Palestina :Fino a poco tempo fa ero qualcuno, ora non sono nessuno.

 Ho fatto visita a Muhammad circa sessanta volte. Ma è solo ora che cominciamo a parlarci veramente. Mats Svensson Ho incontrato Muhammad per la prima volta sette anni fa. E’ successo in una delle mie lunghe camminate di fine settima.

 Muhammad è venuto verso di me, ha puntato il dito rivolto all’uliveto e mi ha dato in offerta al lungo drago grigio che si stava avvicinando alla sua casa. Al momento non sapeva se il muro sarebbe passato a est della sua casa facendolo rientrare in Gerusalemme con tutti i relativi vantaggi pratici o se si fosse spinto a ovest della casa, chiudendolo definitivamente fuori dalla città. Si trattava di una lotteria con un biglietto vincente e uno perdente. Ma non poteva scegliere addirittura il biglietto della lotteria stessa. Altre persone avevano deciso per il suo futuro. Poi ha parlato del drago che si stava avvicinando, il drago morto che ha divorato ogni cosa e che presto lo divorerà. Per un lungo periodo di tempo si siamo incontrati più volte la settimana. Ci siamo seduti sotto il portico, quando il drago è passato e si è sdraiato pesantemente di fronte a casa sua. Il drago che ha chiuso fuori la luce, il che sta a significare che il sole tramonta già alle tre del pomeriggio, facendo scomparire la vista sulla città vecchia. Per lui vuol dire che tutto è morto, progetti, sogni e un futuro possibile. “ Fino a poco tempo fa ero qualcuno,” ripete ancora. Lo dice con gli occhi pesanti e tristi. Avevo già pensato di andarmene, avevo concluso la visita e volevo ritornare a Gerusalemme, in serata sarei andato all’American Colony. Ma sono rimasto e ho cominciato ad ascoltare una persona che non si sentiva più di essere qualcuno.  “Mats, non sai davvero niente di me,” dice. “Ti ho appena dato un pezzo del puzzle, forse l’unico pezzo rimasto. Tutti gli altri mi sono stati portati via. Non sono sicuro che tu possa davvero capirmi proprio come io non posso capire te. L’ho percepito quando ti ho portato a giro nel giardino”, afferma Muhammad. “Ti ho fatto vedere tutte le verdure, i pomodori, le zucche….Ti ho mostrato che non ha mai portato a nulla, che sono seccate prima ancora che giungessero all’altezza di un centimetro. Ti ho spiegato che ciò era dovuto al fatto che non le potevo annaffiare. Ma Mats, non mi hai mai chiesto il perché e io mi vergognavo di dirti che abbiamo l’acqua solo due volte la settimana. Lo scorso anno avevamo sempre l’acqua, ora abbiamo l’acqua solo per spegnere la sete, per cucinare e fare il bucato.” Ed è ora, dopo sette anni che lo conosco, che ha bisogno di dirmelo. Così, di colpo, ero tornato indietro sedendomi sul logoro sofà in parte contento ma anche triste. Ha detto che “ero la personificazione dei suoi sogni più intimi.” Sogni che per lui erano stupendi, ma impossibili. Nota tutta la libertà che ho. La stessa libertà che aveva anche lui fino a poco tempo fa. Questa libertà gli era apparsa anche naturale e ovvia; dice di “non averne neppure provato gratitudine”. Muhammad mi racconta di aver posseduto un cavallo bianco fino a poco tempo fa. “L’ho avuto, dice, quando noi, che stavamo ad Abu Dis, avevamo il diritto su tutte le terre tra Abu Dis e il Mar Morto, a nord, a sud e a ovest. Tu, Mats, hai un’Audi, io ho avuto un cavallo bianco. Il cavallo bianco potrebbe trovarsi a parecchi chilometri di distanza, era del tutto libero, ma mi seguiva sempre con i suoi occhi. A ogni minimo rumore o movimento correva indietro di corsa. Tutti sapevano che quello era il cavallo di Muhammad. In un modo o nell’altro lui seguiva me e io seguivo lui. Entrambi eravamo liberi.” Entra il vecchio padre di Muhammad. Di solito se ne stava sdraiato sul letto a guardare la televisione. Quando, sette