Dana Goldstein - «Time». :Perché sempre meno giovani ebrei americani condividono le idee dei loro genitori su Israele.
“Sto tremando” dice mia madre quando apprende che sto scrivendo un articolo su come i giovani e gli anziani fra gli ebrei americani reagiscano differentemente alla richiesta fatta all’Onu di uno Stato palestinese. Comprendo la frustrazione dei palestinesi che hanno a che fare con la continua espansione degli insediamenti israeliani e simpatizzo con la loro decisione di rivolgersi all’Onu, ma mia madre fa il tifo per la promessa del presidente Obama di apporre il veto statunitense, condividendo la sua idea che una soluzione a due Stati può essere raggiunta solo attraverso i negoziati con Israele.
“E’ così commovente”, dice lei mentre discutiamo guardinghi sulla nostra divergenza di opinione. “Mi dà una sensazione davvero terribile sentirti dare voce a una stridente critica di Israele”.
(Foto degli insediamenti in Cisgiordania:http://www.time.com/time/photogallery/0,29307,2093604_2311762,00.html)
Mi viene in gola un nodo di tristezza e di colpa. Ho scritto sull’invasione israeliana del Libano nel 2006 con durezza, come anche sull’aggressione contro Gaza nel 2009, nonché sulla questione dei diritti civili in Israele. Ma esprimere il mio stato d’animo riguardo a questi argomenti – davvero una cosa ebraica a farsi – non è mai stato facile. Durante la mia infanzia, nei sobborghi di New York, parteggiare per Israele era una tradizione di famiglia, fondamentale come votare Democratico o accendere le candele dello Shabbos il venerdì sera.
Mia madre è laureata in storia ebraica ed è amministratrice in una grande sinagoga. Le sue esperienze giovanili in Israele come volontaria in un kibbutz ed il suo incontro con i discendenti di un fratello della mia bis-nonna fanno parte della mia stessa mitologia. Essendo cresciuta nel movimento conservatore, ho imparato alla scuola ebraica che Israele era “la terra di latte e miele”, in cui i sopravvissuti all’Olocausto irrigavano il deserto e lo facevano fiorire.
Ciò di cui non sentivo tanto parlare era invece la vita dei Palestinesi. Fu solo dopo essermi iscritta all’università, aver conosciuto amici musulmani e aver frequentato un corso di storia e politica del Medio Oriente che misi in dubbio la possibilità di conciliare le mie idee umaniste e liberali con il fatto che lo Stato ebraico di cui andavo così fiera stava occupando la terra di quattro milioni e mezzo di palestinesi privi di uno Stato, molti dei quali profughi apolidi a causa della creazione di Israele.
(Saggio fotografico di TIME su come crescere Arabi in Israele:http://lightbox.time.com/2011/09/22/eighteen-natan-dvir/#1)
Come molti giovani ebrei americani, durante gli ultimi anni del college approfittai del viaggio gratuito in Israele offerto dalla Taglit-Birthright. La beatitudine provata fluttuando nelle acque del Mar Morto, degustando frutta succulenta coltivata da agricoltori ebrei e girovagando per i vicoli medioevali di Safed, storico centro della mistica kabbalista, si attenuarono facendo altre esperienze, con l’osservare cioè la costruzione dell’imponente muro “di sicurezza”, che non si limitava a tamponare gli attacchi dei terroristi, ma separava altresì i villaggi dei palestinesi dalle loro terre e dalla distribuzione idrica. Trascorsi ore conversando sottovoce con un giovane soldato israeliano scandalizzato da ciò che diceva essere il trattamento di routine, rude e sprezzante, dei civili palestinesi ai posti di blocco israeliani.
Quel viaggio rafforzò la mia convinzione che io, in quanto ebrea americana, non avrei più potuto dare sostegno incondizionato ad Israele. E non sono da sola. I sondaggi fra i giovani ebrei americani mostrano che, con l’eccezione degli ortodossi, molti di noi si sentono meno legati ad Israele rispetto ai genitori, appartenenti alla generazione del baby-boom, che sono maturati nel periodo compreso fra le guerre del 1967 e del 1973, quando cioè Israele era assai meno un aggressore e piuttosto una vittima. Un sondaggio (http://www.acbp.net/About/PDF/Beyond%20Distancing.pdf) del 2007 (a cura di Steven Cohen del Hebrew Union College e di Ari Kelman della University of California at Davis) ha constatato che, sebbene la maggioranza degli ebrei americani di tutte le età continui a definirsi come “pro-Israele”, quelli sotto i 35 anni sono meno propensi a definirsi “sionisti”. Oltre il 40% degli ebrei americani sotto i 35 anni ritiene che “Israele occupi territori appartenenti a qualcun altro”, mentre più del 30% risponde che talvolta “prova vergogna” per ciò che compie Israele.
