Moni Ovadia :Il talento dei riformisti e Filippo Penati
Un paio d'anni orsono al congresso di Sel feci un furioso attacco contro la scelta catastrofica del centrosinistra di candidare Filippo Penati per la carica di governatore alle ultime elezioni regionali della Lombardia. La ragione pratica della mia requisitoria riposava sull'evidenza che una simile scelta era suicidaria e colpevolmente di casta. Contro un pezzo da novanta come Formigoni non c'era gara. Penati, la cui sfrenata ambizione di potere era l'altare a cui sacrificare tutto, era già un perdente vocazionale, si era fatto umiliare alle provinciali da un signor nessuno facendo perdere al centro sinistra l'unico presidio nel territorio d'occupazione della destra.
Ma la ragione profonda del mio attacco non era inerente ai suoi atti illegali di politico amministratore, né a quelli di deontologia del rappresentante del popolo. Al tempo non erano pienamente emersi i suoi guai giudiziari, dei quali del resto si deve occupare la magistratura, senza intralci di sorta. La sua colpa, per me la più grave, era la subordinazione all'egemonia sottoculturale della peggiore destra della storia repubblicana, la più becera e populista. La campagna di Penati fu all'insegna di una caricatura del leghismo, contro i rom, a favore delle ronde, con ammiccamenti all'islamofobia che mandavano in sollucchero la divina Santanché musa della destra più cazzuta.
Allora i «riformisti» irriducibili bollarono le critiche a Penati di massimalismo arcaico di mancanza di realismo politico. Che acume. I riformisti continuino a farsi del male con l'adesione alla «modernità» della destra in attesa che al peggio, per loro, provvedano i cittadini.
2 settembre 2011

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