anni fa, l’ho visto per la prima volta, era seduto in giardino appoggiato a una sedia, a guardia di un paio di pecore. Dietro di lui, il muro che veniva eretto da lavoratori palestinesi si avvicinava rapidamente. A quel tempo, vidi un uomo dal corpo stanco con indosso degli abiti e le gambe storte. Pensai di aver capito. Immaginai che fosse un pastore. Rendeva molto bene quell’idea. Ora scopro che, nel 1940, faceva parte dell’esercito giordano. Si trovava a Gerusalemme, nella parte giordana, quando i terroristi israeliani hanno ucciso Bernadotte. Racconta, per la prima volta e in modo particolareggiato com’è successo. Ascolto e non so cosa credere. Quando, dopo quella sera, ho letto dell’assassinio di Folke Bernadotte, la maggior parte di quello che mi aveva detto quel vecchio aveva un senso. Poi comincia a parlare sull’essere liberi. Prima di essere stato intrappolato dietro il muro di Abu Dis e dopo aver lasciato l’esercito giordano, era vissuto dell’acquisto di animali nello Yemen, in Giordania e in Siria. Era sempre in viaggio e ritornava con le bestie che vendeva nei mercati a giro per la Palestina. Avevo avuto dei pregiudizi nei suoi confronti, come li avevo avuti su quasi tutto ciò che riguarda la potenza occupante e l’occupato. Muhammad aveva avuto un cavallo bianco, ma era stato più libero di così. Era vissuto della costruzione di case. Il suo sapere più alto stava tutto nelle sue mani. Aveva costruito una fitta rete di contatti in Giordania, in Israele e in Palestina. Ora, sia le mani che la rete di contatti sono inutilizzabili. Dice che vorrebbe mostrarmi tutte le case che ha costruito a Haifa, a Tel Aviv e a Gerusalemme.” Vorrebbe mostrarmi tutto ciò di cui è orgoglioso, la sua esperienza. “Ma Mats, non posso farlo. Non ti posso neppure far vedere quello che ho fatto. Non posso portati dalle persone che mi sono grate per ciò che ho costruito. Non mi è rimasto alcun diritto, non sono in grado di far fruttare neppure ciò che posseggo. Forse, la cosa più faticosa è il non poter star dietro ai miei 102 olivi. Bene, posso accudirne due. Li puoi vedere dalla finestra. Gli altri cento sono a pochi chilometri dal posto di blocco tra Abu Dis e Betlemme. Ma sono troppo vicini a una colonia israeliana. L’ultima volta che ho cercato di fare la raccolta delle olive è stato otto anni fa. Sono stato allontanato come un cane. Hanno detto che ero un pericolo per la sicurezza. Hanno rubato la nostra terra e costruito una colonia. I miei alberi sono appena fuori il villaggio. Ogni anno producevano 3.000 kg di olive. Ora qualcun altro le sta raccogliendo, a me non resta nulla. Hanno rubato quello che, da secoli, appartiene alla mia famiglia. E’ così vicino”. Ho lavorato al Consolato svedese per due anni. Ogni settimana incontravo Muhammad. Ma ho dovuto trascurarlo per un lungo periodo di tempo e ritornare pensando che per lui era importante parlare dei suoi pensieri più intimi, della sua costante bramosia, del suo desiderio di libertà, di un cavallo bianco. Voleva che la nostra conversazione fosse densa di significato. Dice di non essere nessuno oggi, ma che una volta era qualcuno. Dentro di me non posso più mettere da parte le domande. Chi sono? Sono una persona? Che devo fare della mia libertà? Muhammad mi ha parlato di sé. Posso raccontargli di me? “Abbiamo perso la nostra terra, i nostri alberi, la nostra acqua, il nostro lavoro, la nostra libertà e anche i nostri sogni. ”Prima di lasciarlo, mi ha chiesto se avessi mangiato carne la sera. “Credo di sì,” rispondo.” E’ da molto tempo che non ho più mangiato carne”, rammenta Muhammad.  Fino a poco tempo fa ero qualcuno, ora non sono nessuno. (tradotto da mariano mingarelli) 




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