Stefano Jesurum :«Dico si alla Palestina per il bene di Israele e della sua sicurezza"

  Caro direttore,
Stato palestinese sì, Stato palestinese no, il mondo si confronta. E c'è poi un «piccolo mondo» che si confronta e si divide con ancor maggiore coinvolgimento, con lacerazioni dolorose. Usiamo quindi l'antico Witz, il motto di spirito autoironico, per introdurre un dibattito non facile: due ebrei, tre punti di vista. La vecchia battuta regge più che mai in prossimità della candidatura ufficiale alle Nazioni Unite della Palestina come Stato indipendente. Da mesi infatti Israele si spacca, e la diaspora ebraica non è da meno. Contrari e favorevoli si affrontano a suon di appelli e manifestazioni di piazza (reali — per le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme —, virtuali — nei siti, nei blog, nei giornali europei e americani).
Io sto con coloro che dicono «sì», e cercherò di spiegare perché. Non prima però di avere specificato che lo Stato palestinese uscito dall'Onu dovrebbe avere confini provvisori in attesa di un accordo definitivo scaturito dalla ripresa dei negoziati diretti e che il testo della risoluzione non deve in alcun modo suonare come punizione nei confronti di Israele ma essere un ponte reale e concreto verso il compromesso finale. Sì, dunque.
Sì perché — com'è sotto gli occhi del mondo — la politica della violenza e del terrorismo da una parte e la continua espansione degli insediamenti in Cisgiordania dall'altra hanno reso l'espressione «processo di pace» un suono vuoto e privo di senso che ha come risultato terrificante il lutto di troppe famiglie e la totale, drammatica perdita di ogni speranza da parte delle giovani generazioni di entrambi i campi.
Sì perché lo status quo è il maggior pericolo per Israele che invece deve fare seriamente i conti anche con le luci e le ombre della Primavera araba.Sì perché l'ammissione della bandiera palestinese alle Nazioni Unite cambierebbe profondamente i termini del conflitto mettendo per la prima volta di fronte due Stati sovrani.
Sì perché mi riconosco nelle parole di Avraham Burg, già portavoce della Knesset, il Parlamento israeliano, quando invita a riconoscere la Palestina e i confini del 1967 — modificabili con concessioni reciproche — chiedendosi «che cosa ci sia di unilaterale nell'appello per essere riconosciuti dalle nazioni del mondo».
Sì perché bisogna fermare il peggio. E si deve fermare il peggio proprio perché per Israele è difficile fidarsi del nemico esattamente come per il nemico è difficile fidarsi del governo israeliano.
Sì perché «la pace è caduta in ostaggio del processo di pace», come sta scritto in vari manifesti firmati — tra gli altri — dall'ex direttore generale del ministero degli Esteri di Gerusalemme Alon Liel, da intellettuali del peso di Amos Oz, Avishai Margalit, Ari Folman, Zeev Sternhell, da politici alla Yael Dayan, da economisti come il premio Nobel Daniel Kahneman, da ufficiali ed ex generali come Shlomo Gazit.
Sì perché sono stufo di sentire che tutti, ma proprio tutti, sono favorevoli al principio di «Due popoli, due Stati»: credo sia arrivato il momento di dimostrarlo. E lo dico — credetemi — perché sono terrorizzato dai pericoli che corrono la sicurezza e la democrazia di Israele, un Paese che amo profondamente.

dal Corriere della Sera del  18-09-2011

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