lasciare l’Iraq entro la fine di quest’anno. Il vuoto politico che egli si lascerà alle spalle sarà certamente colmato dall’Iran. Perdere la Siria in questo momento potrebbe avere un impatto disastroso sul grande progetto regionale dell’Iran. Invitare la Siria a introdurre riforme interne non può quindi essere interpretato come un segnale della volontà iraniana di abbandonare il regime di Damasco. Piuttosto, è un tentativo di salvare l’alleanza più duratura nella storia del moderno Medio Oriente.
Marwan Kabalan è preside della Facoltà di Diplomazia e Relazioni Internazionali dell’Università di Kalamoon, con sede a Damasco
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)
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