Akiva Eldar :LA LIBERAZIONE DI GILAD SHALIT E IL MITO DELLA “VITTORIA DI HAMAS”
Nella primavera del 1996, alla vigilia del testa a testa tra Shimon Peres e Benjamin Netanyahu per la premiership, il capo dei servizi segreti militari israeliani disse che gli iraniani volevano che vincesse Netanyahu. Il capo dell’intelligence militare cercò di trasmettere l’idea che, in mezzo all’ondata di attentati suicidi compiuti da Hamas e ai colloqui di pace condotti da Peres con i siriani, Bibi andava bene per coloro che si opponevano alla pace.
La spiegazione era semplice. La propaganda iraniana nel mondo islamico trae la sua forza dal conflitto arabo-israeliano. Perciò l’Iran preferisce i leader israeliani che vogliono sabotare gli accordi di Oslo, elevare lo status di Hamas nei territori e perpetuare il conflitto.
Quel capo dell’intelligence, il quale 15 anni fa sosteneva che Bibi andava bene per Hamas e l’Iran, era Moshe Ya’alon, oggi vice primo ministro nel governo Netanyahu – l’esecutivo che ha reso Khaled Meshaal e Moussa Abu Marzouk eroi del giorno in Cisgiordania , nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme Est e in alcuni villaggi in Israele.
La loro vittoria è un altro brutto colpo per il presidente palestinese Mahmoud Abbas e i suoi colleghi nella leadership di Fatah. Ancora una volta, come nel caso del ritiro unilaterale da Gaza, i palestinesi hanno imparato che la via diplomatica li conduce in un vicolo cieco, mentre il terrore scaccia i coloni dai territori e i sequestri tirano fuori di prigione centinaia dei loro.
Il timore di “imprimere nella coscienza dei palestinesi” l’idea che gli israeliani capiscono solo il linguaggio della forza ha posto l’ex capo di stato maggiore Ya’alon alla testa di coloro che si oppongono all’accordo Shalit. Da un lato, costoro erano pronti a lasciare che un soldato israeliano marcisse in stato di prigionia, pur di non cedere ad Hamas. Dall’altro, essi stanno conducendo una guerra senza quartiere contro i principali rivali politici di Hamas, che vogliono uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Ya’alon e i suoi colleghi stanno anche minacciando di annettersi i territori e di bloccare il trasferimento dei salari ai dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, compresi i membri delle forze di sicurezza palestinesi.
La tesi secondo cui l’affare Shalit sarebbe un grande trionfo per Hamas e un colpo fatale per Fatah è una delle osservazioni semplicistiche che si sono impadronite del dibattito pubblico fin da quando l’esecutivo israeliano ha approvato l’accordo. In effetti, in assenza della possibilità di progressi nel processo di pace e nella politica degli insediamenti, l’affare Shalit è “l’unico spettacolo a disposizione”. Meshaal e Netanyahu impersonano ora i ruoli principali, e i leader di Fatah non possono fare altro che assistere allo spettacolo dalla tribuna delle Nazioni Unite.
Ma non ha senso isolare l’affare Shalit dalla trattativa complessiva tra Israele e i palestinesi. Israele potrebbe neutralizzare il successo di Hamas e trasformarlo in un episodio passeggero.
Quale fazione palestinese avrebbe il sopravvento se Netanyahu annunciasse oggi di essere disposto a riprendere i negoziati sulla base dei confini del ‘67 ed a congelare l’attività edilizia negli insediamenti fino al termine dei colloqui? Cosa accadrebbe alla “grande vittoria” di Hamas se Netanyahu decidesse di liberare Marwan Barghouti e centinaia di prigionieri di Fatah dopo aver trasferito i territori dell’area C al controllo palestinese?
Ma la “vittoria di Hamas” non è il solo mito che sta fiorendo attorno all’affare Shalit. Un intero gruppo di presunti “fatti” va di pari passo con tale mito:
1) l’accordo incoraggerà altri sequestri a fini di scambio: ma una rapida occhiata a un sito web di Hamas o di altre organizzazioni che appoggiano la lotta violenta mostrerà che rapire soldati e civili israeliani rimane in ogni caso un ordine permanente. La scelta della “fermezza” da parte dei governi israeliani nel caso di Ron Arad non scoraggiò i rapitori di Nachshon Wachsman. Il rifiuto del governo di Yitzhak Rabin di negoziare la liberazione di Wachsman e il (fallito) tentativo di liberarlo non hanno dissuaso i carcerieri di Shalit.
2) Alcuni dei 1.150 terroristi liberati nell’accordo Jibril del 1985 causarono la prima intifada nel 1987: ma in primo luogo, la prima intifada non fu violenta. In secondo luogo, l’Intifada scoppiò a causa della crescente rabbia tra le giovani generazioni.
3) Deportare i prigionieri “di grosso calibro” è un successo israeliano: ma i rischi presi da Israele e lo sforzo profuso nel (fallito) tentativo di assassinare Meshaal nel 1997 in una strada di Amman, e nell’uccisione dell’uomo di Hamas Mahmoud al-Mabhouh a Dubai, mostrano che l’esilio può essere un habitat ideale per i terroristi professionisti. Sarebbe più facile per i servizi di sicurezza israeliani monitorare i militanti nei territori e agire contro di loro quando necessario.
Infine, il “fatto” che Hamas sia emerso come il grande vincitore palestinese dell’affare Shalit è dubbio. La liberazione di Gilad Shalit sottrae all’organizzazione la maggiore merce di scambio nei confronti di Israele. Lo spazio di manovra delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) è cresciuto, mentre lo spostamento del quartier generale di Meshaal da Damasco al Cairo ne limiterà la portata delle operazioni.
Se oltre a ciò avesse luogo un qualsiasi progresso nel processo di pace, l’Egitto avrebbe un forte interesse a limitarla ulteriormente.
Akiva Eldar è un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano “Haaretz”
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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