ABRAHAM YEHOSHUA :Perché questo baratto è comunque giusto
Gli entusiastici festeggiamenti esplosi in Israele per l’atteso rilascio del soldato rapito Gilad Shalit potrebbero far pensare che il governo israeliano non abbia solamente concluso un accordo con Hamas (accordo a cui si poteva forse arrivare già due anni fa) ma sia riuscito a portare un israeliano su Marte e ora ne attenda il ritorno.
Anche in passato soldati e civili sono stati tenuti prigionieri in Stati arabi o presi in ostaggio da organizzazioni terroristiche o di guerriglia di vario tipo. E per ottenere la loro liberazione è stato applicato lo stesso principio di centinaia o migliaia di detenuti o prigionieri di guerra in cambio di pochi. Ma da che ricordo non si è mai registrato un entusiasmo popolare tanto travolgente quanto quello scatenatosi dopo l’annuncio del previsto rilascio del giovane Shalit.
Una delle ragioni di questo entusiasmo nasce dalla notevole capacità della famiglia Shalit e del suo entourage di tenere vivo l’interesse per le vicende del ragazzo durante i cinque anni trascorsi dal suo rapimento e di conquistare il sostegno di una vasta parte dell’opinione pubblica che non si è mai stancata di chiedere al governo israeliano di raggiungere un accordo con Hamas per il rilascio del soldato.
Molti israeliani infatti, fra cui intellettuali, membri delle forze dell’ordine e di sicurezza e appartenenti a tutte le classi sociali, si sono uniti alla campagna per ottenere la sua liberazione. Sono state organizzate manifestazioni e raduni. Si sono appesi ovunque poster e manifesti che ricordavano il numero dei giorni di prigionia. Ma alla famiglia Shalit va soprattutto il merito di avere saputo compiere un atto di coraggio: lasciare per più di un anno la propria casa in un piccolo villaggio della Galilea per erigere una tenda di protesta accanto alla residenza del primo ministro a Gerusalemme perché l’opinione pubblica non dimenticasse la sofferenza della vittima e dei suoi familiari e premesse affinché il capo del governo accettasse le dure condizioni imposte da Hamas.
Ma nonostante la simpatia popolare non pochi israeliani, non solo di destra ma anche di sinistra, si sono opposti allo scambio di un unico soldato per mille e più prigionieri palestinesi, fra cui alcuni responsabili di attentati gravissimi in cui hanno perso la vita decine di persone.
Potrei suddividere gli oppositori a questo accordo in tre categorie.
La prima è composta da coloro che vedono nei prigionieri palestinesi criminali assassini che non meritano il perdonoe il cui rilascio sarebbe un errore sia da un punto di vista legale che morale nonché un terribile colpo per i parenti delle vittime innocenti. Tali persone sarebbero quindi inevitabilmente disposte a far sì che il prigioniero rimanga in mano ai suoi carcerieri.
C’è da dire che benché questa presa di posizione non sia molto comune ha comunque alcuni sostenitori anche fra chi non appartiene ai circoli della destra.
C’è poi chi deplora la disparità numerica dello scambio. Gente che sarebbe disposta ad accettare il rilascio di un unico prigioniero palestinese, fosse anche il responsabile del più efferato attentato terroristico, ma non quello di centinaia.
A questa presa di posizione potrei replicare che fin dall’inizio del conflitto arabo-israeliano, nelle guerre combattute contro paesi arabi densamente popolati nel ’48, nel ’67 e nel ’73, gli israeliani hanno ottenuto risultati notevoli a dispetto della loro inferiorità numerica. I nostri soldati sono ben addestrati, dispongono di tecnologie avanzate e di capacità militari migliori di quelle degli arabi, e di certo di quelle dei guerriglieri palestinesi. Quindi, esigendo il rilascio di 1.000 prigionieri in cambio di un unico soldato, Hamas chiede in pratica di raggiungere un qualche equilibrio militare, non umano. In altre parole mille dei loro prigionieri che lottano con coltelli, con cinture esplosive, con ordigni e razzi primitivi valgono uno solo dei nostri soldati.
Israele è rassegnato alla propria inferiorità numerica e continuerà ad addestrare i suoi soldati in modo da poter superare questa lacuna, sia su un piano militare che morale. Un unico prigioniero in cambio di migliaia non è perciò un’umiliazione o una resa ma un accordo accettabile che riconosce, anche da parte del nemico, la capacità militare dei combattenti israeliani.
