Neve Gordon e Yinon Cohen :Il veto unilaterale USA

 La decisione del presidente USA Barack Obama di utilizzare la prerogativa statunitense del veto se le Nazioni Unite votassero per riconoscere uno stato palestinese rappresenterà un colpo per quelli che perseguono la pace in Medio Oriente.
L’affermazione della sua amministrazione che la pace si può ottenere soltanto attraverso il dialogo e il consenso anziché mediante mosse unilaterali, ignora i complessi rapporti di potere che costituiscono la pacificazione tra israeliani e palestinesi. La storia insegna che la pace si ottiene solo quando le parti in conflitto ritengono di aver troppo da perdere proseguendo il conflitto.  E, a questo punto della storia, il prezzo che Israele sta pagando per continuare l’occupazione è estremamente basso.
Ma se, per amor di discussione, si accettasse l’idea espressa dal presidente Obama – che l’unilateralismo è un approccio politico scorretto – allora si dovrebbe esaminare la storia delle mosse unilaterali nel conflitto israelo-palestinese ed esaminare le reazioni statunitensi ad esse.
Un momento logico dal quale partire è il 1991, quando gli israeliti e i palestinesi si incontrarono per la prima volta a Madrid per negoziare un accordo di pace. Le Risoluzioni dell’ONU 242 e 338, che richiedono, in cambio della pace,  il ritiro di Israele dal territorio occupato durante la guerra del 1967, servirono da base per la conferenza di Madrid.
A partire da tale conferenza, Israele ha compiuto numerose mosse unilaterali che hanno minato gli sforzi di raggiungere un accordo di pace basato sullo scambio di terra per la pace.  Essi includono la confisca di terra palestinese, la costruzione di insediamenti e il trasferimento di cittadini ebrei nei territori occupati, azioni che tutte le amministrazioni USA hanno considerato ostruzioni al processo di pace.
Espansione degli insediamenti
Si consideri, ad esempio, la popolazione dei coloni ebrei. Alla fine del 1991 c’erano 132.000 coloni a Gerusalemme Est e 89.800 coloni nella West Bank. Due decenni dopo, il numero dei coloni di Gerusalemme Est è aumentato di circa il 40 per cento, mentre i coloni nella West Bank, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, sono aumentati di più del 300 per cento. Attualmente c’è circa mezzo milione di coloni ebrei.
Se Israele avesse interrotto il suo trasferimento unilaterale di cittadini ebrei nei territori palestinesi nel 1991, una volta imbarcatosi nel processo di pace basato sulla restituzione dei territori occupati, il numero di coloni ebrei nella West Bank sarebbe stato meno del 50% di quello che è oggi.
Infatti le stime basate sul tasso di incremento demografico naturale della popolazione dei coloni della West Bank suggeriscono che la popolazione sarebbe stata di meno di 150.000 persone, mentre attualmente è di più di 300.000.
Un’analisi del movimento dei coloni verso la West Bank rivela anche che la crescita della popolazione dei coloni non è stata sostanzialmente diversa quando i partiti di a sinistra del centro sono stati al potere. Durante periodi in cui il partito laburista ha formato la coalizione di governo, i numeri sono stati allo stesso livello, se non superiori, dei periodi in cui sono stati al potere il Likud o il Kadima.  Ciò, a sua volta, sottolinea il fatto che tutti i governi israeliani hanno popolato unilateralmente la West Bank contestata con un numero maggiore di coloni ebrei, mentre contemporaneamente conducevano negoziati basati sulla terra per la pace.
Vedendo che i coloni stanno minando qualsiasi futura soluzione a due stati, i palestinesi hanno deciso di non aspettare più a lungo e stanno chiedendo alle Nazioni Unite di riconoscere uno stato palestinese entro i confini del 1967. Questo, fanno sapere, è il loro ultimo tentativo di salvare il percorso dei due stati prima di abbandonarlo alla spazzatura della storia.
La loro tesi è semplice: se l’idea che sta dietro la soluzione a due stati è di dividere la terra tra i due popoli, come può Israele continuare unilateralmente a colonizzare la terra contestata mentre conduce negoziati? L’unilateralità di Israele, in altre parole, ha portato i palestinesi a scegliere il percorso unilaterale.  L’unica differenza è che l’unilateralità di questi ultimi è intesa a far avanzare un accordo di pace, mentre quella dei primi è mirata a distruggerlo.

Veto unilaterale
Gli Stati Uniti non hanno mai preso in considerazione l’utilizzo del proprio potere di veto per impedire a Israele di  effettuare mosse unilaterali mirate a minare la pace.
Invece gli Stati Uniti hanno frequentemente utilizzato il proprio veto per evitare la condanna delle politiche di Israele che infrangono la legge internazionale. Ora l’amministrazione Obama vuole nuovamente usare il veto, con la giustificazione morale che l’unilateralismo è sbagliato. Ma la vera domanda è: perché l’unilateralismo è un male quando tenta di far progredire una soluzione e tuttavia non suscita reazioni quando minaccia di minarne una?
Il presidente Obama dovrebbe tener presente che l’appello palestinese alla comunità internazionale potrebbe ben essere l’ultima possibilità di salvare la soluzione a due stati.
La domanda palestinese di riconoscimento naufragasse a causa di un veto USA, allora si realizzerebbero  le condizioni necessarie per una svolta paradigmatica: la soluzione a due stati sarebbe ancor meno realizzabile, ed emergerebbe come sola alternativa la formula di uno stato solo.

Neve Gordon è autore di ‘Israel’s Occupation’ [L’occupazione israeliana] e può essere contattato sul suo sito web www.israelsoccupation.info
Yinon Cohen è professore della cattedra Yerushalmi di Studi Israeliani ed Ebraici alla Facoltà di Sociologia della Columbia University, New York.

Traduzione di Giuseppe Volpe – namm.giuseppe@virgilio.it
Il veto unilaterale USA

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