Analisi/Gilad Shalit: quanto vale la vita di un uomo? Sicuramente il secondo mandato di Netanyahu

Il contenuto della testimonianza di Frimet e Arnold Roth dalle colonne di Haaretz era più che prevedibile e non è stato l'unico in questi ultimi giorni. In una giornata di gioia per Israele, dove si è festeggiato il ritorno a casa del caporale Shalit, una parte del paese è rimasta distante dalle radio e dalle televisioni.

di Marco Di Donato  (CISIP)

Un parte di Israele non ha digerito, non ha accettato che oltre centinaia di palestinesi siano stati liberati in cambio di un loro soldato.
Il Jewish Week si è chiesto in un articolo: come si misura la vita di uomo? La domanda era la seguente: è possibile che la vita di Shalit valga quanto quella di mille prigionieri o, per dirla con parte della società israeliana, "mille terroristi"?
La questione è fonte di scontri e discordie a Tel Aviv. Alcuni israeliani, secondo un recente sondaggio, - circa il 20% - considerano negativamente l'azione del governo.
Frimet e Arnold Roth, la cui figlia Malki morì nel famoso attentato alla pizzeria Sbarro, sono in quel piccolo ma significativo 20% e per somma sfortuna del premier Netanyahu non ci sono solo loro.
Come testimonia un articolo di David Ellenson apparso sulla Jewish Telegraphic Agency la liberazione di Shalit ha aperto un vero e proprio dibattito in seno alla comunità rabbinica la quale si è spaccata sulla questione.
Uno dei pareri meno moderati sulla questione lo riporta ancora Haaretz, citando il rabbino Avihai Rontzki, che ha invitato i soldati israeliani "ad uccidere d'ora in poi i terroristi nei loro letti".
Per Rontzki ad esempio, i palestinesi che si rendono colpevoli di omicidi nei confronti degli israeliani (cita nell'articolo il caso della famiglia Fogel) dovrebbero essere semplicemente "sterminati".
Ma ovviamente vi sono anche molti altri uomini religiosi che si sono espressi a favore dello scambio di prigionieri, evocando la Bibbia e ricordando come l'esperienza di Shalit sia simile ad una vera e propria resurrezione spirituale.
Su questa linea si è posto ad esempio il rabbino Rav Ovadia Yosef, capo spirituale del partito Shas, e molti altri suoi omologhi hanno espresso immensa gioia per il risultato raggiunto dal governo. Risultato che - secondo i servizi di sicurezza interni - era effettivamente l'unico possibile.
Dato inequivocabilmente espresso a più riprese dai massimi responsabili di Shin Bet e Mossad, ma che non ha scoraggiato l'opera critica di alcuni esponenti politici. Il ministro delle Infrastrutture Uzi Landau ha duramente polemizzato con il capo del servizio di sicurezza interna, Cohen, definendo l'accordo una “vittoria del terrorismo”.
Il ministro dell'Interno Eli Yashai, capo politico dello Shas, ha chiesto al governo il rilascio dalle carceri nazionali di circa 12 prigionieri israeliani, attualmente detenuti per terrorismo, al fine di bilanciare la sfavorevole equazione dello scambio Shalit.
Tzipi Livni ha dato atto al governo di aver effettuato una scelta rispettabile e coraggiosa, ma si chiede quale sarà il prezzo da pagare in futuro da Israele. Altri commentatori, giornalisti ed analisti politici, si sono chiesti perché Benjamin Netanyahu abbia messo in pratica una mossa politica che avvantaggia inequivocabilmente Hamas a danno di Fatah.
Il New York Post e lo spagnolo El Pais si chiedono, e non senza ragione, con chi si potrà avviare un processo di pace se Abu Mazen viene delegittimato agli occhi della sua gente attraverso un patto che avvantaggia la diretta concorrenza?
Forse però, prima di giungere a queste conclusioni, bisognerebbe chiedersi se davvero Benjamin Netanyahu stia cercando la pace o solo un atto politico per distogliere l'attenzione da questioni più pressanti. Proprio in ragione dell'altissimo prezzo pagato per Shalit, da questo momento in poi Netanyahu sarà molto meno disponibile a negoziare e a fornire ulteriori connessioni in un eventuale processo di pace.
Una riflessione questa che ci fa leggere in maniera diversa la liberazione di Shalit e che getta pesanti ombre sulla riapertura del processo di pace. Riaprire il processo di pace significherebbe congelare gli insediamenti e sembra difficile, se non impossibile, che Netanyahu riesca a far passare questo concetto in Consiglio dei ministri e alla Knesset.
Netanyahu, almeno nel breve termine, non ha la forza politica, e forse nemmeno la volontà, per fare altre concessioni ai palestinesi. Difficile dunque che risultino veritiere le parole di Abu Mazen che, accogliendo i prigionieri palestinesi di ritorno a Ramallah, aveva rivelato di altri accordi siglati da Fatah per nuovi scambi nei prossimi mesi. 
Molti dimenticano inoltre l'effetto mediatico sortito dalla liberazione di Shalit. Da oltre una settimana l'opinione pubblica internazionale sembra essersi dimenticata del riconoscimento dello Stato palestinese all'Onu, delle proteste degli indignados israeliani, degli scontri fra le forze armate israeliane e i coloni.
Netanyahu ha pagato certamente un alto prezzo nello scendere a patti con Hamas, ma nel frattempo ha guadagnato tempo su altri fronti.
Tutto questo senza dimenticare che, nonostante le frange di quanti si sono opposti all'accordo, la gran parte della società israeliana rimane vicina all'azione del suo premier. 
Benjamin Netanyahu, ha dimostrato in quest'occasione una leadership non comune alla sua natura e, secondo Michael Weiss, siglando un accordo che arriva dopo il trionfante j'accuse portato all'Onu contro la richiesta di Abu Mazen, il premier israeliano ha ottenuto una grande vittoria politica.
Secondo Weiss, con la liberazione di Shalit, Netanyahu si è guadagnato in automatico un secondo mandato. Secondo mandato, aggiungerei, magari da svolgere senza quelle frange estremiste che spesse volte lo hanno messo in grossa difficoltà.
Molti analisti suggeriscono in questo momento un possibile riavvicinamento alle frange centriste della politica israeliana, magari in opposizione a quell'alternativa laburista che sembra crescere con sempre maggiore convinzione.
 
photo by Activestils.org
19 ottobre 2011

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