(Articolo sulla prima donna nera americana diventata Rabbino:http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1903245,00.html)
Hannah King, studentessa diciottenne al Swarthmore College, riassume in sé il passaggio generazionale. Cresciuta a Seattle secondo i canoni dell’ebraismo conservatore (Conservative Judaism), Hannah ha fatto parte lo scorso novembre di un gruppo di attivisti che hanno contestato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con slogan contro l’occupazione in un incontro dell’Assemblea Generale delle Federazioni Ebraiche a New Orleans.
“Netanyahu ha preteso ripetutamente di rappresentare tutti gli ebrei”, dice Hannah. “La protesta è stata da parte mia uno sfogo per affermare forte e chiaro… che quelle ingiustizie non avvengono in mio nome. E’ servito come mezzo per riaffermare il mio stesso ebraismo”.
Una critica più moderata viene espressa da J-Street, il comitato per l’attivismo politico fondato nel 2008 con lo slogan “pro-Israel, pro-peace” (“per Israele, per la pace”), contrapponendosi all’influenza su Washington dei “falchi” dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC, N.d.T.).
Simone Zimmerman è a capo dei soci di J-Street nel campus della Università di California a Berkeley. Diplomatasi in scuole private ebraiche, ha vissuto a Tel Aviv come exchange student durante le scuole superiori, senza aver mai sentito la parola ‘occupazione’ pronunciata in riferimento a Israele fino a che non è andata all’università.
Quando Simone si immatricolò, Berkeley era percorsa da un controverso dibattito sull’opportunità che l’ateneo rompesse con le multinazionali che facevano affari con l’esercito israeliano. Sebbene Simone Zimmerman si opponesse a questa scelta, fu profondamente toccata dalle storie raccontate dagli attivisti di origini palestinesi iscritti al campus.
“Ci rendevano partecipi delle loro esperienze familiari di vita sotto occupazione e della vita durante la guerra a Gaza”, ricorda. “Tanto di quello che dicevano riguardava cose che ho sempre ritenuto di difendere, come diritti umani e giustizia sociale, o come il valore di ogni singola vita”.
Persino i giovani rabbini, uniti a coorte, sembrano propensi a criticare Israele più dei rabbini anziani. La settimana scorsa, Cohen, il ricercatore al Hebrew Union College, ha pubblicato uno studio (http://www.jtsa.edu/Documents/pagedocs/Communications/JTS_Rabbis_and_Israel_Then_and_Now_Sept_2_2011_(PDFl).pdf) sugli studenti rabbinici del Seminario Teologico Ebraico di New York, che è la principale istituzione per la preparazione dei rabbini conservatori. Anche se gli attuali seminaristi assomigliano ai loro predecessori per aver studiato e vissuto in Israele e per credere che Israele sia “molto importante” per il loro ebraismo, all’incirca il 70% dei futuri giovani rabbini dichiara di sentirsi “disturbato” dal modo in cui Israele tratta gli arabi israeliani e palestinesi, a fronte di circa il 50% di quelli ordinati fra il 1980 ed il 1994.
Benjamin Resnick, 27 anni, è uno dei seminaristi che hanno collaborato allo studio. A luglio ha pubblicato una recensione (http://www.forward.com/articles/139698/) in cui fa notare le incompatibilità ideologiche tra il sionismo – che sostiene il principio di Israele come stato ebraico – e la liberal-democrazia americana – che enfatizza i diritti dell’individuo senza distinzioni di razza, etnia o religione. “La tragedia – dice Resnick – è che le due visioni del mondo sarebbero “inconciliabili”.
Tuttavia, dopo aver vissuto a Gerusalemme per dieci mesi e quindi di ritorno a New York, Resnick continua a considerarsi sionista. Cita la Torah a sostegno della sua idea che gli ebrei americani dovrebbero spingere Israele a porre fine all’espansione degli insediamenti e ad agevolare uno stato palestinese: “L’amore senza il biasimo – dice – non è amore”.
Dana Goldstein è membro della New America Foundation e del Nation Institute.
Foto di giovani palestinesi nell’epoca del muro:
Foto di Israele a 60 anni dalla sua nascita:http://www.time.com/time/photogallery/0,29307,1738207,00.html
Pubblicato on line da Time (USA) il 29 settembre 2011.
Traduzione a cura di Lirio Bolaffio.

Commenti
Posta un commento