Ma c’è una terza categoria di persone che si oppone strenuamente allo scambio di prigionieri con Hamas e le cui ragioni esigono che chi, come me, lo sostiene, affronti l’argomento.
Queste ragioni sono semplici. In base all’esperienza una parte dei prigionieri liberati nel quadro di precedenti accordi è tornata all’attività terroristica progettando o compiendo attentati che hanno causato molte vittime israeliane. La liberazione di un unico soldato potrebbe quindi mettere in pericolo parecchie vite umane.
Potrei confutare tale ragionamento con tre spiegazioni possibili che, credo, saranno in grado di neutralizzarlo in maniera discreta.
1. Molti dei prigionieri liberati saranno trasferiti nella Striscia di Gaza e lì, in un territorio completamente distaccato da Israele, non potranno compiere attentati terroristici contro Israele ma tutt’al più unirsi alle forze combattenti di Hamas.
2. Un’altra parte dei prigionieri verrà espulsa dalla Cisgiordania e non verrà in contatto con la popolazione israeliana, sia in Giudea e in Samaria sia in Israele.
3. I prigionieri che rimarranno in Cisgiordania, alcuni dei quali potrebbero ripetere atti di terrorismo, si troveranno non solo sotto la supervisione dei servizi di sicurezza israeliani (che sanno di loro tutto ciò che c’è da sapere) ma anche di quelli dell’Autorità Palestinese, un elemento nuovo che non esisteva in passato. L’Autorità Palestinese negli ultimi anni si occupa in maniera efficace di prevenire atti di terrorismo e di violenza con l’intento di stabilizzare la situazione in Cisgiordaniae preparare il nuovo Stato palestinese che sorgerà. In altre parole i prigionieri che torneranno alle loro case in Cisgiordania, una settantina credo, non solo saranno sotto il costante controllo dei servizi di sicurezza israeliani ma potrebbero anche essere influenzati dall’atmosfera positiva che si respira nei territori dell’Autorità palestinese in attesa della ripresa di un negoziato per la soluzione di due stati per i due popoli.
E chissà, forse come è successo in altre nazioni, dal carcere potrebbero uscire nuovi capi disposti a collaborare con un nemico che in passato è stato il loro aguzzino.
Anche in passato soldati e civili sono stati tenuti prigionieri in Stati arabi o presi in ostaggio da organizzazioni terroristiche o di guerriglia di vario tipo. E per ottenere la loro liberazione è stato applicato lo stesso principio di centinaia o migliaia di detenuti o prigionieri di guerra in cambio di pochi. Ma da che ricordo non si è mai registrato un entusiasmo popolare tanto travolgente quanto quello scatenatosi dopo l’annuncio del previsto rilascio del giovane Shalit.
Una delle ragioni di questo entusiasmo nasce dalla notevole capacità della famiglia Shalit e del suo entourage di tenere vivo l’interesse per le vicende del ragazzo durante i cinque anni trascorsi dal suo rapimento e di conquistare il sostegno di una vasta parte dell’opinione pubblica che non si è mai stancata di chiedere al governo israeliano di raggiungere un accordo con Hamas per il rilascio del soldato.
Molti israeliani infatti, fra cui intellettuali, membri delle forze dell’ordine e di sicurezza e appartenenti a tutte le classi sociali, si sono uniti alla campagna per ottenere la sua liberazione. Sono state organizzate manifestazioni e raduni. Si sono appesi ovunque poster e manifesti che ricordavano il numero dei giorni di prigionia. Ma alla famiglia Shalit va soprattutto il merito di avere saputo compiere un atto di coraggio: lasciare per più di un anno la propria casa in un piccolo villaggio della Galilea per erigere una tenda di protesta accanto alla residenza del primo ministro a Gerusalemme perché l’opinione pubblica non dimenticasse la sofferenza della vittima e dei suoi familiari e premesse affinché il capo del governo accettasse le dure condizioni imposte da Hamas.
Ma nonostante la simpatia popolare non pochi israeliani, non solo di destra ma anche di sinistra, si sono opposti allo scambio di un unico soldato per mille e più prigionieri palestinesi, fra cui alcuni responsabili di attentati gravissimi in cui hanno perso la vita decine di persone.
Potrei suddividere gli oppositori a questo accordo in tre categorie.
La prima è composta da coloro che vedono nei prigionieri palestinesi criminali assassini che non meritano il perdonoe il cui rilascio sarebbe un errore sia da un punto di vista legale che morale nonché un terribile colpo per i parenti delle vittime innocenti. Tali persone sarebbero quindi inevitabilmente disposte a far sì che il prigioniero rimanga in mano ai suoi carcerieri.
C’è da dire che benché questa presa di posizione non sia molto comune ha comunque alcuni sostenitori anche fra chi non appartiene ai circoli della destra.
C’è poi chi deplora la disparità numerica dello scambio. Gente che sarebbe disposta ad accettare il rilascio di un unico prigioniero palestinese, fosse anche il responsabile del più efferato attentato terroristico, ma non quello di centinaia.
A questa presa di posizione potrei replicare che fin dall’inizio del conflitto arabo-israeliano, nelle guerre combattute contro paesi arabi densamente popolati nel ’48, nel ’67 e nel ’73, gli israeliani hanno ottenuto risultati notevoli a dispetto della loro inferiorità numerica. I nostri soldati sono ben addestrati, dispongono di tecnologie avanzate e di capacità militari migliori di quelle degli arabi, e di certo di quelle dei guerriglieri palestinesi. Quindi, esigendo il rilascio di 1.000 prigionieri in cambio di un unico soldato, Hamas chiede in pratica di raggiungere un qualche equilibrio militare, non umano. In altre parole mille dei loro prigionieri che lottano con coltelli, con cinture esplosive, con ordigni e razzi primitivi valgono uno solo dei nostri soldati.
Israele è rassegnato alla propria inferiorità numerica e continuerà ad addestrare i suoi soldati in modo da poter superare questa lacuna, sia su un piano militare che morale. Un unico prigioniero in cambio di migliaia non è perciò un’umiliazione o una resa ma un accordo accettabile che riconosce, anche da parte del nemico, la capacità militare dei combattenti israeliani.
Ma c’è una terza categoria di persone che si oppone strenuamente allo scambio di prigionieri con Hamas e le cui ragioni esigono che chi, come me, lo sostiene, affronti l’argomento.
Queste ragioni sono semplici. In base all’esperienza una parte dei prigionieri liberati nel quadro di precedenti accordi è tornata all’attività terroristica progettando o compiendo attentati che hanno causato molte vittime israeliane. La liberazione di un unico soldato potrebbe quindi mettere in pericolo parecchie vite umane.
Potrei confutare tale ragionamento con tre spiegazioni possibili che, credo, saranno in grado di neutralizzarlo in maniera discreta.
1. Molti dei prigionieri liberati saranno trasferiti nella Striscia di Gaza e lì, in un territorio completamente distaccato da Israele, non potranno compiere attentati terroristici contro Israele ma tutt’al più unirsi alle forze combattenti di Hamas.
2. Un’altra parte dei prigionieri verrà espulsa dalla Cisgiordania e non verrà in contatto con la popolazione israeliana, sia in Giudea e in Samaria sia in Israele.
3. I prigionieri che rimarranno in Cisgiordania, alcuni dei quali potrebbero ripetere atti di terrorismo, si troveranno non solo sotto la supervisione dei servizi di sicurezza israeliani (che sanno di loro tutto ciò che c’è da sapere) ma anche di quelli dell’Autorità Palestinese, un elemento nuovo che non esisteva in passato. L’Autorità Palestinese negli ultimi anni si occupa in maniera efficace di prevenire atti di terrorismo e di violenza con l’intento di stabilizzare la situazione in Cisgiordaniae preparare il nuovo Stato palestinese che sorgerà. In altre parole i prigionieri che torneranno alle loro case in Cisgiordania, una settantina credo, non solo saranno sotto il costante controllo dei servizi di sicurezza israeliani ma potrebbero anche essere influenzati dall’atmosfera positiva che si respira nei territori dell’Autorità palestinese in attesa della ripresa di un negoziato per la soluzione di due stati per i due popoli.
E chissà, forse come è successo in altre nazioni, dal carcere potrebbero uscire nuovi capi disposti a collaborare con un nemico che in passato è stato il loro aguzzino.

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